Bosnia, 25 anni fa il genocidio di Srebrenica

A Srebrenica nel mese di luglio del 1995 si consumò l’eccidio di oltre ottomila musulmani, la maggioranza uomini e giovani ragazzi, ma la strage fu indiscriminata e corredata da stupri e violenze sulla popolazione.

Responsabili di questo eccidio, le forze serbo bosniache insieme a gruppi paramilitari che l’11 luglio 1995 presero la città e nel periodo fra il 12 e il 16 del mese compirono una carneficina, uccidendo civili disarmati.
La data del 16 è solo indicativa, perché le esecuzioni continuarono fino al 19 dello stesso mese.

L’Europa si era lasciata alle spalle la memoria dei campi di concentramento, certa di non sentirne più parlare, ma in quella calda estate si avverò tutta la metodica del concentrazionismo, della macchina di morte organizzata in modo tecnico e scientifico, inesorabile.

50, forse 60 autobus giunsero nei pressi del campo in cui migliaia di persone erano protette dai Caschi Blu olandesi e iniziarono le dislocazioni di questo inerme materiale umano, fino a poco prima certo della protezione dell’Unprofor, la forza di “peacekeeping” dell’ONU.
Viaggi continui, carichi in partenza e vuoti in arrivo.
Ad attenderli le ruspe per scavare le fosse comuni dove sotterrare le vittime.

11 luglio 1995

Gran parte della popolazione della città, terrorizzata dai bombardamenti serbi, si era concentrata sotto la protezione degli olandesi, i quali da poco avevano dato il cambio ai soldati canadesi, che per la verità non avevano lasciato un buon ricordo, in particolare per il trattamento nei confronti della popolazione femminile dell’area.

Quando il generale serbo Ratko Mladić giunse con i suoi uomini e i tank ai cancelli della zona protetta dai caschi blu olandesi, si sentì da subito una cattiva aria: circondato dalle sue agguerrite truppe serbo bosniache chiese ed ottenne di avere un colloquio con il colonnello al comando, Thom Karremans. Un filmato documentò questo incontro nel quale in modo spavaldo Mladić accusò l’ufficiale di avere dato ordine alla NATO di sparare con i suoi aerei alle sue truppe. Poi il tono si fece ancora più intimidatorio. Prima, conciliante, Mladić offrì a Karremans una sigaretta. Karremans, in difficoltà, rispose: “Ho fumato così tanto ultimamente…”. Mladić incalzò: “… Ne prenda una, non abbia paura, non sarà la sua ultima…”.

Alla fine Karremans firmò rapidamente un accordo per l’occupazione di Srebrenica e per questo, a guerra finita, le forze di pace olandesi vennero condannate dal tribunale dell’Aia.

12 luglio 1995

Il 12 luglio molti dei militari del generale serbo iniziarono un abile travestimento, indossando i caschi blu. Secondo la testimonianza di Karremans, gli sarebbe stato assicurato che ai serbi interessavano esclusivamente i criminali di guerra presenti nel compound e che gli altri sarebbero stati rilasciati.
Ebbe a testimoniare Paul Groenewegen, soldato olandese: “Ho potuto vedere soldati serbi portare con sé dietro alle case uomini musulmani. (…) Li hanno messi  faccia al muro e poi gli hanno sparato in testa da dietro le spalle”.

13 luglio 1995

Il giorno seguente, giovedì 13, la notizia di quanto stava accadendo si sparse nelle valli vicine e la gente iniziò a darsi alla fuga per le montagne. Spesso catturati e giustiziati sul posto, in luoghi come il villaggio di Kravica dove i fuggitivi vennero rinchiusi in un magazzino nel quale vennero poi fatte esplodere granate.

16 luglio 1995

Il giorno 16, era domenica, si compì l’ultima parte delle esecuzioni dei musulmani che erano sotto la protezione olandese. Il viavai incessante di autobus proseguì ininterrottamente e spesso chi aspettò il suo turno a bordo vide dai finestrini uccidere i propri compagni.

Il bilancio dei morti fra il 12 e il 16 luglio venne quantificato in 7.414 vittime, 10.701 secondo i familiari delle persone trucidate. In sede di rilievi, anni dopo, tutto fu reso complicatissimo perché i corpi furono sepolti a pezzi in fosse diverse di volta in volta, probabilmente per renderne difficile il rinvenimento e il riconoscimento da parte dei familiari.
Le ultime stime ufficiali parlano di 8.372 maschi di religione musulmana tra i 12 e i 77 anni massacrati.

Incredibilmente il colonnello olandese, qualche giorno dopo, definì la presa di Srebrenica da parte delle forze serbe “un’operazione militare eccellentemente pianificata”.

Accusato dal Tribunale Penale Internazionale per la Ex Jugoslavia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Mladić divenne latitante e riuscì a restare libero per 16 anni, finché il 26 maggio 2011 fu catturato a Lazaveno. Il suo arresto era considerato una delle condizioni affinché la Serbia potesse candidarsi a diventare membro dell’UE.

Seguirono commissioni d’indagini che appurarono i fatti e dopo cinque anni di processi, il 22 novembre 2017 Mladić venne condannato all’ergastolo.

Un uomo da molti considerato un patriota il quale, non unico responsabile, riuscì a fare scomparire dal territorio di Srebrenica più della metà della popolazione della città, e anche gli atti di nascita.
Di fronte a questi numeri, ancora oggi resta quasi impossibile la ricostruzione della compagine sociale della zona, in cui l’egemonia e le resistenze serbe a una vera ricostruzione sociale si fanno sentire quotidianamente.

Questo avvenne nel cuore dell’Europa nell’anno 1995, in periodo di ferie, mentre la gente andava in vacanza ai monti o al mare.

Mauro Salucci
foto Fabio Palli

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