Caporalato e razzismo, 52 arresti tra Cosenza e Matera: “Le scimmie le mandiamo là”

Cosenza – Tutto inizia con un furgone che percorre la 106, la Statale Jonica, con a bordo sette braccianti diretti dalla Calabria alla Basilicata.
Parte da qui, tra pedinamenti, intercettazioni e localizzazioni GPS, l’indagine della Guardia di Finanza di Cosenza che ha smantellato 14 aziende agricole che facevano caporalato nelle campagne tra Cosenza e Matera.
Oltre 200 i braccianti reclutati e portati nei campi sui furgoni, senza dispositivi di protezione individuale, costretti a turni massacranti, in condizioni di lavoro degradanti e sottoposti al razzismo dei caporali che, si sente nelle intercettazioni, li chiamavano “scimmie”.

Due le organizzazioni criminali smantellate e 60 i soggetti coinvolti: per 14 si sono aperte le porte del carcere, 38 sono finiti ai domiciliari, mentre per 8 è scattato l’obbligo di firma.
Sequestrati, oltre alle 14 aziende agricole, anche i 20 automezzi usati dai caporali per il trasporto, il tutto per un valore che arriva agli 8 milioni di euro.
Tra gli indagati anche un funzionario comunale di Rossano Calabro, che forniva alle aziende documenti di identità e certificati di residenza falsi, in modo da agevolare l’assunzione fittizia dei lavoratori sfruttati che venivano assunti con contratti di lavoro fasulli.

Per tutti le accuse sono quelle di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Grazie a “matrimoni di comodo”, infatti, le organizzazioni ottenevano permessi di soggiorno per ricongiungimento familiare che sfruttavano per far arrivare dall’estero manodopera da impiegare nei campi. Le nozze venivano organizzate presso il Comune di competenza e, nel giorno stabilito, con la compartecipazione di testimoni fittizi, aveva luogo un matrimonio che, decorsi i termini di legge, veniva sciolto prima con la separazione e poi con il divorzio.

Simona Tarzia

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