Indro Montanelli e la “faccetta nera”

Montanelli nel 1936 aveva venticinque anni e, come molti giovani della sua età, per la patria, l’onore, e la vendetta per l’“onta di Adua” – momento topico della guerra di Abissinia, il 1 marzo 1896, quando gli italiani soffrirono una epocale sconfitta che pose fine alle ambizioni coloniali sul corno d’Africa -, si offrì volontario per combattere a fianco degli Ascari eritrei e abissini che stavano all’epoca contro il Negus, Hailé Selassié.

Proveniente dal raffinato ambiente di Parigi, Montanelli venne incoraggiato dal suo comandante a trovarsi una compagna stabile, perché le donne disponibili del luogo erano tutte infette per la sifilide. Dopo varie contrattazioni con un padre del posto, concordò la somma di 350 lire per l’uso della figlia (in un’occasione Montanelli parlò addirittura di leasing) a cui avrebbe dovuto aggiungere l’acquisto di un tucul, una capanna di fango e paglia, per la somma di 180 lire.

Indro Montanelli e la giovane Destà

La ragazzina si chiamava Destà e aveva quattordici anni, forse dodici. Sempre in uno scritto di suo pugno, lo scrittore – giornalista, asserì di avere dovuto faticare parecchio per accettare di giacere con la ragazza perché i capelli odoravano di ovino e di avere avuto grosse difficoltà nella penetrazione, perché la giovane, in armonia con le tradizioni del suo popolo, era infibulata. Fu solo grazie all’intervento della madre, la quale operò distruggendo l’infibulazione, che riuscì a consumare i suoi rapporti carnali.

La ragazza, oltre a quel tipo di servizio, si prodigava ogni venti giorni per portare biancheria fresca e lavata nel suo accampamento. “Per tutta la guerra, come tutte le mogli dei miei Ascari, riuscì ogni quindici o venti giorni a raggiungermi ovunque mi trovassi e dove io stesso ignoravo, in quella terra senza strade né carte topografiche, di trovarmi. Arrivavano portando sulla testa una cesta di biancheria pulita, compivano – chiamiamolo così – il loro «servizio», sparivano e ricomparivano dopo altri quindici o venti giorni”.
Sennonchè venne la fine dell’operazione militare, arrivò l’ora di tornare in Italia e la ragazza venne sposata da un suo collaboratore: “Dopo la fine della guerra e delle operazioni di polizia, uno dei miei tre bulukbasci che stava per diventare sciumbasci in un altro reparto, mi chiese il permesso di sposare Destà. Diedi loro la mia benedizione”.
Negli anni ’50 Indro Montanelli, preso dalla curiosità, volle rivedere la sua donna e a Saganeiti, in Etiopia, rivide Destà che nel frattempo aveva avuto tre figli, al primo dei quali aveva dato il nome di Indro.

Ebbe a scrivere sulla vicenda, in un libro del 1995:
“Eccoti in sintesi la mia storia, la storia di una illusione e di una delusione, che furono un po’ quelle di quasi tutta la mia generazione. La vicenda coniugale della sposa abissina rientra nell’illusione. Io volevo diventare un abissino, e lo feci adeguandomi ai costumi matrimoniali locali. Cioè comprai (500 talleri) la mia Destà dal padre, cui partendo la restituii con un po’ di dote (tutti i miei risparmi) che le consentirono di trovare subito un altro marito nella persona di un mio graduato (bulukbashi) di nome Gheremedin, che al suo primo nato – ma nato due anni dopo il mio rimpatrio – dette il nome mio. Oggi io ripenso a questo mio passato con nostalgia non delle cose che feci, ma dell’entusiasmo con cui le feci, e comunque senza vergogna. Mi feci complice di un errore, ma lo commisi in buona fede e senza trarne alcun vantaggio. Anche tu, ragazzo mio, commetterai i tuoi bravi errori. Ti auguro di poterci un giorno ripensare come me, senza arrossirne”.

Indro Montanelli con la moglie, Margarethe de Colins de Tarsienne

Così celebrò il testo di “Faccetta nera” di Carlo Buti:

Se tu dall’altopiano guardi il mare,
moretta che sei schiava tra gli schiavi,
vedrai come in un sogno tante navi
e un tricolore sventolar per te.

Faccetta nera, bell’abissina
aspetta e spera che già l’ora s’avvicina
quando saremo insieme a te
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

La legge nostra è schiavitù d’amore
il nostro motto è libertà e dovere
vendicheremo noi camice nere
gli eroi caduti liberando te.

Faccetta nera, bell’abissina
aspetta e spera che già l’ora s’avvicina
quando saremo insieme a te
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma liberata
dal sole nostro tu sarai baciata
sarai in camicia nera pure tu.

Faccetta nera sarai romana,
la tua bandiera sarà sol quella romana,
noi marceremo insieme a te
e sfileremo avanti al Duce, avanti al Re.

Mauro Salucci

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