Tribunale Penale di Palmi

Processo Alchemia: le amnesie di un Carabiniere

Sono 1219 i chilometri che separano Borghetto Santo Spirito da Palmi, in Calabria, dove da oltre due anni si sta celebrando “Alchemia”, il processo alle presunte cosche insediatesi nel savonese. Troppi per una regione che non vuol sentir parlare di ’ndrangheta e per una dirigenza politica e culturale che preferisce glissare e parlare della stagione turistica in arrivo.

Eppure il processo, indipendentemente da quello che sarà il suo esito finale, riserva degli spaccati interessanti, degni d’essere seguiti.

Alla sbarra, l’imputato principale è Carmelo Gullace, indicato da più fonti investigative quale capo nel Nord-Ovest della cosca Raso-Gullace-Albanese, alleata con i Piromalli di Gioia Tauro. Accanto a lui la moglie, Giulia Fazzari e i cognati, Rita Fazzari e Roberto Orlando, tutti impiegati nelle aziende di movimento terra di famiglia, tra cui le ultime due attive (Samoter e Gierre) oggetto di provvedimento interdittivo del Prefetto di Savona già dal 2015.

A loro difesa Giulia e Rita Fazzari, insieme a Roberto Orlando, hanno chiamato a testimoniare (attraverso l’acquisizione di un verbale di assunzione informazioni da parte dell’avvocato difensore) l’attuale comandante della stazione dei Carabinieri di Imperia, il Maresciallo Maggiore Paolo Gianoli, per anni in servizio a Borghetto Santo Spirito. Lo scorso 9 giugno Gianoli fa mettere a verbale di non ricordare assolutamente condotte illecite messe in atto dai tre e, visto il ruolo che ricopre, la sua testimonianza può essere considerata “di peso”.

Il problema risiede, però, nel fatto che il 20 febbraio del 2006, richiesto di reperire dettagliate informazioni su Gullace, lo stesso Gianoli scriveva: “La moglie, Fazzari Giulia, è titolare, con la sorella Rita, dell’impresa CO.MI.TO. s.r.l. che si occupa di opere stradali ed urbane, persona di polso, si ritiene abbia nell’epoca di latitanza del Gullace mantenuto i collegamenti con ‘la famiglia’ nell’ambito della criminalità organizzata”. Che è cosa certamente diversa dal dire che “sulle sorelle Fazzari ricordo solamente delle reciproche denunce con il fratello Rolando (che si è staccato dalla famiglia, ndr) – e – non mi risultano né querele, né esposti, né tantomeno segnalazioni di altri imprenditori della zona”, come avviene invece nella testimonianza resa pochi giorni fa.

Anche la figura di Carmelo, detto Nino, Gullace assume una diversa importanza nei due documenti.
In quello del 2006, centrato sulla sua figura, Gianoli scriveva: “Il Gullace risulta gravato da numerosi precedenti penali e di polizia, per reati contro il patrimonio e la persona, associazione a delinquere di stampo mafioso, porto abusivo di armi da fuoco, per lo più commessi in gioventù. Ha vissuto un lungo periodo di latitanza all’estero, in Francia, ove veniva tratto in arresto a Cannes il 14/03/1999. In seguito alla scarcerazione avvenuta il 12/09/2003 veniva sottoposto alla misura dell’obbligo di dimora… è ritenuto essere il capo della cosca Gullace-Raso-Albanese di Cittanova (Rc), contrapposto ai Facchineri. I due sodalizi sono da anni coinvolti in una faida che ha provocato una lunga serie di omicidi. Lo stesso Gullace è stato condannato e successivamente assolto per omicidio e sospettato di essere mandante ed esecutore di altri omicidi”.

Nella testimonianza resa pochi giorni fa la storia diventa: “So che (Gullace) aveva dei precedenti di polizia ed era soggetto per così dire ‘attenzionato’ … Aveva riportato condanne anche gravi: ricordo lunghi periodi in cui era stato sottoposto a misure limitative della libertà personale”.

Insomma, un’amnesia tale che la parte civile ha fatto richiesta di sentirlo in aula ma, a questo punto, le difese delle sorelle Fazzari hanno rinunciato al teste.
E non sarebbero queste le uniche ombre sulla testimonianze del Maresciallo Maggiore.

Su facebook ognuno può avere le amicizie che crede e spesso non sa neanche chi siano. Però ci si chiede se è opportuno che un Maresciallo Maggiore accolga alcune persone fra le proprie “amicizie” o se si possa permettere il lusso di farlo senza valutare chi ammette, come fosse un civile qualsiasi. Fra le amicizie virtuali del Maresciallo Maggiore Gianoli troviamo il già citato Roberto Orlando, cognato di Gullace, già oggetto di ritiro del porto d’armi e del sequestro di molteplici armi, anche lui a processo nel procedimento Alchemia e pertanto da considerarsi innocente fino a prova contraria.

Un’altra frequentazione virtuale di Gianoli risulta essere Domenico Mimì Senatore, che da una relazione di servizio della squadra mobile risulta avere precedenti per detenzione, porto abusivo d’armi e traffico di sostanze stupefacenti. Stando a quanto dichiarato in aula dal luogotenente della polizia di Genova, Salvatore Farina, che ha curato l’informativa poi confluita nell’ordinanza che ha portato al processo, Mimì Senatore “era una persona di fiducia, in vita, di Francesco Fazzari”, il padre di Giulia e Rita, implicato a sua volta nella “Rifiuti connection” ligure degli anni ’90 e deceduto prima della fine del processo.

Infine nella cerchia del maresciallo Gianoli si può trovare Ugo Piave, che compare non indagato fra le carte dell’inchiesta Alchemia, come intermediario di Carmelo Gullace per alcune vendite immobiliari. Ugo Piave è anche l’ex genero di Antonio Fameli, un nome ricorrente fra gli studiosi di ’ndrangheta in Liguria. Condannato all’ergastolo nel 1985 nello storico processo ai Piromalli e alle altre famiglie della Piana, si è visto annullare la sentenza in Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. In tempi più recenti, nel 2015, ha subito la confisca definitiva di 10 milioni di euro a seguito dell’indagine “Carioca” e, sempre nello stesso procedimento, una condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi per intestazione fittizia di beni ed evasione fiscale.

Essere imparentato con persone sospettate di appartenere ad associazioni mafiose o essergli vicino professionalmente non è di per sé un reato. Quindi tutto lecito, ma forse non opportuno per un esponente delle forze dell’ordine.

Chiara Pracchi

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