Gamalero, Gambolato e il patto dell’Expò

L’abbronzatura proverbiale, già. “Sono bello, sono nero son Gustavo Gamalero”, era la battuta coniata per lui dai goliardi della “Baistrocchi”. E poi i baffetti da sparviero alla Clarke Gable. La sua eleganza iconica, tutta genovese. E ancora l’ironia, tagliente ma bonaria, il suo gusto per l’autoironia e il suo amore per la musica. Senza dimenticare la professione forense e il processo Sutter, che a Genova fece epoca. E poi la carriera politica, quasi tutta nel partito liberale. La vicepresidenza in Regione e il ruolo di prosindaco nella giunta Campart, con Giovanni Spadolini, segretario del partito repubblicano ,  presidente del consiglio, che impose il “farmacista repubblicano”, quando la Dc “spingeva” la professoressa Luisa Massimo, oncologa e studiosa di fama mondiale, ridimensionata all’ultimo momento al ruolo, meno ostico per un tecnico esordiente in politica, di prosindaco e assessore ai servizi sociali. Carica in cui si distinse perché voleva mettere a disposizione degli anziani nidiate di conigli bianchi per far vincere loro la solitudine. Preveggente, forse, di una pet terapy, mediata dagli americani, e oggi tanto di moda nel nostro mondo animalista.

Altra politica, altri tempi. Per cui le fu preferito Gustavo Gamalero appena arrivato dalla Regione e politico più esperto, in grado di proteggere e assistere quel Cesare Campart, che sulle prime era stato percepito, probabilmente a torto, come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Altri tempi. Raccontano, per esempio, che per eleggere il povero Campart furono necessarie ben 17 tornate elettorali, in cui alcuni franchi tiratori della maggioranza diedero del loro meglio. In verità Campart aveva raggiunto il quorum qualche giro prima, ma quando fu chiaro che avevano votato il suo nome anche i consiglieri del Movimento Sociale Italiano, si alzò dal suo scranno in sala rossa e pacatamente ringraziò, ma rifiuto’ e disse che si doveva andare avanti. Come dicevo, altri tempi e altri politici. Probabilmente persino altri sindaci. E giova ricordarlo a pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile ricorrenza della liberazione mentre Gianni Plinio, altro politico di destra e di lungo corso recentemente approdato a Casa Pound chiede a Comune e Regione di deporre una corona di fiori anche sulla stele dei caduti per la Rsi a Staglieno. Cosa un tempo comprensibile, forse, con il superamento del clima da guerra civile a oltre settanta anni di distanza.  Solo, che, come ho già avuto occasione di spiegare, è il momento storico politico del nostro paese che non mi sembra adatto.

E Gamalero Gustavo, trapassato ieri all’età di 94 anni, professione avvocato, e politico di lungo corso, era figlio di quei tempi politici lì. E, nonostante fosse un liberale, con un grande senso delle istituzioni e rispetto per la lotta partigiana.

Visionario, forse, già per quegli anni, con la sua Genova, medaglia d’oro per la resistenza, reduce dal mito operaista della città dell’industria pesante e della cantieristica con i poli industriali del ponente, i camalli del porto e i sovvenzionamenti delle partecipazioni statali. Con uno scalo che affrontava la sua prima grossa crisi di settore. Genova, alle prese con gli attentati terroristici, ancora divisa fra la giustificazione dei “compagni che sbagliano” e l’unita’ legalitaria appena ritrovata, un anno prima degli anni ottanta, con l’assassinio di Guido Rossa. Genova operaia, contrapposta con un non particolarmente felice distinguo, attribuito al sindaco Fulvio Cerofolini, ma non solo, alla città del terziario e dei camerieri.

Senonche’ mi è parso che nei “coccodrilli” pubblicati per ricordarne il personaggio post mortem non sia stato dato a Gamalero, avvocato e politico, il giusto risalto del suo ruolo come difensore dell’Expò.

Si è parlato del suo incarico prima delle colombiane del 1992, per le quali sotto il controllo del professor Paolo Emilio Taviani, che all’ammiraglio genovese aveva dedicato gran parte delle sue pubblicazioni e dei suoi studi, si era veramente prodigato. Eppero’ a manifestazione conclusa, dopo aver ottenuto i finanziamenti dello Stato e il beneplacito del Boureau international per organizzare una mostra internazionale, riuscendo a sovvertire dopo molti incontri l’opposizione della città di Siviglia che pretendeva di essere l’unica sede delle celebrazioni, rischiammo di veder smantellare l’Acquario e persino il cambio di destinazione del quartiere dell’Expò.

E fu possibile grazie all’aiuto fondamentale del suo “avversario” in consiglio comunale, Piero Gambolato, prima vicesindaco con la giunta di Fulvio Cerofolini, poi a capo del partito di opposizione alla giunta Campart, tanto da farsi chiamare assessore ombra, e ancora assessore al Bilancio con la giunta del socialdemocratico Romano Merlo e con quella di Claudio Burlando.

Erano anni politicamente travagliati per la politica cittadina, tanto che Romano Merlo fu costretto a dimettersi in seguito a quello che fu definito lo scandalo dei biglietti dell’Expo, colpito, si disse allora, dalla famigerata maledizione dell’Ammiraglio. Uno scandalo che qualche tempo dopo venne molto ridimensionato. Il 3 dicembre del 1992 lo sostituì proprio Claudio Burlando, che poco più di sei mesi più tardi, il 19 maggio del 1993, fu costretto a dimettersi per alcuni guai giudiziari legati alla costruzione del sottopasso di Caricamento, opera legata proprio alle colombiane. Erano gli anni di Tangentopoli che azzerarono la Prima Repubblica. Burlando, comunque fu risarcito per l’arresto illegittimo. Per il tribunale del riesame l’arresto era infatti illegittimo, e la Cassazione confermò la sentenza.

 Nel frattempo in Comune si era insediato il repubblicano Alfio Lamanna, allora consigliere anziano. Svolse il ruolo di reggente per una settimana. Il 27 maggio del 1993 arrivò il commissario prefettizio Vittorio Stelo che rimase in carica sino al 5 dicembre dello stesso anno permettendo l’ordinaria amministrazione e il successivo svolgersi delle elezioni vinte dal magistrato Adriano Sansa. In seguito dal 1996 al 2001 Stelo fu direttore del Sisde. In carica durante i fatti del G8 e nel periodo dell’attentato dell ‘11 settembre. Ma quella è un’altra storia.

E comunque non so se possa imputarsi a uno strano caso del destino, ma Piero Gambolato e Gustavo Gamalero, i cui nomi nel corso dell’appello in sala rossa venivano menzionati uno di seguito all’altro, sono passati a miglior vita ad un mese di distanza. Gambolato è morto a 90 anni il 22 marzo e Gamalero, il 22 aprile. Dobbiamo a loro se ancora oggi possiamo visitare l’Acquario e possiamo passeggiare guardando il mare nel piazzale dell’Expò.

Manzitti intervista Gamalero

Lo aveva ricordato tre anni fa proprio Gustavo Gamalero nel corso di un’intervista rilasciata  a Franco Manzitti e trasmessa da PrimoCanale il primo di settembre per ricordare i 25 anni delle colombiane nella nostra città.

L’allora Commissario Stelo, come presidente dell’Ente Colombo, intendeva far approvare una delibera che liquidava l’ente. Pratica in cui si prevedeva la demolizione dell’Acquario e di tutto il quartiere fieristico progettato dall’Architetto Renzo Piano. Allora su quella zona, completamente risanata e riscattata al porto si erano indirizzati gli appetiti di alcuni speculatori immobiliari, ma c’era anche chi avrebbe voluto tornare a sfruttarla come zona industriale. E proprio nell’intervista, ancora godibile nella prima e nella seconda parte sul sito on line di PrimoCanale, Gustavo Gamalero lo rivela chiaramente a Franco Manzitti: “La zona turistica riqualificata e l’Acquario, che a quel tempo aveva un solo piano, furono salvati da politici abbastanza giovani e pimpanti. Un liberale, che ero io e un comunista, Gambolato”. Gia’, proprio Gambolato che prima di esse assessore al Bilancio di Merlo e di Burlando era stato assessore ombra e capo dell’opposizione alla giunta di Campart e Gamalero. E ancora prima, reduce da tre esperienze parlamentari, era stato vicesindaco di Fulvio Cerofolini. Non a caso lo stesso sindaco che in quel periodo difendeva a spada tratta la rossa Genova operaia e dei portuali contro l’idea dello sviluppo del turismo e del terziario della Genova “città dei camerieri”.

Racconta ancora Gamalero: “ Proprio Gambolato, ex senatore, personaggio del PCI anche duro. Ma eravamo amici. Comunque siamo riusciti a creare un tale baillame che quella delibera è stata ritirata. Una scommessa che fortunatamente Genova è riuscita a vincere”.

Un riconoscimento che a Piero Gambolato era stato tributato dai compagni del Pd già un mese fa in un accorato comunicato  stilato in occasione del suo decesso: “Apparteniamo a una generazione fortunata perché abbiamo avuto la possibilità di ascoltarlo intervenire alle riunioni e alle assemblee, e quando prendeva la parola erano tutti attenti perché sapevano che non avrebbe detto banalità, ma aperto uno spiraglio su qualcosa di cui non ci eravamo accorti. Aveva immaginato, tra i primi, la trasformazione di Genova in una città turistica con il Porto Antico e l’Acquario come primi volani del cambiamento”.

Qualche anno fa Gamalero l’ha raccontata quasi come una marachella contro un burocrate venuto a Genova senza capire molto della città, sollecito nello sbarazzarsi dei problemi che gli avrebbero creato le ambizioni turistiche di una città in crisi e in trasformazione. Ma è immaginabile al contrario quanti problemi possano aver creato nel PCI di allora ad un dirigente comunista cresciuto con il mito della classe operaia e della fabbrica, studente alla scuola dell’Ansaldo dove sarebbe poi entrato come operaio, sindacalista e ragioniere grazie alle scuole serali. Funzionario di partito, il PCI, segretario della Federazione giovanile nel 1960 durante i giorni della rivolta dei portuali del 30 giugno. Segretario provinciale prima di approdare come deputato a Roma per tre legislature, dal 1972 al 1983.

E comunque la classe politica di allora era così in grado di tralasciare le rigide ideologie pensando allo sviluppo e al bene della città. Franco Manzitti lo ha definito una sorta di compromesso storico in salsa genovese – anzi al pesto, quello tradizionale, pero’ non quello senza aglio che piace tanto al Berlusconi che un anno dopo sarebbe sceso in politica- fra un liberale classico ed un ex operaio e sindacalista comunista. Non a caso siamo sempre stati conosciuti come la città delle formule politiche sperimentali, dal primo centrosinistra in avanti. Una storia da raccontare, alla vigilia del 25 aprile. Su cui il nostro sindaco e i nostri politici di riferimento, troppo spesso divisi, talvolta su problemi di opportunismi personali piuttosto che di ideologie, farebbero bene a riflettere.

Paolo De Totero

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