Retoricamente vostro, ovvero sulla retorica del potere

L’ho praticata anche io, talvolta. C’è da giurarci, con il mestiere che ho fatto e ogni tanto  faccio tutt’ora, poi. In qualche occasione persino abbinate e strette fra loro…. metafora e retorica.

Solo che poi, quando finisci per inzupparci il pane, il rischio non è solo che tutto scivoli via, ma, anzi, che l’insieme venga ridotto in poltiglia. Magari fradicia ed anche un po’ maleodorante e sgradevole.

Perciò retorica facile e dozzinale, gettata li’ perfino anche per un buona causa, che, comunque, non sempre, tuttavia, finisce per giustificare i mezzi. E quindi il Coronavirus come una guerra, le vittime come i deceduti di qualche cosa di inspiegabile, un conflitto, appunto. Oppure il trascendente, il castigo divino. Altrimenti l’immanente dell’uomo homini lupus, del “degli altri chemmifrega”, le libertà individuali del “io sono io” a confronto con il senso di collettività. E i medici e il personale sanitario come un esercito indomito, più o meno attrezzato, come in tutte le guerre che si rispettino in cui l’Italia ha combattuto. Il personale sanitario e i medici, caduti sul campo per spirito del dovere – io oserei dire soltanto per senso della professione, per un giuramento, quello di Ippocrare”- nuovi eroi, a cui magari intitolare qualche strada per lavarci almeno un po’ la coscienza. O un ponte. Di fronte a quel sacrificio, a qualunque estremo sacrificio, che comunque, sia eroico o no, finisce per risultare sempre ingiusto. Sembravano criminali, prima, di fronte alle file di barelle  in attesa nei pronto soccorso, ora sono diventati eroi pronti a morire per il nostro diritto alla salute. Ma non è cambiato niente. A parte l’evidenza delle circostanze di un sistema sanitario malato di cui anche loro sono state vittime sacrificali. Come quel ponte crollato e ricostruito. Crollato per l’evidente stoltezza di chi avrebbe dovuto manutenerlo. Con quelle 43 vittime che pesano e peseranno per sempre sulla coscienza di uno stato imperfetto. Uccise e ancora in attesa di una qualche giustizia ritardataria.

E avanti sino alla fine del lockdown altro termine inglese di cui a torto o a ragione, Accademia della Crusca consenziente o no, abbiamo infarcito la nostra lingua e il nostro linguaggio. Già la fine del lockdown, che in italiano sarebbe la volgare quarantena. Con quel lock (chiudi) e down (sotto) – talvolta stravolto in maniera giustizialista in look (guarda) e down (sotto) – ideale, comunque, per descrivere i due mesi reclusi e segregati a guardar di sotto, sulla strada, trincerati o prigionieri, dai balconi. Con epiteti addirittura ingiuriosi per coloro che, pro domo sua, osavano tradire una sorta di inconsapevole patto sociale. Quel #restate a casa diventato altro slogan facile, facile. Già lockdown, un termine che fra qualche tempo avremo scordato, o cercheremo di dimenticare, o forse, già adesso vorremmo vedere bandito dal vocabolario,  legato, non a caso, a eventi storici sanguinosi o che avessero a che fare con il terrorismo. In ogni caso si trattava di porzioni ristrette di territorio e di un periodo relativamente breve.

Le Twin Towers

Racconta Fanpage.it: “Nel settembre 2001 sulla scia degli attacchi dell’11 settembre alle Twin Towers di New York, fu avviato un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile americano. Quattro anni dopo, nel dicembre 2005, la polizia del Nuovo Galles del Sud, in Australia, avviò un blocco della Sutherland Shire e di altre aree di spiaggia del Nuovo Galles per contenere la rivolta di Cronulla tra suprematisti bianchi e la polizia australiana. Un esempio di lockdown di un campus/scuola è stato dimostrato all’Università della British Columbia (UBC) il 30 gennaio 2008, quando è stata creata una minaccia sconosciuta e la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) ha emesso un blocco su uno degli edifici del campus per sei ore, isolando l’area. Il 10 aprile 2008, due scuole secondarie in Canada sono state chiuse a causa di sospette minacce di armi da fuoco. La George S. Henry Academy fu rinchiusa a Toronto, in Ontario, mentre la New Westminster Secondary School fu chiusa a New Westminster, nella British Columbia. Il 19 aprile 2013, l’intera città di Boston è stata chiusa e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati durante la caccia all’uomo del terrorista islamista Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, i sospettati dell’attentato alla maratona di Boston, mentre la città di Watertown è rimasta sotto il pattugliamento della polizia armata, durante ricerche sistematiche casa per casa.
Nel blocco di Bruxelles del 2015, la città è stata chiusa per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato sospetti coinvolti negli attacchi di Parigi del novembre nello stesso anno. Sempre nel 2015, una minaccia terroristica ha causato la chiusura del Distretto scolastico unificato di Los Angeles del 2015.”
Con questo lockdown 2019/2020 che spiega ancora Fanpage.it: “un protocollo di emergenza che impedisce alle persone o alle informazioni di muoversi da una determinata area per salvaguardarne la salute e, in taluni casi, la vita stessa. Che è quanto accaduto nei mesi scorsi a Whuan e nella provincia dello Hubei, in Cina, e quanto sta accadendo da noi in questi giorni. Anche se non con lo stesso grado di intensità. Di solito tale protocollo di emergenza viene avviato dalle autorità. I blocchi possono anche essere utilizzati per proteggere le persone all’interno di una struttura o, ad esempio, un sistema informatico da una minaccia o altro evento.”

Sino alle ultime polemiche montate e montanti sul grado di coercizione che ha impedito l’esercizio di alcune delle libertà individuali sancite dalla stessa carta costituzionale. Negazione su cui si sono trovate a dibattere e fare propaganda le opposte fazioni politiche.

25 marzo 2020, articolo su “Il Sole 24 Ore” di Massimo Finotto. Giusto un mese fa o poco più’. Titolo: “ Epidemia e divieti – Coronavirus: uscire di casa, tra sindrome del prigioniero e Kamchatka”, sommario: “Resistere, muovendosi negli angusti spazi resi ancora accessibili dalle ultime norme, rispettando distanze, precauzioni, limitazioni”. E la descrizione di tante situazioni comuni ai giorni nostri: “Cammino verso la farmacia. Saranno circa 500 metri, ma in ogni caso scelgo di non passare per il viale principale e più diretto. Preferisco un percorso più tortuoso, per allungare un po’ il tragitto e incontrare meno persone.

Dopo pochi passi mi supera lentamente una Panda dei Carabinieri. Ho l’impressione che rallenti. Va oltre. Io, comunque, sono tranquillo: ho in tasca l’autocertificazione e toccarla spesso mi dà sicurezza.

Auto e persone sono rarefatte 

Pochi minuti prima, ancora a casa, ho stampato il foglio ufficiale diffuso dalla Polizia e l’ho compilato barrando la casella “situazioni di necessità”, che esplicito con «medicinali, pane, sigarette». È l’ultima versione, quella con la dichiarazione di non essere positivi al Covid19 e di non essere sottoposti a quarantena. Nei giorni scorsi, durante le precedenti sporadiche uscite per le poche commissioni consentite, auto e persone erano rarefatte come dev’essere l’aria in cima all’Everest: ora sono praticamente scomparse e il silenzio è davvero surreale per essere una mattina di un giorno lavorativo. L’escalation di decreti del governo e di ordinanze regionali e comunali ha via via limitato spostamenti e sortite.

Il “bar del Bruno” termometro dell’emergenza

La misura dell’emergenza crescente ce l’avevamo già prima dei Dpcm in rapida successione: il primo step è stato entrare al “bar del Bruno” e trovare una fila di sgabelli per distanziare i clienti dal bancone. Due giorni dopo il secondo stadio: al posto degli sgabelli Bruno aveva messo dei tavolini quadrati più o meno di un metro di lato. La fase tre dell’emergenza è stata la chiusura. Da allora viviamo tutti un po’ sospesi. Ognuno senza la propria piccola routine personale.

La vita è fatta anche di piccole cose, anzi forse è fatta soprattutto di piccole cose: accompagnare la figlia a scuola e la moglie al lavoro, prendere un caffè insieme prima di salutarsi, tornare a casa a piedi, salire in auto e andare in ufficio.

Siamo passati dagli aperitivi e dalle cene con gli amici a buttare i rifiuti nel cassonetto per uscire almeno in cortile. La spesa oltre a una necessità è un diversivo, un’azione quasi trasgressiva. Il tabaccaio quello no: all’indomani del primo decreto ho acquistato una stecca di Gauloises per non correre rischi.

Una forma minima di resistenza 

Uscire è anche una parentesi minima di ritorno alla normalità, con la prospettiva che per la normalità vera serviranno ancora parecchie settimane.

Uscire è anche a suo modo una forma minima di resistenza: al coronavirus e al rischio alienazione. Non si tratta di replicare il “dilemma del prigioniero” evocato da Vittorio Pelligra in un articolo sul Sole 24 Ore. Non si tratta di “parassitare” il ligio comportamento dei più, ottenendo i “benefici” dell’aria aperta senza incorrere nei costi, vale a dire il rischio di contagio. Si tratta di muoversi negli angusti spazi resi ancora accessibili dalle ultime norme, rispettando distanze, precauzioni, limitazioni.

Un futuro da hikikomori? 

In casa c’è tutto e quello che manca puoi ordinarlo. Pure la pizza o la spesa ti portano. Sei connesso. C’è lo smart working. Potresti non uscire mai, anche senza coronavirus, e scivolare progressivamente verso lo stato di hikikomori: quello dei giovani giapponesi che si isolano dal mondo reale e vivono quasi solo una vita virtuale. Forse il destino distopico post coronavirus sarà questo e qualcuno finirà anche per sposare un ologramma, come ha fatto un trentacinquenne di Tokyo.

Mia figlia preadolescente impiega queste settimane per una sua personale “cura del sonno” che porta avanti ogni mattina da quando le scuole sono chiuse, per poi trascorrere le giornate tra lezioni a distanza, compiti, videochiamate con le amiche. L’altra sera a cena, quando mia moglie le ha chiesto se le mancassero gli amici ha risposto: «Voglio tornare a scuola», con le lacrime agli occhi.

Una finestra sulla normalità 

Uscire “sfruttando” le finestre previste dal governo, dal presidente della regione, dal sindaco, non è una forma di egoismo irresponsabile. È un piccolo spazio di normalità consentito.

Così eccomi qui, con il mio giubbotto comprato in rua do Norte, a Lisbona in viaggio di nozze 14 anni fa, che cammino verso la farmacia.

Percorro le stradine curve dei quartieri spagnoli, non incontro nessuno. Adoro questa parte della città. Passo davanti all’ingresso seicentesco dell’ospedale: è chiuso, sprangato. Prima medici, specializzandi, infermieri in bicicletta ci si infilavano a tutta velocità e con la stessa destrezza di Peter Sagan sulle strade della Parigi-Roubaix. Ora si entra solo dall’entrata principale, dall’altra parte dell’isolato.

Arrivo a destinazione, è presto e sono l’unico cliente. Le farmaciste sono protette da un vetro e bardate come i medici della terapia intensiva, con mascherine e occhialoni. Ordino, ritiro i medicinali, pago ed esco.

L’uomo con il cocker 

La farmacia non è esattamente nel quartiere dove abito, perché quella è stata chiusa proprio a causa di un caso di Covid19. Comunque, quella da cui sono appena uscito non è troppo distante e ci sono venuto perché le dottoresse sono amiche di mia moglie e lei aveva prenotato lì i medicinali. Li aveva prenotati prima delle restrizioni. Mi sto giustificando mentalmente, come fossi davanti a un inquisitore o a una commissione d’esame.

In lontananza, dal mio stesso lato mi viene incontro un uomo con un cocker spaniel: penso che assomiglia a Carlos, il cane della mia collega. Ha l’aria simpatica, anche se ho letto da qualche parte che i cocker siano feroci, a dispetto delle apparenze. Non posso fare a meno di riflettere: «Perché non abbiamo un cane? Forse ha ragione mia figlia a volerlo, se le avessimo dato retta adesso avrei al guinzaglio un lasciapassare perfetto». In ogni caso scendo dal marciapiede e cammino in mezzo alla strada, tanto di auto non ne passano.

Camminare tra le pagine di Kamchatka 

I pochi sguardi che incrocio sono sospettosi. Evocano uno scenario cui non siamo abituati, da caccia all’untore. Punto sul panettiere un centinaio di metri più avanti, aspetto il turno fuori dal negozio, entro, compro due baguette, me le infilo sottobraccio come un finto parigino pensando che saranno la giustificazione lampante alla mia presenza in strada.

Rumore zero, o quasi. Sento soprattutto qualche latrato di cane: alcuni sono confinati sui balconi, anche loro reclusi. Si eccitano quando vedono un loro simile o un passante: abbaiano come sentinelle, come oche del Campidoglio, forse per richiamare l’attenzione delle guardie.

Mentre cammino verso casa con il mio bottino in bella evidenza, da una strada laterale sbuca un’auto della polizia che procede lentamente. Mi sento come quegli studenti che cercano di passare inosservati quando il professore decide chi interrogare. La volante avanza a passo d’uomo e, non so perché, a me viene in mente Kamchatka di Marcelo Figueras, con il bambino protagonista e la sua famiglia che cercano di rendersi invisibili in una Buenos Aires oppressa dalla giunta militare di Videla.

La guerra, quella vera 

Penso, esagerando decisamente, che questa forse è la “nostra guerra”, ma subito me ne pento ricordando i racconti di mia mamma bambina, in montagna: ogni giorno 4 km a piedi per raggiungere la scuola e altrettanti per tornare a casa, e la paura ogni volta che i partigiani nascosti tra gli alberi sotto la strada la chiamavano per darle un biglietto con l’elenco delle cose di cui avevano bisogno da consegnare a mio nonno, che gestiva una cooperativa alimentare: «Paga Moscatelli» le dicevano. Moscatelli, “Cino”, era uno dei comandanti delle Brigate Garibaldi nel Nord Italia. Non so se abbiano mai pagato davvero, ma non importa. E la paura, di mia mamma, ancora più grande quando veniva affiancata da un camion di tedeschi che le chiedevano dove andasse, se fosse una spia dei partigiani, se li avesse visti. E il sollievo quando si allontanavano senza risultati, lasciandole delle gallette quasi per scusarsi. Mia madre ora vive a 65 km da casa mia, è anziana, piena di acciacchi, fatica a muoversi, non sa cosa sia skype e ignora l’esistenza di whatsapp o dei social: non ci vediamo da settimane a causa di questa specie di coprifuoco, ci sentiamo ogni tanto al telefono.

Polizia e baguette 

L’auto della polizia, intanto, si avvicina. Magari uno dei due agenti ha notato le baguette, magari gli stanno antipatici i francesi in questo nuovo clima di libertà sospese misto a un rigurgito di nazionalismo. Magari decide di controllarmi. Ok, tanto se mi fermano ormai sono nel “mio” quartiere e ho anche i medicinali. Però potrebbero notare lo scontrino e lo scontrino è di una farmacia distante. So per certo che un collega è stato fermato mentre era al bancomat e i militari hanno voluto vedere l’autocertificazione e conoscere il tragitto nel dettaglio e accertarsi che non avesse deviato dal percorso più breve e fosse semplicemente “in giro”.

I poliziotti mi affiancano, proseguono, vanno oltre. Sono quasi a casa: forse la vita da hikikomori ha dei vantaggi. Ma io voglio tornare al lavoro”.

Ecco è ed e’ stato esageratamente tutto così’, amplificato con quella data, il 25 aprile in cui ricorre la Liberazione dal nazifascismo, accostata a torto o a ragione, con la fine di questo maledetto lockdown, con i medici, in trincea negli ospedali e nelle rianimazioni, con il personale sanitario a cui fare riferimento come i “nuovi partigiani” in lotta per ridarci la libertà, o con quel branco di politici arruffoni, o forse no, accostati ai padri della patria del CLN. Potere dello storytelling, tanto abusato in politica e sui social. Mentre si avvicina il primo maggio in cui, per ironia della sorte, ricorre la festa del Lavoro per chi è alle prese con problemi di sussistenza e il lavoro rischia di perderlo.

Mentre assistiamo allo scontro, l’un contro l’altro armati, dei politici che, tutti protesi e con la mente a future elezioni regionali e forse nazionali, furoreggiano strizzando l’occhio a questa o a quell’altra categoria, nell’ eterna guerra dei poveri che mette l’uno contro l’altro gratificati ed esclusi. Dai gestori dei bagni ai pubblici esercizi, dai parrucchieri agli altri artigiani e lavoratori in proprio, dai calciatori, dagli sportivi ai runner, ai camminatori, agli escursionisti anonimi, fino ai gestori dei maneggi.

Con il tricolore ai balconi, l’inno di Mameli, Bella ciao, sino alle tombolate con i numeri estratti e comunicati gridando e amplificati dai terrazzi. Con chi gira su se stesso sul terrazzo, mettendo in scena un rituale onirico per sgranchirsi le gambe, e chi va a correre. Ognuno per se stesso e poco, troppo poco, con il, senso degli altri.

Diceva qualche giorno fa il filosofo Massimo Recalcati, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, che il più alto senso di libertà è la solidarietà.

Spiegava l’estinto Luigi Pintor, politico di sinistra ed ex partigiano in “Servabo”, “La pace”: “….Non ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri, come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l’avevano nobilitata e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre eguale.
Ero stupito che la normalità riproducesse così velocemente, con le stesse abitudini, anche gli stessi vizi. Ora non c’erano tante divise, tutti indossavano abiti indistinti ma la diversità dei destini, quella divisione in due tra superiori e inferiori che si vede così bene nella guerra, riappariva identica sotto le forme della civile convivenza. Chi tornava a comandare nelle nuove istituzioni aveva gli stessi connotati dei predecessori, chi tornava a ubbidire nella vita quotidiana conosceva le stesse umiliazioni, i più forti e i più deboli tornavano a recitare la stessa parte senza varianti.
Strana e subitanea metamorfosi, la gente non aveva più nello sguardo quella domanda e quell’offerta di solidarietà che trasmetteva tacitamente nei giorni della sofferenza. Ora un desiderio di rivalsa animava ciascuno contro l’altro, ciascuno alla ricerca della sua parte di bottino, nella grande fiera che imparerò a chiamare capitalismo, dove miseria e abbondanza e ogni genere di mercanzia sono in perenne compravendita. E anche le nuove passioni della politica, i discorsi accalorati, la suggestione dei capi e dei simboli avevano un debole suono a paragone dei fragori di guerra ch’erano nell’aria.
Su questo sfondo anche le cose più semplici, quelle più private e intime, mi apparivano sbiadite e gracili, disperse e inafferrabili. La casa, i libri, gli oggetti, le conversazioni domestiche, le storie e i ricordi facevano parte di un ordine decaduto che non ammetteva restauri ma pretendeva di essere, chissà come, completamente reinventato…” . Già “Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe…
Strana e subitanea metamorfosi, la gente non aveva più nello sguardo quella domanda e quell’offerta di solidarietà che trasmetteva tacitamente nei giorni della sofferenza…… le storie e i ricordi facevano parte di un ordine decaduto che non ammetteva restauri ma pretendeva di essere, chissà come, completamente reinventato…”

E fra metafora e retorica sono questi due termini che dopo questa esperienza, che molti assimilano a una guerra sottile, per il futuro immediato mi sentirei di condividere… “reinventare” e “solidarietà”. Perche’ anche la melassa va smaltita, prima o poi, con l’identica pratica di chi vive sperando…

Paolo De Totero