Pigliate ‘na pastiglia

La forza della cabala

Alla fine tutto torna. Perfettamente. A iniziare dalla data: quel 14 luglio dal quale ho voluto cominciare l’ultimo articolo. Quasi a  seguire un sottile filo logico. Come dire dalla presa della Bastiglia, festa nazionale francese, data in cui si festeggia la caduta dell’ancien regime e il trionfo dell’illuminismo alla presa della pastiglia – leggi amaro calice o addirittura supposta, che poi sempre di un medicamento si tratta – in casa giallorossa. Con la pastiglia, la supposta, o l’amaro calice assunto sino in fondo e naturalmente, magari, con il sorriso stampato in volto e pur con qualche residuo e malcelato turbamento da parte dell’ala destra del Pd. E, si dice, persino dallo zoccolo duro pentastellato.

Comunque, e comunque vada a finire, dopo la fumata bianca habemus papam, con tanto di fumogeni. Dopo infinite manovre e infiniti conclavi.

Flessuccio e la favoletta

Raccontava in forma di favoletta Pierfranco Pellizzetti, giornalista e docente universitario, già alla fine di febbraio su “Micromega”: “I giochi di potere nazionali certificano costantemente l’avvenuta marginalizzazione economica, logistica e ovviamente politica della Liguria. E la vicenda delle imminenti elezioni regionali ce ne forniscono l’ennesima riprova.

Mentre a Roma governa una compagine di centro-sinistra (nella sua versione “allargata”), a tale schieramento e a nessuno dei titani che lo guidano sembra interessare l’attuale assetto che regge la regione che fu uno dei poli dell’industrializzazione nazionale. Finita in mano a una Destra chiacchierona e inconcludente; soprattutto battibile, se solo ci fosse la necessaria determinazione nell’abbracciare strategie plausibili. E magari a portata di mano.

Invece da mesi assistiamo alla giostra delle candidature che si susseguono, in un risibile tiro al piccione, promosse dal locale fronte che si vorrebbe anti-sovranista; le dense fumisterie su chi è davvero gradito a Sant’Ilario o può esibire analisi del sangue che ne certifichino l’appartenenza al gruppo “purissima società civile”.

Con il bel risultato che la gente di Liguria finisce per essere espropriata persino della possibilità di partecipare autonomamente alla partita elettorale, operando scelte non inquinate da giochi esterni. Il sacrosanto diritto a una politica ligure fatta da e per i liguri. Quanto si direbbe impossibile finché tali giochi passeranno sulla testa degli abitanti, rispondendo a logiche loro estranee e a disegni del tutto strumentali. Magari maturati nel suk della politica politicante romana.

Situazione riproducibile in favoletta – ispirata a un accreditato teorema – utile a spiegare l’amletismo che prevale nel gruppo dirigente di quello che era stato per decenni il perno di ogni maggioranza, a Genova e nella regione: il PD fu PCI.

La storia di quanto – al tempo della Prima Repubblica – veniva chiamata un’intentona (ossia il golpe abortito).

Infatti cera una volta un invecchiato giovane di negozio – paggio Urlando – che brigava per fare le scarpe al suo capo, mastro Zingarello. Il momento giusto sembrava essere un imminente e particolarmente delicato appuntamento di lavoro a Tortellinia, il primo e più importante mercato regionale della loro bottega.

Purtroppo per il paggio, le cose a Tortellinia risultarono andare inaspettatamente per il meglio e mastro Zingarello – tornato vincitore e consigliato dall’eminenza grigia Bettinetto – pensò di liberarsi dell’infido Urlando. L’astuzia fu quella di promuoverlo per rimuoverlo, offrendogli un ritorno presidenziale nella sua terra d’origine, sotto il Passo del Bracco. Che in realtà avrebbe significato una messa da parte, vista lo scarsissimo apprezzamento che gli riservavano i conterranei. Per evitare questo destino carico di minacce, fu necessario mettere in campo un marchingegno: trovare il sostituto che lo sgravasse dall’inevitabile tracollo. E costui fu individuato nell’ingenuo scrivano Flessuccio, che non si accorgeva di essere usato dal paggio spregiudicato. Intanto, persi in questi sterili giochi, tutti loro non si accorgevano che una banda di magliari lumbard si era ormai impadroniti del banco.

Questa la favola. Poi non così lontana dalla realtà, visto che i protagonisti effettivi sono funzionari cresciuti alla scuola del macro-cinismo togliattiano, ingrigendo o perdendo i capelli nelle opache penombre dei corridoi di partito. Laddove era persino in auge trattare le persone alla stregua di “utili idioti”, secondo la brutale espressione attribuita a Vladimir Ilic Uljanov, in arte Lenin.

Si può solo osservare che questo rigurgito di paleo-leninismo ferisce ancora una volta la gente di Liguria, ridotta al ben misero ruolo di cavie per inconfessabili esperimenti”.

Il pasticciaccio brutto di via Maragliano

Nel tempo si sono susseguiti nomi noti e meno noti su cui ognuna delle parti in causa finiva per porre il proprio irrinunciabile veto. Sino a che sono rimasti in pista, vedi caso, proprio coloro che si erano predisposti per primi. Ferruccio Sansa, da una parte e Aristide Fausto Massardo dall’altra. Entrambi, vedi caso, non perfettamente affini al Pd ligure, partito “principe” della coalizione, e come tali, non esattamente assimilabili. Sino a che a una cinquantina di giorni dalla data del voto e dopo parecchie fughe in avanti e ripensamenti, proprio il 14 di luglio il Pd locale ha rotto gli indugi presentando una soluzione ponte perfetta nella sua forma politica. Insomma due candidature, la prima, quella di Paolo Bandiera, su cui si era già consci che i “CinqueStelle” avrebbero detto no. Una candidatura di bandiera, manco a farlo apposta. E la seconda sulla quale allo stesso modo si sapeva che ci sarebbe stata una conversione quella di Ferruccio Sansa.

Qualcuno lo ha definito il parto di un topolino, io ho preferito un effetto medicamentoso dall’amaro calice, alla supposta, alla pastiglia.

L’antefatto, in ogni caso è interessante, e la dice lunga sulle spaccature interne ai due partiti della coalizione, Pd e CinqueStelle.

Il fardello di Farello

Quella del Pd è maturata nel corso di svariate assemblee notturne necessarie per l’incalzare del tempo. Prima riunione per sparigliare tra Ferruccio Sansa e Aristide Fausto Massardo. Con naturale terza ipotesi di sintesi, appunto l’avvocato Paolo Bandiera. Solo che il segretario regionale Simone Farello facendo leva sulla mancanza di tempo comunica che in caso di mancato accordo con i Cinque Stelle sul candidato di bandiera Paolo Bandiera si sarebbe preso autonomamente tutto il peso della decisione. Si vota sulla posizione di Farello e la metà della direzione si astiene.

Secondo tempo, nonostante l’astensionismo diffuso si tiene l’incontro con gli alleati e i Cinque Stelle che fanno sapere di non essere disponibili sulla candidatura è depressa dall’area Riformista del Pd con l’indicazione di Paolo Bandiera. Cosi’ si passa al secondo punto, cioè a convergere sull’altro nome, quello di Ferruccio Sansa. Con responso positivo di CinqueStelle, e sinistra. Insomma Pd spaccato vista l’astensione dei membri del direttivo di Imperia e Savona. E poi c’è Italia Viva che già aveva ribadito nel corso di una visita di Matteo Renzi a Genova che qualora l’alleanza avesse presentato candidato Sansa avrebbe cercato una posizione autonoma. E in questo caso virerebbe su Aristide Fausto Massardo che ha superato Elisa Serafini sul piano del consenso. Come se non bastasse, tanto per ricordarlo, a corriere una fetta di area pentastellata c’è anche l’uscente Alice Salvatore che dopo aver detto “obbedisco” al referendum sulla piattaforma Rousseau che ha dato il la all’alleanza con il Pd, ha deciso di presentarsi e correre da sola con il suo partito “Buonsenso”.

Una confusione eccellente

Come diceva MaoZedong: “Grande è la confusione sotto al cielo, e quindi la situazione è eccellente”. Frase mediata da Massimo D’Alema per il titolo del suo ultimo libro sulla situazione internazionale. Spiegava proprio D’Alema: “”Grande è la confusione sotto il cielo” diceva Mao Zedong, per con­cludere in modo inatteso: “e quindi la situazione è eccellente”. Non credo che Mao amasse la confusione, ma certamente vedeva nel caos della società cinese, all’inizio degli anni Sessanta, l’espressione di un moto rivoluzionario di cui erano protagonisti soprattutto i giovani. Quel moto, la rivoluzione culturale, aveva un obiettivo chiaro, indi­cato dallo stesso presidente Mao: “bombardare il quartier generale”, cioè abbattere il potere tradizionale cinese rappresentato dalla strut­tura del Partito Comunista Cinese. Un obiettivo ambizioso perché mirava a sovvertire un sistema di potere fondato sulla supremazia di quella che Étienne Balazs aveva chiamato la “burocrazia celeste”, ov­vero l’aristocrazia dei mandarini, cioè degli intellettuali e funzionari, che aveva rappresentato la continuità del potere a Pechino. La classe dirigente del Partito Comunista Cinese ne era l’erede storico, e non a caso Mao chiamò questa rivolta contro gli intellettuali “rivoluzione culturale”. La confusione di cui egli parlava era volta a costruire un nuovo ordine, a provocare un cambiamento radicale della classe di­rigente e del modo di lavorare. Nel disordine internazionale di oggi, al contrario, non emerge la prospettiva di un nuovo ordine. Esso ci appare più come la crisi di un sistema tradizionale, una crisi peri­colosa e che può scivolare verso esiti che appaiono almeno in parte imprevedibili.

Lavorare per i cittadini e non per le lobbies

Corsi e ricorsi. Una sorta di rivoluzione culturale contro la “Burocrazia celeste”, l’aristocrazia di intellettuali e funzionari, i cosiddetti mandarini, la continuità del potere a Pechino di cui la classe dirigente del Partito Comunista Cinese era l’erede storico. Gia’, corsi e ricorsi. E una legittima spinta al cambiamento.

Scrive, ad esempio Gianni Crivello sul suo profilo: “RIMANDIAMO A CASA TOTI E LA MAGGIORANZA DI CENTRO DESTRA

Ciò che abbiamo pensato durante le interminabili trattative non conta più nulla!

Rimandiamo a casa chi vuole privatizzare la sanità, chi si appropria dei progetti e dei lavori di messa in sicurezza del territorio voluti e finanziati dalle amministrazioni di centro sinistra.

Rimandiamo a casa chi si occupa di red carpet e scarica sempre le proprie responsabilità su altri. La Liguria ha bisogno di un Presidente e di una maggioranza che lavori per i cittadini e non per le lobbies!
Governare è una cosa seria!  Con Ferruccio Sansa, con una maggioranza e un programma per la nostra Regione”.

Per cui nonostante i post di legittima soddisfazione, nella sinistra si prevede una situazione abbastanza fluida al momento del voto.

Appello all’unità

E l’errore di polverizzarsi e favorire Toti sarebbe gravissimo, come si evince da un post di Alessandro Terrile: “SI PARTE, PER CAMBIARE LA LIGURIA

L’alleanza di Centrosinistra e Movimento 5 Stelle ha finalmente un candidato Presidente.

Si è atteso a lungo per costruire la più ampia convergenza, e ieri la coalizione ha fatto bene a prendere una decisione, anche a costo di perdere qualche pezzo.

La tensione all’unità non può trasformarsi in immobilismo.

Come è naturale, nel centrosinistra e nel PD ci sono state opinioni diverse sul migliore candidato.

Dobbiamo essere grati a tutti coloro che in queste settimane si sono messi a disposizione, rappresentando con la propria generosità un concetto semplice: in Liguria si può voltare pagina.

Per farlo davvero, oggi serve il contributo di tutti. Mi auguro che in queste ore si realizzino le condizioni per una convergenza ancora più ampia, perché ogni operazione politica al di fuori del sostegno a Sansa sarebbe un regalo a Toti e alla Lega, e al malgoverno di questi 5 anni.

Ferruccio Sansa rappresenta pienamente lo spirito di un’alleanza inedita in Liguria, che pone al centro della sua proposta la richiesta di cambiamento, di giustizia sociale, di sviluppo sostenibile e di compatibilità ambientale.

Per vincere non basta l’insieme delle sigle e dei movimenti. Bisogna restituire speranza a un popolo che ha diritto di vivere in una regione normale, dove si possa fare la radioterapia senza salire in autobus per Savona, la sanità pubblica eroghi prestazioni in tempi ragionevoli, i fondi europei siano utilizzati per costruire sviluppo e lavoro, trasporto pubblico e infrastrutture garantiscano mobilità alle persone e alle merci.

Una regione che difenda le proprie bellezze naturali senza smantellare i parchi, e che consideri la legalità e la lotta alle mafie non solo come un dovere civile ma come un fattore di sviluppo.

Non è chiedere troppo. E’ chiedere molto di più di quello che abbiamo visto in cinque anni di annunci, slogan, tappeti rossi e fuochi d’artificio.

Ferruccio Sansa ha le capacità e l’autorevolezza per guidare una campagna elettorale che si annuncia breve, intensa, dura.

Oggi comincia una corsa che può costituire l’occasione di un vero riscatto per la nostra terra. Nessuno ce la farà da solo. Siamo tutti chiamati a dare gambe, testa e cuore a questo progetto, con le nostre diversità, con le nostre convinzioni, con i nostri dubbi. Non esiste terza via, oggi, in Liguria.

La strada è in salita, ma la percorriamo con l’entusiasmo e con la convinzione di stare dalla parte giusta”.

Quell’antipatia di Burlando

Post che fanno leva sul senso di unità ai quali si contrappone una certa freddezza di altri esponenti eccellenti del partito democratico, già precedentemente scettici sulla candidatura del giornalista figlio dell’ex sindaco, Adriano, messo gentilmente alla porta nel 1997 da Ubaldo Benvenuti e Claudio Burlando.

E alla luce di tutto questo e del sovrannumero di candidature nell’area giallorossa è possibile, anzi molto probabile che gli elettori possano pensare al voto disgiunto. Cioè a contribuire a far eleggere i loro candidati di bandiera o corrente, incrociando la preferenza sul candidato presidente. Della stessa area,  Alice Salvatore o Aristide Fausto Massardo. O peggio punire la coalizione dando la preferenza a Giovanni Toti. Che, nel frattempo, non si è perso in ciance ed ha fatto le sue personali condoglianze all’avversario sul suo profilo.

Pretattica mentre Sansa lancia la sua rivoluzione culturale: “ Il0roblema non è scegliere tra me e Toti ma tra due modelli opposti di Liguria. La vera sfida sarà mantenere intatti gli ideali rendendoli concreti”. E poi “ Il primo problema sarà il lavoro e cominciare a parlare dei problemi concreti dei liguri”. Facili slogan elettorali, lavoro e concretezza. Chi, da destra a sinistra, si sentirebbe di esprimere disaccordo? Poi viene fuori il Sansa che t’aspetti: “deve essere chiaro che chi sta fuori dai due poli sta con Toti”. Senza se e senza ma, bianco o nero come ha sempre suggerito il personaggio che non è mai stato incline all’arte della diplomazia. Magari logorato da nove mesi di attesa. Praticamente una gestazione e un parto. E come non se non bastasse ci si mette pure quello che,rapporti di buon vicinato o meno, è stato, o è passato per essere l’amico di sempre: l’Elevato. Probabilmente più incline a sostenere Alice Salvatore che il suo dirimpettaio. E Beppe Grillo, colpo di scena per colpo di scena, coinvolge persino Luigino Di Maio, a cui in fondo, in fondo la carica e poltronissima a Vito Crimi, alla fine qualche rosicone deve pur averlo creato. Percio’, anche se i tempi stringono e i giochi sembravano fatti, anche loro storcono il naso. Insomma doveva essere il candidato che avrebbe raccolto più autorevoli consensi e invece…

Insomma un lungo viaggio verso l’assunzione della pastiglia. Come racconta una celebre canzone di Renato Carosone, in cui il protagonista febbricitante d’amore non riesce più a dormire e deve ricorrere al sonnifero. Gia’ tranquillanti che alla lunga creano anche assuefazione. Comunque ne ho cambiato qualche verso per rendere la situazione più accostabile al nostro problema che crea insonnia anche da noi.

Ecco le due versioni

Ed ora, aspettando, altri sfilamenti e sfinimenti, e poi, finalmente, l’apertura delle urne… buon Karaoke estivo a tutti. Che poi, oggi, è o non è venerdì 17 ?

Paolo De Totero

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