Corrida elettorale

Faccio un gioco cretino, lo ammetto… uno di quei giochini in voga quando si frequentavano le medie. Quelle inferiori, perché poi passato alle superiori, magari, sfottere sul cognome con annessi stravolgimenti letterali poteva persino sembrare un po’ da bullo. Eggià chi ci stava a farsi storpiare il cognome, con annessi e connessi… e battutine e lazzi e sorrisetti. Anche se, lo ammetto, il mio si prestava benissimo. De Totero era sempre, volontariamente o meno, Del Torero…. o De Torero. Da cui l’invito implicito a “matare” il toro o a prenderlo per le corna. Per cui al termine di questa pantomima almeno un…olè era d’obbligo. E mi è successo persino di rispondere così all’arbitro dei campionati giovanili che prima della partita faceva l’appello negli spogliatoi leggendo la distinta. Per cui quando sbagliavano, al Del Torero, l’olè da parte mia scattava spontaneo. Con risate generali dei compagni di squadra fra il disappunto dell’arbitro. Dopo qualche volta mi spiegarono che il mio spirito di patata finiva per predisporre malamente gli arbitri nei confronti della mia compagine.

Perciò nessuno deve prendersela per il giochino cretino applicato alla prossima tornata elettorale. E ai prossimi, potenziali, futuribili, candidati. Tanto più che se non ci fossero nomi e cognomi su cui giocare ci sono, utilizzabili, anche soprannomi e pseudonimi.
E, come se non bastasse,  ci sono da prendere in considerazione anche gli slogan su cui le coalizioni e i gruppi spingeranno. I simboli, i colori. Tutto a suggerire, i millesimi, programmi e promesse che al momento, comunque, latitano. Perché hanno un bel dire incontriamoci sui programmi, discutiamone. Poi, come fosse un bell’abito, o un bel film, troviamo l’interprete adatto. Per contraddirsi, in seguito, ogni volta. Insomma i nomi prima di tutto in una campestre in cui ogni candidato deve superare ostacoli e fuoco amico.

Matteo Bassetti

Ma andiamo con ordine, su Giovanni Toti è stato detto tutto, di più, e il contrario di tutto. Con quel suo amore sconfinato per Matteo. Ma no…né Renzi e tantomeno Salvini. Il suo uomo del momento è il prof. Bassetti, salito all’onore della cronaca per quel suo: ”Sarà una semplice influenza…. forse qualche cosa di più”.
Eggià l’ottimismo è il sale della vita. Solo che poi irrevocabilmente arriva la prima legge di Murphy a scompigliare, almeno un po’, le previsioni. Per chi non la conoscesse l’assioma dice testualmente: “Se qualcosa può andar male lo farà”. Con tanto di annessi e connessi: “Se qualcosa può andar male…. tranquilli… andrà peggio”. Che poi non è altro che una versione del nostrano …. “Al limite non c’è peggio”.
Dicevo di Matteo Bassetti, giovane medico con il debole per le cravatte. Tanto da prestarsi come estemporaneo testimonial. Ma lo ha fatto anche per le sanificazioni dei locali.
Dannati influencer. A loro basta conquistarsi uno spazio nella percezione collettiva. Ed è fatta. Come un Fedez, una Feragni, un Leone qualunque. Quasi non sei più padrone della tua vita. Così Bassetti, viene accompagnato a Toti nella gestione di questa Pandemia. Personaggio con tanto di inserti sul secolo XIX. Tanto che qualcuno li targa come “la strana coppia”. Per Il virologo si schiudono le porte della politica. E qualcuno lo indica perfino come il probabile futuro, futuribile, assessore alla sanità. Giusto così, forse, lui la pandemia l’aveva debellata sin dall’inizio. Anzi nemmeno si era accorto che potesse arrivare.

Sonia Viale

Ma così potrebbe essere se vi pare. Forse la sua antesignana, esponente della Lega, Sonia Viale… era data da tempo sul viale del tramonto. Durante il suo incarico e in mezzo a tutta la pandemia  si diceva, fra il serio e il faceto, che mai la sanità ligure fosse caduta così “in bassetti”.
Perciò, “Cambiamo”, che poi è lo slogan/manifesto elettorale del buon Giovanni Toti, immemore, forse, del Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa e di quel “Tutto cambia perché nulla cambi“. Che potrebbe essere riproposto benissimo, ai giorni nostri, in campagna elettorale rivisitato in …. “Toti Cambiamo, perché nulla cambi”. Che poi lui, fra red carpet, ombrellini, mascherine, tamponi, ponti e passatoie, con ricchezza di comparsate è convinto di aver amministrato bene. Anzi, benissimo. Eppure…. “Cambiamo”. Che poi la prima legge di Murphy dovrebbe sempre essere tenuta nella massima considerazione.

Silvio Berlusconi

Pensate: solo un anno fa aveva dato per scontato il cambio di passo, il salto a piè pari del suo mentore, oltre il suo mentore, l’anziano telecavaliere Silvio Berlusconi, rinnovando un movimento/partito monolitico. Una scossetta e tutta la plastica di supporto si sarebbe dovuta incrinare e crepare. Perciò prima “l’Italia in crescita!” claim poi registrato come simbolo. Raccontava “La Repubblica” del 18 giugno del 2019: “La dicitura ‘L’Italia in crescità, che presto sarà parte integrante di un vero e proprio simbolo con una sua veste grafica, è stata depositata l’11 giugno scorso presso l’Uibm (Ufficio italiano brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo economico) dal deputato bergamasco Stefano Benigni, totiano della prima ora. L’obiettivo è convincere l’elettorato di Forza Italia e tutti gli azzurri stanchi dell’attuale gestione del partito, a lasciare Silvio Berlusconi per un nuovo progetto e trasformarsi nella seconda forza della futura coalizione di centrodestra a trazione Lega”. 

Poi però, ancora una volta, Murphy ci ha messo lo zampino. Liti al calor bianco con Berlusconi, ma soprattutto l’inciampo di Salvini con uscita dal governo e fine dell’esecutivo verdeoro e nascita di quello giallorosso con secondo mandato per il professor Giuseppe Conte. Toti costretto a risalire la corrente, a cambiare nome…. “Cambiamo” appunto. Con tanto di partecipazione alle regionali in Emilia Romagna e risultato molto deludente. Cambiamo, perciò, per tornare in retromarcia fra le braccia rassicuranti di Don Silvio, mettere da parte i sogni di gloria, e puntare più concretamente almeno alla riconferma in Regione.

Un’ultima annotazione: pensate quanto sarebbe suonato beffardo quell’ ”Italia in crescita” quando si andrà a votare, a luglio o un po’ più in là, con il Paese in default che si interroga su una possibile ripresa e sull’economia della nostra regione ridotta in ginocchio dalla pandemia. Perciò meglio “Cambiamo” che vuol dire tutto e niente. In peggio? In meglio? Murphy avrebbe già la sua risposta.

Alice Salvatore

Eppoi, passando ad altro gruppo, c’è Alice Salvatore. La prima a scendere in campo contro Toti. Fino ad ora l’unica. In fondo lo dice la parola stessa di cui lei ovviamente si è fatta portatrice. Alice, dal paese delle meraviglie a quello che faticosamente cerca di uscire dalla pandemia. E dovrebbe esse lei a salvarci, magari anche immolandosi sulla croce. Perciò, dritto per dritto, lei rompe gli indugi e si candida. È stata o non è stata la rappresentante in Regione dei Cinque Stelle? Vabbe’ c’era quel giochino ignobile dei consiglieri che ogni tanto si scambiavano le parti. Alice è stata l’antagonista di Toti e quindi la prima capogruppo. Poi, a distanza di settimane, non ti raccapezzavi più. Parlava per il gruppo, per se stessa, per Beppe Grillo, per Di Maio, o per Fico? Persino per Dibattista? I dolori dell’antipolitica. Tutto cambia perché nulla cambi, o, invece Se una cosa può andare male finirà per andare addirittura peggio?”. Non ti ci raccapezzi più. Capogruppo o portavoce per un giorno o per una settimana?”. Voce narrante o protagonista delle scelte politiche? Ma loro in fondo sono un movimento. Perciò movimentano.

Quindi Alice rompe gli indugi e si candida. Poi però sopraggiunge il “contrordine compagni”. Nel senso che i Cinque Stelle sembrerebbero disposti a provare a rinverdire anche in Liguria i successi (si fa per dire) della coalizione giallorossa al governo. E Alice, con tempra garibaldina risponde “obbedisco” ai voleri della piattaforma Rousseau. La maggioranza pentastellata vuole così. Che si vada a trattativa con i nemici di una volta, quelli del Pd. Oltretutto a livello locale non è che corra buon sangue. Il vate, o l’ElevatoBeppe, un tempo riferimento della salvatrice, pardon Salvatore, non gliele ha mai  risparmiate. Né ai rappresentanti nazionali di una volta, da Bersani a Letta, da Renzi a Gentiloni. Né ai padri padroni liguri. Da Burlando alla Paita. Che poi è come dire da Burlando a Burlando.

Ferruccio Sansa

Così contrordine compagni e spazio alle trattative. Spunta il candidato buono per l’occasione, che racchiude in se l’anima dei CinqueStelle e quella della sinistra più radicale. E forse anche quella del Pd. Magari anche quella di coloro che da tempo manovrano nei “caminetti”. A cui, detto per inciso, non le ha mai mandate a dire. Anzi le ha sempre scritte, nero su bianco, visto che nella vita di tutti i giorni fa il giornalista. Alice mette da parte il paese delle meraviglie e si blocca. Fa il passo indietro. Ubbidisce a Rousseau. Si tratta. Si dibatte su Ferruccio Sansa. Giornalista de “Il Fatto Quotidiano” diretto da Marco Travaglio. E la scelta, e le trattative, manco a dirlo, si fanno travagliate. Dal buen ritiro di Sant’Ilario Sansa scalpita. Vorrebbe bruciare le tappe ed entrare in una campagna elettorale in cui il centro destra, la controparte, ha già investito parecchio, godendo di un ponte da ricostruire e di rituali conferenze stampa per illustrare le norme del distanziamento sociale e le contromosse ber battere il Covid-19. Con un occhio all’economia disastrata della Liguria e a una futura possibile rinascita. Per non deludere i potenziali elettori, già agonizzanti dopo il lockdown. Sansa Cerca di spingere, lo appoggia, con tanto di raccolta di firme la comunità di San Benedetto, quella di Don Gallo.

Luigi Ferraro

Solo che nell’apposita commissione il Pd gioca a nascondino. E, come se non bastasse, ci si mette pure la querelle avvelenata del porticciolo di Nervi dedicato all’ex repubblichino della X Mas, Luigi Ferraro. Il Pd in Comune rivolge la domanda delle cento pistole al sindaco Marco Bucci su “fascismo e antifascismo”. La polemica si infiamma e neanche a farlo apposta dagli armadi comunali esce lo “scheletro” di una delibera del 1994 in cui a quello stesso Ferraro viene conferita la cittadinanza onoraria. A proporla in Sala Rossa, votarla e farla approvare è il gruppo di Rifondazione Comunista e lo stesso sindaco di allora. Neanche a farlo apposta Adriano Sansa, ex pretore d’assalto, ex magistrato e padre del Sansa che adesso si propone come candidato del centro sinistra.  Tempi bui per la politica con il passaggio dalla prima alla Seconda Repubblica, la discesa in campo di Berlusconi e Tangentopoli e gli arresti eccellenti agli onori della cronaca di tutti i giorni.

Qualcuno di fronte allo “scheletro “ riesumato parla di polpetta avvelenata, altri di fuoco amico. Mentre il Pd continua a valutare. Sansa, il figlio, pretenderebbe una decisione, finalmente. Eppero’ il pantano diventa sabbie mobili. I candidati alternativi, il rettore Paolo Comanducci e il docente universitario Aristide Fausto Massardo, già in campagna elettorale, riprendono fiato. Spuntano altri nomi, il docente universitario Maurizio Conti e Nicola Morra, senatore pentastellato. Insomma, in fin dei Conti, una Morra cinese. Al grido…. “Chi è Sansa peccato scagli la prima pietra”.

Paolo Putti

La Salvatrice, pardon la Salvatore, riesce dall’aventino e torna in campo. Manco a farlo apposta fonda il suo gruppo politico, “IlBuonsenso”, da contrapporre a “Cambiamo” e al centro sinistra. Piuttosto che non correre, rinunciando alla possibilità di rinverdire la sua carriera politica in Regione, meglio esserci in qualche modo. Già “Buonsenso” per non farsi bruciare. Così giovane, poi. Sarebbe interessante enumerare i fuoriusciti dal movimento di Beppe Grillo nel breve periodo. A memoria, Paolo Putti e Marika Cassimatis. E ancora qualche consigliere regionale del gruppo della Salvatore. Quattro su sei. Francesco Battistini esule e fondatore insieme a Gianni Pastorino di “Linea Condivisa”, nel 2017. Poi Gabriele Pisani, che passa in maggioranza come capogruppo di Liguria Popolare. Restano Fabio Tosi e Andrea Melis. Infine sbatte la porta Alice Salvatore che se ne va portandosi dietro in “Buonsenso” anche Marco De Ferrari. Già Buonsenso, chi più ne ha più dovrebbe mettercene.

Maurizio Mannoni

E finalmente, dopo tante defezioni, un sussulto quando il coma da piatto sembrava praticamente irreversibile.

Nel Pd e non solo si parla con una certa insistenza di Maurizio Mannoni, giornalista di RaiTre, originario di La Spezia. Sarebbe emblematico un duello fra giornalisti, proprio mentre ci si interroga sui dubbi confini fra caomunicazione/propaganda politica e informazione. Eggià comunque Mannoni nel giro di qualche ora prima si dice gratificato, poi va in “Testa coda” e si sfila. Fa un passo so di lato, dicendosi disponibile per le elezioni comunali della Spezia. Una contromossa, quella di presentare Mannoni attribuita a Claudio Burlando con l’eventuale candidatura da sottoporre a Claudio Scajola, ex ministro dell’interno, quando il professore e giuslavorista  Marco Biagi venne assassinato da un commando terrorista delle Nuove BR ed etichettato come “Un rompipalle”. Scajola, per gli amici, o anche no, “Sciaboletta”, in omaggio alla corporatura rilevante e all’altezza non apprezzabile,  sindaco di Imperia, in posizione critica verso Berlusconi e Toti, con possibile appoggio del suo potentato elettorale del ponente ligure al candidato spezzino.
Già i due Claudii, (etimologicamente, il nome Claudio è basato sul latino claudus, che vuol dire “zoppo”, “claudicante”, “storpio”, anche se alcune fonti tentano una connessione al sabino clausus  cioè “illustre”, “famoso”). Insomma i Claudii che proprio Ferruccio Sansa accusò a più riprese della responsabilità delle colate di cemento e della spartizione della nostra regione durante il loro periodo di potere. Si accorderanno come nei (bei?) tempi che furono? Torneranno in pressing sul giornalista di RaiTre, riuscendo nell’intento di fargli cambiare nuovamente idea. Peccato, però. Perché Il titolo, eventualmente ce l’avevo già sulla punta della lingua…. “Le Mannoni sulla Liguria”. Con eventuale postilla. Vedi la prima legge di Murphy.

Giona (alias Paolo De Torero)

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