Marco Polo e “Il Milione”, un best seller nato a Genova

Lamba Doria

È iniziata l’estate dell’anno del Signore 1298. Siamo a Portovenere e la flotta genovese parte verso sud. A comandare la navigazione è Lamba Doria, appartenente alla prestigiosa famiglia. Un uomo al quale erano già stati affidati dalla Repubblica Genovese vari incarichi, fra cui il seguito durante il passaggio a Genova di Carlo II. Fu proprio Lamba ad avere ragione dei conti di Ventimiglia, costringendoli alla cessione del Castello di Roccabruna, riuscendo in un’operazione che era fallita a Carlo I d’Angiò. Le imbarcazioni sotto la sua guida si spinsero quell’anno fino a Messina, da cui ripresero la navigazione verso il Mare Adriatico. Ma una violenta tempesta disperse le imbarcazioni genovesi, le quali si ricongiunsero in navigazione nell’approdo di Antivari, nell’attuale costa del Montenegro. Lamba Doria proseguì la sua navigazione senza attendere le imbarcazioni rimaste in coda e schierò le sue galee ancorandole fra l’isola di Curzola e la  terraferma, dopo avere devastato la costa e praticamente svuotato l’isola dalla popolazione .

Curzola

A Curzola (Korcula in croato) quel giorno del  1298 la flotta genovese ottenne  uno dei maggiori successi bellici della sua storia contro Venezia. Era l’8 settembre e genovesi stavano per avere la peggio, ma l’astuto ammiraglio Doria aveva 15 galee supplementari in mare aperto, di cui i veneziani non sapevano niente. Presi alle spalle, alla sprovvista, ormai quasi certi della vittoria, soccombettero allo strapotere genovese. Furono affondate 66 navi nemiche, catturate 18, uccisi 9.000 veneziani e fatti prigionieri 7.500 marinai. L’Ammiraglio veneziano, Andrea Dandolo, che fra l’altro aveva un maggiore potenziale di navi, venne catturato e morì durante il viaggio verso Genova.  Fu il 6 ottobre, il giorno del ritorno, un giorno di trionfo per Lamba, al quale il Comune donò come premio il palazzo di piazza San Matteo numero 15.

Ma altro fu il suo vero trofeo. Fra i prigionieri di questa disfatta della flotta veneziana c’era un certo Marco Polo, che fu tradotto e incarcerato nelle segrete di  quello che oggi si chiama Palazzo San Giorgio, a Piazza Caricamento.

Palazzo San Giorgio

Marco Polo venne trattato  “con i guanti bianchi” durante la sua detenzione nelle carceri genovesi. Una detenzione  di sette mesi che forse sarebbe più giusto definire “un soggiorno”. Il racconto de “Il Milione” sarebbe avvenuto oralmente nel corso di questi sette mesi e trascritto dal compagno prigioniero Rusticiano o Rustichello da Pisa, anch’egli miracolato da un trattamento di tutto rispetto, egli stesso in prigionia per un’altra vittoria genovese sui mari, quella della Battaglia della Meloria (1284).

Rustichello da Pisa

Mentre migliaia di suoi fratelli pisani morivano nelle segrete di Genova in una situazione di prigionia durissima, al Rustichello non parve vero.  Così ci racconta il veneto Ramusio  : “Era precorsa nella città (Genova) la fama delle grandi virtù di Marco, del viril modo con cui aveva combattuto, dei suoi portentosi viaggi, e sebbene non fosseli restituita la libertà, non come prigioniero, ma come un caro ospite fu tenuto. Per vedere ed udire uomo tanto raro, concorse alla sua prigione tutta la città. Ognuno era avido di sapere le cose meravigliose da lui vedute, e costretto più fiate a doverle ripetere in un giorno, lochè davagli tedio e molestia, fu consigliato da un nobile genovese suo amico, di porre in iscritto la relazione del suo viaggio, ed avuto agio di far venire da Venezia i suoi memoriali e scritture in quell’anno stesso, la dettò in francese ad un pisano detto Rustichello, compagno del suo infortunio”.

È proprio la testimonianza del Ramusio a collocare in Palazzo San Giorgio il veneziano Marco e il pisano Rustichello, che era già noto come compositore di scritti in francese e che probabilmente apparteneva alla classe notarile. Il testo originale venne scritto sotto dettatura in lingua francese ma con molti influssi del dialetto veneto o comunque sempre ricco di venature popolari. Lo scritto originale non fu mai trovato. Molte delle sue opere nella firma sono accompagnate dal prefisso “maistre” che era normalmente attribuito ai notabili ma probabilmente quello che fece il Rustichello, essendo originariamente autore di romanzi , fu di “colorire” la storia col massimo di aspetti avventurosi.

Ben sessantasette dei capitoli hanno caratteri storici, anche se l’impostazione del testo è quella di un manuale di mercatura che però sovente, grazie alla penna del pisano, sfugge a questo stilema. Uno dei testi esistenti più fedele all’originale è custodito alla Biblioteca Nazionale di Parigi con il titolo “Libro delle Meraviglie” (Livre des Merveilles). È facile immaginare la genesi “orale” del testo. In Genova si era sparsa la voce della presenza di Marco Polo ed era all’ordine del giorno la presenza a palazzo, quello che avrebbe dovuto essere una prigione, di gente che voleva incontrarlo o comunque assistere alle narrazioni.

Amanuense

Travagliata la stesura e i rimaneggiamenti del testo nel corso dei secoli. In particolare appartenenti del clero, in una loro rilettura, operarono delle omissioni di parti poco gradite alla Chiesa (vedasi la versione in latino di Fra Pipino da Bologna) e altre che invece vennero approntate come guide per mercanti in Oriente. A torto in ambo i casi, perché oltre a non rispettare lo spirito originario del testo si è dato per scontato che il giovane Marco, insieme al padre e allo zio, abbia visitato i percorsi d’Oriente come semplice mercante, mentre la storiografia più recente ci parla di tre emissari papali che si recarono alla corte del Gran Khan. Certo, la famiglia che tornò  in quel di Venezia dopo ben venticinque anni con una ricchezza considerevole ma, soprattutto, con la stima guadagnata da Kubla Khan, un sovrano tanto interessato al cattolicesimo da fargli ritenere in certi momenti che la cultura cattolica e occidentale in genere fosse superiore alla propria.

Kubla Khan

Kubla Khan fece di Marco Polo il suo fidato referente verso Occidente.  Eppure non è semplice ricostruire la figura di Marco Polo. Poco si sa della sua famiglia se non che fu da generazioni insediata in Sebenico (Dalmazia). Nulla si sa di lui negli anni precedenti la sua presenza per l’Oriente, il periodo 1254 – 1271, ed anche gli anni dopo la liberazione (1295 – 1324) sono biograficamente oscuri. Se vi fu un merito nei racconti de “Il Milione” fu di traslare la realtà orientale da mito a storia, grazie alle descrizioni accurate sul livello di avanguardia nell’estrazione dell’oro e del carbone, nella tessitura della seta, e nell’utilizzo della pirite. Tanto originale da fare di questo testo un vero e proprio successo editoriale planetario, pur con i distinguo pocanzi evidenziati. Lo stesso Cristoforo Colombo si prese la pena, prima di intraprendere i suoi viaggi transoceanici, di leggere e vagliare con le competenze del caso questo testo. Per la prima volta una realtà come quella orientale si fa più vicina e si dischiudono le porte di un mondo affascinante ma temutissimo che per secoli fece ritenere alla credenza popolare, ma anche ai dotti, che ad Oriente esistessero civiltà come quella tartara (a volte identificati con l’Anticristo) che avrebbero potuto distruggere la civiltà occidentale. I genovesi, acerrimi nemici dei veneziani, avevano già vagliato l’appetibilità dei mercati orientali  e il 25 luglio del 1261 avevano posto verso i confini orientali un punto fermo con la riconquista di Costantinopoli grazie a Michele Paleologo. Il passaggio verso Est restava però prerogativa del nemico, con piste come la “Via Tartara”, la “Via delle Spezie” e la “Via della Seta”.
Genova, con Marco Polo, aveva fatto suo un piccolo spazio di questo mondo. Al termine della prigionia, alla firma della pace di Genova con Venezia, il celebre Marco ritornò a Venezia, dove ad attenderlo c’era una nobile, tale Donata Badoer, con la quale si sposò e visse per vent’anni avendo tre figlie di nome Fantina, Bellela e Moreta. Val ben la pena di citare parte di un aneddoto dell’“Imago  mundi seu Chronica” di Jacopo d’Acqui che ben ci dice da quanta invidia fosse contornato il nostro personaggio. Si scrive della battaglia fra genovesi e veneziani e di questi ultimi “…dopo forte battaglia, furon sbaragliate; tutti gli occupanti risultarono uccisi o prigionieri. Fra loro fu catturato anche Messer Marco di Venezia, che accompagnava quei mercanti, noto come Milione (vale a dire ricco di mille migliaia di lire), che è il suo appellativo corrente in Venezia. Questo messer Marco Milione veneziano, con altri prigionieri fu condotto nelle carceri di Genova dove restò per diverso tempo. Era stato con il padre e con lo zio in Tartaria, dove molto vide ed imparò, essendo persona valente, e pure si arricchì. Durante la prigionia genovese stese l’opera sulle meraviglie del mondo, cioè su quanto vide. Ha registrato meno di quanto ha visto, causa le malelingue, sempre pronte a riconoscere in altrui i bugiardi e a definire falso ciò che essi stessi sono incapaci di credere o capire. Codesto libro è chiamato del Milione sulle meraviglie del mondo. Ora in esso son contenute notizie mirabolanti e quasi incredibili; per cui gli amici chiesero all’autore morente di emendare la sua opera, e togliere ogni eccesso. E la risposta fu: non ho scritto neppure la metà delle cose che ho visto…”

CHI È MAURO SALUCCI
Mauro Salucci è nato a Genova. Laureato in Filosofia, sposato e padre di due figli. Apprezzato  cultore di storia, collabora con diverse riviste e periodici. Inoltre è anche apprezzato conferenziere. Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive di carattere storico. Annovera la pubblicazione di  “Taccuino su Genova” (2016) e“Madre di Dio”(2017) . “Forti pulsioni” (2018) dedicato a Niccolò Paganini è del 2018 e l’ultima fatica riguarda i Sestieri di Genova

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