Milano, tumulate al Monumentale le spoglie di Enzo Baldoni. Ma la città si è dimenticata del giornalista ucciso in Iraq

Le spoglie di Enzo Baldoni, il giornalista free lance ucciso in Iraq nel 2004, sono tornate a Milano, da Preci, in Umbria, dove era nato, e sono state tumulate nel cimitero Monumentale, ma non si può dire che la città gli abbia reso omaggio. Una cinquantina i parenti e gli amici che hanno partecipato al rito. Fra questi non c’era il Sindaco, Beppe Sala, che ha delegato al suo posto il presidente del Consiglio Comunale Lamberto Bertolè: “Enzo Baldoni è stato un uomo di pace che credeva fortemente nel giornalismo libero e d’inchiesta come strumento fondamentale per promuovere libertà e democrazia – è stato il suo tributo -. Per i milanesi oggi è una stella luminosa che infonde coraggio e determinazione nel poter cambiare le cose, come lui fece in prima persona raccontando la guerra e denunciando le tragedie che da essa derivano. Milano oggi fa un altro passo per onorare un uomo che ha dato così tanto a tutti noi”.

Queste le parole. I fatti sono che la famiglia ha presentato richiesta perché i resti mortali del giornalista vengano tumulati nel Famedio cittadino, insieme agli altri personaggi illustri che hanno arricchito la storia e la cultura della città. Sul riconoscimento si deve esprimere una commissione composta dallo stesso presidente del Consiglio Comunale, dai membri dell’Ufficio di presidenza, e dagli assessori e direttori dei settori Cultura e Servizi Civici. La commissione, che ha anche il potere di proporre di propria iniziativa l’ammissione, si deve ancora pronunciare.

La figura di Enzo Baldoni, pubblicitario, copy, docente di comunicazione, traduttore e giornalista per passione, sconta forse ancora oggi lo stigma che colpisce le vittime: “Se l’è andata a cercare”.
È successo con lui, è successo con tutti i cooperanti e le cooperanti che sono stati rapiti, dove la “colpa” viene subito associata all’imperizia. Nonostante  scrivesse per Diario, lo storico e premiato settimanale diretto da Enrico Deaglio, Linus, Il Venerdì di Repubblica e Specchio della Stampa, quando il 26 agosto del 2004 arrivò in Italia la notizia della sua morte dopo un breve rapimento per mano di un’organizzazione armata islamista a Najaf, Baldoni venne presentato come un giornalista “per passione”, laddove lo stravolgimento semantico ribaltò l’opera di un professionista che consumava le scarpe per vedere (e raccontare) il mondo con i propri occhi, in una sorta di pacifismo avventuroso e improvvisato. Troppo per molti giornalisti, interni alle redazioni, che erano soliti raccontare gli Esteri dalle loro comode scrivanie, limitandosi a tradurre articoli dalla stampa estera.

Il primato, oggi come allora, spettò a Libero, che se ne uscì con titoli di classe come “Vacanze intelligenti” alla notizia del rapimento di Baldoni, definito come il “giornalista italiano che cercava brividi in Iraq”.

Al contrario Baldoni fu un grandissimo giornalista, capace di coniugare la semplicità di nuove forme di comunicazione che nascevano negli anni ’90 come i blog, all’efficacia della comunicazione pubblicitaria, applicate alle tragedie che hanno martoriato il mondo in quegli anni. II risultato è stato una lingua viva, diretta e ricca, capace di far arrivare al lettore con leggerezza le situazioni più complicate, senza privarle della loro drammaticità. Un esempio? Quando, descrivendo la rivolta del Chapas, in Messico, parla del subcomandante Marcos come di uno che nella vita ha avuto culo e carisma: “Perché porto il passamontagna? – fa dire al subcomandante – Perché ho il naso grosso e così le donne mi credono bello. Dichiara ribaldo, buttandoti un’occhiata in tralice, ironica e beffarda. Ha il carisma dell’antierore. Ma è quando parla seriamente, quando si appassiona su un mondo di eguali nelle reciproche differenze, un mondo in cui i bambini indios non muoiano più di malattie curabili, di una rivoluzione che non è interessata a prendere il potere, che gli occhi color miele mandano lampi”.

In Colombia, fra i miliziani delle Farc, sceglie di interessarsi alle sorti delle guerrigliere: “Sulle colline del Caguan le zanzare hanno smesso di pungere. Nel buio pesto dell’accampamento, piccole fiammelle azzurre indicano che il cuoco è già al lavoro nella cucina da campo. Poi uno scricchiolio di brande, un frusciar di zanzariere scostate, il plop degli stivali infilati, uno scalpiccio leggero, nemmeno una parola…Mancano ancora due ore all’alba, ma i guerriglieri delle Farc sono già in piedi … Tra i guerriglieri la disciplina è totale. Perfino i loro amori sono controllati e regolamentati dai comandantes. In un esercito di 18.000 persone, di cui almeno un terzo sono ragazze (e molte sono belle) è inevitabile che ci si innamori. … Se una guerrigliera rimane incinta deve essere sottoposta al giudizio dei comandantes, che possono concederle di far nascere il figlio, a condizione che, dopo il terzo mese, lei se ne sbarazzi per tornare pienamente operativa”.

Non solo reportage dai vari Sud del mondo. Nel ’97 Baldoni ha il coraggio e il grande merito di parlare di pedofilia e delle molestie sessuali subite dalla figlia. Fa di più: mette direttamente la penna in mano alla figlia lasciandola libera di raccontare la propria esperienza (cosa che farà con lo stesso stile ironico e canzonatorio del padre) e per un po’, dalle pagine di Linus, intratterrà un dialogo con i lettori che metterà a nudo quanta pedofilia nascosta alberga in noi.

Ritrovare i suoi scritti non è cosa agevolissima. Il settimanale Diario aveva pubblicato un dvd con tutto il proprio archivio, per un certo periodo pubblicato anche on line. Linus, dopo l’uccisione del giornalista aveva fatto uscire un numero speciale, con tutti i suoi servizi. Ma una riedizione che raccolga tutti i lavori di Enzo Baldoni non c’è e ce ne sarebbe un gran bisogno. E forse sarebbe il modo migliore di celebrarlo.

 Chiara Pracchi

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