Don Gallo, tesi e antitesi

Carlo Besana e Don Gallo

Ottantatreesimo compleanno

Razzolando su facebook sono incappato nel post del mio amico Carlo Besana su una ricorrenza di nove anni fa con festeggiamenti consumati, neanche a farlo apposta, al PalaCep. Molte foto per un evento di compleanno partecipatissimo: gli 83 anni di Don Andrea Gallo, che ci avrebbe lasciato due anni dopo. Scrive Besana: “il 18 luglio 2011 al PalaCep Don Gallo festeggiò il suo 83^ compleanno.

Erano presenti tanti amici, dalla “gente comune” (tanta, PalaCep stracolmo) ai moltissimi ospiti illustri: Marco Travaglio, Moni Ovadia, Gino Paoli, Loris Mazzetti, Antonio Padellaro, Ferruccio Sansa, Enzo Costa, il Sindaco Marta Vincenzi, il coro Daneo diretto da Gianni Martini ed altri ancora…

C’era anche Mauro Cerioni, l’ex cestista che mosse i suoi primi passi sul campo del Don Bosco di Sampierdarena, con Don Gallo assistente allenatore.

E Don Gallo lo sfidò nel tiro a canestro, con il supporto delle ragazze dell’NBAZena, squadra di cui Don Gallo era tifoso numero 1.

Molto significativo l’incontro, sul palco del PalaCep, di rappresentanti di tre religioni diverse: Don Andrea Gallo, Moni Ovadia ed Omar Taiebi (con la moglie Amina)

Non riuscì ad essere presente il Premio Nobel Dario Fo, che però fece gli auguri al Don con una telefonata “in diretta”, diffusa all’interno del PalaCep.

Anche GianPiero Gasperini, a quei tempi allenatore dell’Inter, non fece mancare la sua telefonata in diretta, con Don Gallo a sollecitare l’impiego di Milito, che dal Genoa si era trasferito in nerazzurro…Insomma, una bella festa, documentata dalle foto di Emilio Scappini (qui un’ampia selezione)”.

E, sempre sullo stesso tema, mi è capitato di rileggere, sul blogghiario di Carlo l’articolo pubblicato due giorni dopo da “Il Fatto Quotidiano” e scritto da Pino Giglioli: “

Angelo Bagnasco

Il silenzio del Vescovo

83 candeline, il compleanno ribelle di Don Gallo
La festa al PalaCep con Il Fatto e duemila cittadini che si riprendono la città

“L’unico che non mi ha fatto gli auguri è il mio Vescovo“, butta lì don Andrea Gallo. Ma il silenzio di Angelo Bagnasco lunedì sera è stato compensato dai duemila che hanno riempito come un uovo il Palacep.
Non un luogo casuale: per festeggiare i suoi 83 don Gallo è salito in questo simbolo di degrado che racconta come sia possibile rinascere. Senza troppi aiuti, con l’orgoglio di cittadini.
Grazie a Carlo Besana, farmacista brianzolo portato al Cep dal destino, che insieme alla gente ha ricostruito il quartiere. Non le torri di cemento anni Settanta, ma lo spirito degli abitanti.

Un esperimento raro (II Fatto Quotidiano ne ha parlato nella rubrica “L’Italia che va”) che continua. L’ultimo capitolo è il PalaCep, teatro coperto in un piazzale dove un tempo i genovesi non osavano metter piede.

Lunedì sera erano in tanti, stipati. Per festeggiare don Gallo con i suoi amici.

Nomi noti: da Moni Ovadia al genovese Gino Paoli, passando per Dario Fo e Piero Gasperini (allenatore dell’Inter) collegati da Milano.

La gloria del basket Mauro Cerioni.

C’era anche II Fatto, in forze, con il direttore Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Cinzia Monteverdi e Ferruccio Sansa.

Poi Loris Mazzetti, giornalista “controcorrente” Rai, Enzo Costa, giornalista e blogger, che traccia folgoranti “vignette” di parole su Repubblica.

OSPITI VENUTI da lontano, politici – il sindaco Marta Vincenzi, il presidente della Regione, Claudio Burlando, l’assessore Andrea Ranieri, i senatori Roberta Pinotti (Pd) ed Enrico Musso (Pdl, lontano da Silvio Berlusconi) – ma anche gli amici di sempre, i volti della Comunità di San Benedetto al Porto, dove la porta di legno è sempre aperta a chi ha bisogno.

Certo per Nicola Montese, il presentatore (anima di uno dei comitati della zona), è stato un lavoraccio, mettere insieme premi Nobel e ragazzi del quartiere, ma soprattutto lui: il don, incontenibile, che saliva e scendeva dal palco con piglio da attore consumato. E a tutti dedicava una parola, un ricordo.

Non uno spettacolo, ma il racconto della vita di un uomo, per aneddoti, battute; perfino barzellette, con Berlusconi non narratore ma “vittima” .
Nello spirito di don Gallo, che non fa sconti, ma non condanna davvero nessuno. È uno dei suoi segreti: ribelle per chiedere il rispetto delle regole, della legge come del Vangelo.

Si parte alle 21, cantano il Liù Ensemble, il Coro Daneo.

Don Gallo gioca a basket con le ragazze della squadra del Cep (e fa canestro).

Poi, sigaro in bocca, duetta con Fo.

È un fuoco d’artificio. Ecco Padellaro e una domanda a bruciapelo al prete scomodo: “Quando saranno cacciati i mercanti dal tempio come chiede Gesù?“. Un accenno alla Chiesa, alla politica troppo attente agli affari.

Poi Travaglio che spara a zero sulla Casta: “Un immigrato che arriva qui non capisce, dicono che non rispetta la legge se mette un piede sulla spiaggia. Poi quelli che fanno le leggi sono i primi a non rispettarle. Con reati veri“.

Stilettate a maggioranza e opposizione, i visi dei politici si allungano, le mani immobili in grembo, zero applausi. Ci pensa la folla: due minuti.

Per il sindaco Vincenzi applausi ma anche fischi: “Non sono credente, non sono più comunista. Don… mi perdoni?“.

Moni Ovadia legge le parole di don Cesare Mazzolari, il vescovo missionario morto il 16 luglio che salvava i bambini soldato e comprava gli schiavi per liberarli.

Poi piomba don Andrea con Omar Taiebi, responsabile della Comunità Islamica del Cep.

“Un cattolico, un ebreo, un musulmano insieme. Evviva” urla il pubblico.
Tocca a Gino Paoli. Un duetto con Moni Ovadia per l’”Happy Birthday” collettivo, poi si fa sul serio: “Bella Ciao” con Moni Ovadia e Don Gallo.

Arriva la torta, tutti a cantare “Sapore di mare”, quel mare che si vede anche da qui, dalle torri di cemento del Cep”.

Raffaella Paita

Le contraddizioni della Paita

E mi è venuto naturale pensare a quanto fosse diverso il contesto politico appena nove anni fa. Un clima meno belligerante nella nostra Regione e l’episodio simbolico di tre religioni diverse serrate in un abbraccio. Anche se l’alto prelato era assente.

E’ vero, qualcuno mi potrebbe fare osservare che dal 2015, dopo la sconfitta di Raffaella Paita in Regione, con Giovanni Toti subentrato a Claudio Burlando, e poi con Marco Bucci, insediato a  palazzo Tursi a sostituire Marco Doria, dopo lo spareggio vittorioso con Gianni Crivello, il mondo è cambiato radicalmente specie per il centrosinistra, a lungo padre padrone delle alleanze vittoriose negli enti amministrativi. Sconfitta dopo sconfitta è iniziata una lunga crisi. Anche in questo caso di “religione”.

Nove anni fa Claudio Burlando si era appena confermato in via Fieschi e Marta Vincenzi si avviava a concludere il suo mandato a palazzo Tursi. Qualche mese prima della tragica alluvione, con gravosi risvolti giudiziari per la stessa Vincenzi.

Comunque non è che anche allora, in seno al Pd, non vi fossero cruente lotte intestine di potere. Del resto che Burlando e la Vincenzi non si amassero era cosa nota a tutti. Pero’ al momento opportuno ancora riuscivano in qualche modo a ricompattarsi e ad accordarsi per portare a casa il risultato finale. Proprio come accadeva nella vecchia Dc. E così succedeva anche per presenziare ad una festa di popolo ed omaggiare un personaggio carismatico che aveva fatto della lotta per gli ultimi il suo personale itinerario e sacrificio terreno. E don Gallo era comunque li’, con loro e fra di loro, insieme a tanti comuni mortali meno fortunati. A fare il “grillo parlante” – mi si perdoni il gioco di parole -, a suggerire e mediare, per cercare di evitare polverizzazioni e frammentazioni. È accaduto qualche mese dopo per Marco Doria. Quando si è trattato di fare quadrato a seguito delle primarie in cui si erano sfidate, e autoescluse vicendevolmente, le due zarine della politica genovese: Marta Vincenzi e Roberta Pinotti.

Marco Doria

L’impegno per Doria

E dal cappello del prestigiatore era uscito a sorpresa proprio Doria, esterno, che aveva usufruito anche della spinta di Don Andrea. Spiegava Pino Giglioli nel suo articolo: “Nello spirito di don Gallo, che non fa sconti, ma non condanna davvero nessuno. È uno dei suoi segreti: ribelle per chiedere il rispetto delle regole, della legge come del Vangelo”.

Percio’ di fronte alla disgregazione attuale del centrosinistra e degli alleati pentastellati, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto possa essere mancato un elemento influente e carismatico di mediazione e coesione come lui in tutta la lunga e prostrante vicenda di Ferruccio Sansa che, dopo la decisione degli scorsi giorni, e con l’avvicinarsi della data del voto, rischia di diventare ancora più difficile.

Una candidatura, quella di Ferruccio Sansa, nata sull’onda di un’indicazione del vicesegretario di Zingaretti, Andrea Orlando. Spezzino, come Raffaella Paita. I maligni dicono che abbia fatto quel nome per disinnescare la iattura della possibilità di una sua candidatura richiesta proprio subdolamente da Zingaretti. Giusto per allontanarlo. Per scrollarselo di dosso. Candidatura, quella di Sansa a cui anche la Paita, proprio la Paita, originariamente e al tempo in cui era ancora deputata del Pd, prima della scissione di Renzi con Italia Viva, aveva dato il suo personale sostegno. Tranne poi, più recentemente, su pressioni dello stesso Matteo Renzi, affermare che, nel caso in cui il Pd avesse indicato Sansa, loro, i fuoriusciti, si sarebbero trovati costretti ad abbandonare l’alleanza giallorossa e convergere su Elisa Serafini. Cosi’, alla fine, dopo un’altra giravolta si sono schierati con il professor Aristide Fausto Massardo, insieme a una serie di cespugli e cespuglietti con percentuali di gradimento da prefisso telefonico.

Osservavo, proprio ieri, come poi, a fronte delle esternazioni sui massimi sistemi e sulle ragioni di principio, anche nella pratica politica, e soprattutto in questa fase, alla base di tutto ci siano, almeno nella maggior par dei casi, le miserie umane di un certa mondo, che naturalmente non è solo fantapolitica, ma piuttosto, come tutte le cose terrene, “sangue e merda”. Proprio come ebbe a dire un tempo Salvatore “Rino” Formica; longevo socialista di lungo corso, oggi novantatreenne. Si sguazza fra cattiverie, opportunismi, incomprensioni, rancori, vecchie ruggini e spirito di vendetta. Insomma, a maggior ragione nella patria del “maniman”, non si è tanto guardato al miglior candidato possibile quantona quello più opportunamente vicino a un certo tipo di andazzo politico ormai consolidato da sinistra a destra e da destra a sinistra. Cercando di ammortizzare i rischi dei cantori fuori dal coro. Con una girandola di nomi; dai rappresentanti del mondo sindacale a quelli del welfeare, dagli avvocati ai docenti universitari, dai giornalisti ai politici. Vecchi e neo. Con una parola d’ordine tanto di moda: esponenti della società civile. Come a dire che i politici sono ormai i rappresentanti di una società incivile. Tanto per vellicare, almeno un pò, l’antipolitica.

Ferruccio Sansa

Un’attesa estenuante

Con un Sansa, volente o nolente, costretto ad un’estenuante attesa. Tra veti incrociati di e nomi su nomi, sussurrati, veri, inventati o solo presunti. Alcuni della durata effimera di ventiquattr’ore. Con dirottamenti, smentite subitanee e rapidi abbandoni. Perfino con patti di non belligeranza che, in conclusione, giusto ieri, hanno finito per sfavorire soltanto Sansa. Insomma Aristide Massardo, sul quale in una fase aveva puntato anche il Pd si è ritrovato, senza colpo ferire, avendo dichiarato di non gradire ruoli subalterni, a rappresentare proprio Italia Viva, all’interno di una coalizione di civici riformisti, socialisti, liberali ed europeisti, formati oltre al partito di Renzi da Alleanza civica, Più Europa, Partito Socialista Italiano e Partito del Valore Umano. “Un’alternativa – si dice nel comunicato – allo statalismo, sia esso populista o sovranista e costruito sui binari degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il progetto politico si pone altresì in alternativa alla deriva populista dell’accordo Pd-M5S”. E continua: “Le forze concordano la necessità di offrire ai cittadini liguri l’opportunità di esprimere un voto a sostegno dei valori riformisti, liberali che traguardi lo sviluppo economico della Regione in uno scenario decennale, invertendo il declino economico, sociale e demografico che ha caratterizzato la regione negli ultimi anni”.

Più o meno è tutto. Con una frammentazione d’area superiore alle più buie aspettative. In un ambito dove si ritroveranno in corsa, oltre a Sansa e Massardo, la CinqueStelle fuoriuscita Alice Salvatore (Buonsenso) e l’ex pentastellata Marika Cassimatis, che aveva dovuto lasciare il ruolo di candidato sindaco a Luca Pirondini, dopo l’indicazione, congelata a suo tempo da Beppe Grillo, della piattaforma Rousseau. Veleni che si aggiungono ai veleni. Con i rumors, poi smentiti, di una fibrillazione latente in casa CinqueStelle. Con Luigino Di Maio critico su Sansa, anche perché indicato da Vito Crimi. E con l’Elevato Beppe Grillo, ex amico e vicino di casa del giornalista, vendicativo per una vecchia questione di confini e di piscine. Che, da Elevato, ha poi subito smentito:  “Tutto bene nell’oasi felice di Sant’Ilario”.

Diceva, non a caso, l’esperto ultraottuagenario Formica della politica come “sangue e merda”. Probabilmente più l’una che l’altro. Con un presunto liberismo a fare da antidoto a un incombente statalismo. E con quelle accuse di sovranismo agli uni e di populismo agli altri. A gravitare sulla testa persino degli alleati dei CinqueStelle. Ma si sa che chi va con lo zoppo… in conclusione finisce per assumerne l’atteggiamento.

Claudio Scajola

Il veto di Scajola

Pero’ non basta. Ci sono ulteriori fibrillazioni in una coalizione in cui i vecchi burocrati nutrono ipotesi di vendette postume per l’impegno giornalistico anti-cemento dell’autore di un libro di denuncia. Non a caso l’ex ministro e attuale sindaco di Imperia Claudio Scajola aveva fatto sapere, gia’ a suo tempo, che pur non sostenendo Toti avrebbe avuto estrema difficoltà ad appoggiare il candidato che aveva scritto dello strapotere dei due Claudii – Burlando e lo stesso Scajola – in materia edilizia e porticcioli in Liguria.

Veti incrociati e vendette postume, appunto. Senza contare lo spirito ambientalista di cui Sansa non ha mai fatto segreto. Non casualmente fra le prime domande che gli sono state poste c’è stata quella sulla futuribile realizzazione della Gronda, argomento su cui il giornalista ha sempre dimostrato un certo scetticismo. E perciò tema che sarà, c’è da giurarlo, molto gettonato e trattato e ritrattato in campagna elettorale.

Un bel problema per il candidato dell’alleanza giallorossa. Con gli avversari pronti a utilizzarlo come una possibile controindicazione.

Senza contare che proprio Sansa ha già fatto intendere che sarà molto attento sui nominativi dei candidati in lista nei vari partiti della coalizione. Con particolare attenzione non solo ai genovesi, ma anche agli imperiesi e ai savonesi. Esponenti di territori in cui, almeno a giudicare dall’astensione sul suo nome fatta recapitare al segretario regionale Pd Simone Farello, non sembrerebbero disposti a subire processi da parte del figlio dell’ex sindaco e magistrato.

Per concludere: la strada prima del voto si prospetta ancora lunga e tutta in salita. Anche perché, almeno a giudicare dal carattere animoso di Ferruccio Sansa, il Nostro non sembrerebbe disposto a mediazioni di sorta. Con la possibile e futuribile sorpresa finale, ma gia’ ampiamente pronosticabile, dell’adesione massiccia alla panacea del voto disgiunto. Anche perché in quell’area le alternative al giornalista non mancheranno di certo.

Insomma un rush finale tutto da gustare, con cesto zeppo di pop corn a portata di mano.

Cicala contro la formica: la sfida

Non potevo che concludere con una poesia/ode alla sfida naturalistica fra “cicala” crapulona e “formica” previdente, componimento lungimirante mediato dalla “gnosi delle fanfole”, esempio di scuola metasemantica di Fosco Maraini. Raccolta riciclata in “gnosi di via Fiescole”.  Con un certo rammarico per la formica che rischia di essere schiacciata dalla logica brutale ed attuale delle semplificazioni e della propaganda via social.

Della quale, per dirla tutta mi ritrovo ad essere personale supporter, anche come animale omonimo di quello del “sangue e merda”. Che poi è lo stesso dei “nani e ballerine” alludendo al clima che permeò le frequentazioni della classe dirigente politica italiana che faceva riferimento al Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, Claudio Martelli e Gianni De  Michelis. Comunque ogni riferimento a personaggi attuali, citati poco sopra, salvo errori od omissioni, è puramente casuale. E mi resta da dire: quanto ci manca Don Andre Gallo, elemento solido carismatico e di sintesi proficua.

Spazio ai versi

Non mi resta alfine che aggiungere e suggerire che la politica, al di là di vecchi rancori e delle vendette personali, è, o dovrebbe essere, il senso di servizio per la collettività. Quindi  proprio tutta un’altra cosa.

Paolo De Totero

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