Bordello Genova

 

Un modello che ci invidiano

Non so se attribuirlo all’ormai abusato “Modello Genova”. Perche, c’è da giurarlo, qualcuno, nello specifico uno scafato e visionario agente pubblicitario, all’insaputa dell’accoppiata eccellente “Mastro” Marco Bucci e “Governatore” Giovanni Toti, alla fine tenterà di brevettarne il marchio e di prendersene perfino il merito completo, interessi inclusi.

Fatto sta che, nel giro di qualche settimana, fino ad arrivare a quella che precede lo scavalcamento fra luglio e agosto, mese che insieme al “moglie mia non ti conosco” prevede le agognate ferie, i viaggi, i traghetti per le isole debordanti, gli assalti ai terminal e le autostrade intasate, tutti gli interrogativi che affollavano le menti dei genovesi e dei liguri, come per incanto, o come per una fortunata connessione astrale, hanno avuto risposta. Come un puzzle le cui tessere siano state gettate in aria e, sfiorando il suolo, siano andate straordinariamente a combaciare perfettamente.

Per dire: avevamo un unico candidato per le regionali in arrivo, con urne aperte il 20 settembre. Una data, o,tretutto non casuale, che porta alla mente oltre alla nostra centralissima via XX Settembre –  passata indenne, almeno per ora, attraverso la ciclabilemania, contagiosa malattia del momento -, la ricorrenza a cui è stata intitolata. Cioè quel 20 settembre del 1870 in cui, attraverso la breccia di Porta Pia, i bersaglieri e gli uomini del generale Cadorna entrarono a Roma. Fu l’episodio del Risorgimento che sancì l’annessione di Roma al regno d’Italia.

Insomma, come dicevo: avevamo un unico candidato, quel Giovanni Toti, uscente, in vena di cambiamenti, dal partito di origine alle lampadine, mentre, sul fronte opposto, attanagliati dai giochi di posizionamento e potere ci si interrogava e ci si batteva forte il petto recitando il “mea culpa”, alla ricerca del fuoriclasse da contrapporgli. Imbarazzati e paralizzati da un Sansa/si’- Sansa/no che sembrava una querelle senza fine. Insomma quando attendevamo che Ferruccio Sansa disorientato e perfino un po’ nauseato si facesse da parte per tornare ad esercitare a pieno titolo quella professione che a mio parere offre persino più opportunità di essere utile, dal cappello del prestigiatore è uscito il coniglio bianco a lungo atteso. Ferruccio, appunto. Insieme ad altri tre coniglietti di altro colore, dal nero al pezzato. E quindi miracolo, dal candidato che stentava a manifestarsi – o ad essere finalmente autorizzato a manifestarsi – per scissione ne sono arrivati addirittura quattro. Quattro a suddividersi il cosiddetto fronte progressista. All’ interno o addirittura marginale all’esperimento Genova – uno dei tanti in questo periodo – che magari qualcuno finirà per vendere come “modello 2”.  Tenete comunque sempre presenti leavvertenze per l’uso, leggasi anche controindicazioni. E cioe’ che il Modello 2 potrebbe dare luogo a fastidiose recrudescenze di voto disgiunto. Ma nella sperimentazione, purtroppo, qualche rischio si deve pur correre. Anche se c’è il pericolo che lo sperticato modello, uno o due non fa differenza, in conclusione, si trasformi in un non pronosticato bordello.

Tutto ok, inaugurazione il 3 agosto

Come se si trattasse di un drammatico epilogo che dovrebbe mettere fine alla raffica di questioni irrisolte che gravitano come una nuovoletta nera sui liguri e sui genovesi emuli di un Fantozzi dedito al tafazzianesimo. Cioè alla sistematica percussione degli attributi come un popolo sempre pronto ad indossare il cilicio. Del resto il sindaco/commissario Marco Bucci della cosiddetta resilienza ne ha fatto un marchio di fabbrica per i suoi concittadini. Genovesi con le “palle”, forti e indomiti quando si tratta di risollevarsi e di provare a risorgere. Con tanto di retorica abusata e ascoltata e riascoltata dal crollo del 14 agosto 2018 sino ai nostri giorni.

Gia’, quel ponte crollato, il Morandi venuto giù alla vigilia di ferragosto di due anni fa. I lutti, gli interrogativi, la successiva polverizzazione delle arcate rimaste e l’attesa del progetto e della ricostruzione avrebbero messo in ginocchio chiunque. Eppero’ ce l’abbiamo fatta e ce la faremo. Il 3 agosto, un lunedì, il ponte verrà inaugurato. A meno di due anni dalla tragedia costata la vita a 43 persone.

Nel frattempo, nei giorni scorsi, sono state effettuate le prove di carico, con tanto di polemiche sulla curvatura del nuovo ponte e sulla velocità permessa agli automobilisti per transitarvi. Con la querelle del governatore Toti e il quiz dell’elettricista, che diceva più o meno così…. “chi si sente in grado di cambiare una lampadina e/o di caricare una lavatrice e metterla in funzione?”

Ah, al di là degli elettricisti e… dell’evidente elettricità nell’aria, le prove di carico sono andate bene. Anche se circola già l’aneddoto della “chicane del camionista lituano”,  cioè di quella curva delle polemiche in cui un presunto camionista lituano, lanciato a velocità eccessiva per il tracciato, finirà per schiantarsi e per volare nel vuoto con l’intero carico.

 

Washington Bridge sui pattini a rotelle

Ma lo si sa i menagramo e puntualizzatori,  tignosi e precisini, sono sempre al lavoro. Più o meno come la mia amica social Isabella Susy De Martini che segue le vicende genovesi a distanza di sicurezza, da casa sua a New York, dove è rientrata dopo l’ultimo avventuroso viaggio in epoca Covid 19 come medico di bordo. Suo un post dedicato ai ponti: “Questa notte osservavo il Washington Bridge, che collega New York con il New Jersey. Lungo 1,450 metri fu costruito nel 1931 ( quasi 90, novanta, anni fa ), con 8 carreggiate. Nel 1956 ne furono aggiunte altre 6 ad un livello inferiore, oltre ad una pista ciclabile ed un percorso pedonale. E pensavo…che cosa sarà mai il “ modello” Genova per la costruzione di un Ponte ? Mi dicono infatti che quello nuovo, in sostituzione di uno, tragicamente crollato, di soli 1,067 metri è stato ricostruito, quasi cento anni dopo questo, in due lunghi anni e con solo 4 carreggiate. Forse pure nemmeno con la curvatura giusta. Mah …Dimenticavo : questo Ponte fu inaugurato da due studenti di scuola elementare, che lo attraversarono su pattini a rotelle. Nessun Presidente”. Che magari i presidenti sapranno pure montare lampadine e caricare lavatrici ma non caracollare sui pattini, a rotelle o in linea, come la mia amica social Ingrid Van Marle.

Un ponte contro le streghe

Vabbè, dai rallegraiamoci, che poi ci dicono che siamo portatori sani di disfattismo, almeno al di là del “Modello Genova” il neonato ponte, o viadotto, avrà un nome. Lo ha annunciato proprio il sindaco/commissario “mastro” Bucci di aver scelto il nome. Dopo essersi a lungo consultato con i suoi più stretti collaboratori e aver messo la mani avanti avvertendoli, a scanso di equivoci, che lui si sarebbe battuto per chiamarlo “ Ponte Genova-San Giorgio”, come se si trattasse di una stazioncina su una tratta periferica chesso’ …. Genova-Sampierdarena, oppure Genova-Quarto. E che, comunque, non avrebbe inteso ragioni e soprattutto non avrebbe cambiato idea. Che poi tutti, chi più e chi meno, conoscono il carattere che compete all’uomo del “Sono il sindaco, veda lei”.

Percio’ San Giorgio che “mata” il drago, uno dei patroni della città, il più battagliero. Con quella leggenda di San Giorgio contro il drago che divenne popolare soprattutto durante il medioevo, epoca in cui iniziò a rappresentare la lotta del bene contro il male, incarnando gli ideali della cavalleria. E in questo periodo, il culto verso il Santo si diffuse in tutto l’Occidente e nell’Oriente bizantino, dove è conosciuto come il «trionfatore». Tanto da occupare un posto anche nell’agiografia islamica, in cui ricopre l’onorevole ruolo di Profeta. Il suo nome era invocato contro la peste, la lebbra, le streghe, i serpenti velenosi e la sifilide. Una sorta di placebo, insomma, contro le avversità della vita, venduta da un qualunque questuante all’angolo della strada. Infine, un ultimo particolare, ma non ultimo per importanza….San Giorgio è il patrono, tra l’altro, degli Scout e delle Guide. La simbologia a lui legata è infatti quella del cavaliere, immagine del bene,  che sconfigge il male. Nella tradizione italiana, la Festa di San Giorgio è dedicata al rinnovo della promessa. E quindi tutto quadra, dagli scout – di cui Bucci, ma non solo, dalla Pinotti a Renzi, hanno fatto parte – al rinnovo della promessa. E poi utilizzato come amuleto contro streghe e serpenti velenosi, come fosse una gomma del ponte qualunque. Una sorta di preservativo da qualsiasi sventura, ponti e viadotti claudicanti, pannelli fonassorbenti cadenti, volte delle gallerie fessurate, cantieri e lavori in corso a pioggia e tratti autostradali bloccati. “Vedrete  che San Giorgio che uccise Il drago si porterà via tutti i mali”, prometterà il presidente uscente della Regione il giorno dell’inaugurazione nel suo discorso elettorale di fronte al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Schiacciando, magari l’interruttore che darà la giusta visibilita’ alle 43 luci che dovrebbero raccontare le vite perdute quel tragico 14 agosto del 2018. Chi se non lui a schiacciare il pulsante, Giovanni Toti, elettricista provetto e posizionatore di lampadine.

Paola de Micheli

impenetrabile Liguria

Insomma a breve avremo il ponte, mentre genovesi e liguri si interrogano sullo stato delle altre infrastrutture, quelle esistenti, quelle promesse e ancora da realizzare, con  il presidente uscente della Regione che accusa una volta di più il Governo e dice che “Il piano dei controlli in autostrada puzza di boicottaggio elettorale”. Che poi bisognerebbe mettersi d’accordo, perché non si può di volta in volta protestare per i controlli sul Morandi non fatti e poi, a seconda del momento politico, arrivare ad insinuare che altri controlli su una rete che quotidianamente mostra le proprie défaillance non andrebbero fatti.

Ne’ piu ne’ meno della querelle  che ha coinvolto il ministro alle infrastrutture Paola De Micheli, il politico Pd che nel passaggio di mano fra governo verdeoro e governo giallorosso, da Giuseppe Conte a Giuseppe Conte, ha avuto l’ingrato compito di sostituire Danilo Toninelli. Paola De Micheli, incappata nelle proteste liguri per le code infinite in autostrada e per l’ impossibilità di servirsi di vie di comunicazione su gomma da chi non disposto a vivere prigionieri dell’auto. Ma soprattutto dai terminalisti per i gravi disagi e per le difficoltà anche per le aziende liguri del trasporto.

La De Micheli ha invitato i liguri a non lamentarsi troppo esaltando, in fin dei conti in negativo, una presunta impenetrabilità della Regione. Una regione “border line” nel senso di territorio emarginato o marginale che qualche Cassandra maligna ha subito distorto in Bordell line, facendo riferimento alle case di tolleranza e al “Bordello Genova”. Dove tutto rischia di andare a puttane e, come diceva Murphy: “lo andra”.

Così di fronte al tradizionale “mugugno” ligustico, di quel popolo da sempre battagliero ed emuli di San Giorgio, la De Micheli – che aveva reagito alle polemiche dicendo che la Liguria non era isolata e che, insomma quelli che quotidianamente sperimentano la prigionia nell’abitacolo dell’auto per raggiungere il posto di lavoro, la stavano facendo troppo lunga – ha reagito addossando la colpa ai giornalisti – e ti pareva – colpevoli di aver travisato il suo pensiero.

Insomma avrebbe di fatto negato l’isolamento, allo scopo di non terrorizzare eventuali turisti. Insomma la colpa sarebbe tutta della narrrazione sbagliata della realtà. Le nostre autostrade sono come sempre a scorrimento veloce e venghino i turisti, venghino. Che reti autostradali e viadotti verranno inserite a breve nelle località amene da visitare.

La distorsione della narrazione

Basta cambiare la narrazione, trasformare in punti di forza i punti dolenti.
Ed ecco che il gioco è fatto.

Gia’ la narrazione o storytelling, parola di moda, al di la dell’inglese imperante. Termine usato a proposito e a sproposito per dire tutto e il suo contrario. Scrive Roberto Onofrio su “il Secolo XIX” di oggi in un fondo dal titolo “Ma i genovesi meritavano altre parole: “Ci sono parole di cui, a volte, la politica so innamora. Entrano a far parte di discorsi, dichiarazioni, colloqui, interviste e suonano quasi come un segno distintivo. Una volta pronunciate, offrono a chi le dice e a chi le ascolta l’impressione di essere parte di un mondo riconoscibile e riconosciuto. diventano una specie di griffe, che un po’ piace esibire: una sorta di ammiccamento linguistico che gratifica e rassicura. Una parola che, da tempo ormai,  è entrata a far parte del linguaggio della politica contemporanea – e non solo –  è “narrazione”. La si usa talmente spesso che ha finito per assumere talvolta un significato diverso da quello che aveva nella retorica classica. La narrazione anticamente era la parte dell’orazione nella quale si sviluppava l’esposizione obbiettiva di un fatto. Oggi, invece, si adopera più frequentemente per indicare un certo modo di esporre una vicenda. quasi che la narrazione sia diventata un punto di vista parziale, non più un’esposizione obiettiva”. Un cortocircuito lessicale che ha prodotto le giuste ire dei genovesi, politici e non, perennemente in coda.

E perciò mai come in questo periodo quel border line  o “bordell line”, coronamento di un modello Genova che forse sarebbe meglio trasformare in Bordello Genova, in quanto ad emarginazione del nostro territorio dalla cosiddetta politica romana, potrebbe essere più efficace.

Nichi Vendola

Nichi narrazione con zeppola

Anche se poi, ieri con il megafono in mano a protestare insieme agli imprenditori in piazza Fontane Marose, i candidati c’erano tutti e due, l’uscente Toti per il centrodestra e lo sfidante Ferruccio Sansa per il centrosinistra. A fornire il loro sostegno per un inizio di campagna elettorale. Con un megafono che non funziona e Toti che, ironicamente, accusa la sinistra di boicottaggio. Con una campagna elettorale di cui ognuno farà la sua personale narrazione. Del resto il primo a trasformare la realtà nella propria personale narrazione fu Nichi Vendola utilizzando il racconto delle sue percezioni favolistiche per la scalata alla leadership della sinistra, sfidando la zeppola ogni volta che la menzionava. Colpa di qualche politico e dei mezzi di informazione. Scriveva Ennio Flaiano, acuto costruttore di aforismi:  “La stupidità ha fatto progressi enormi. E’ un sole che non si può più’ guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno  a sé”. Con un approfondimento: “Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità altrettando valida e l’errore un altro errore”. E conclusione da tenere presente: “Prima o poi i nodi vengono al pettine, Lloyd”

“E quando accade fa un gran male, sir”

“Alternative, Lloyd?”

“Consiglierei di tagliare corto, sir”

“Per avere rapporti meno intricati?”

“E una testa sempre in ordine, sir”

Cristina Lodi

Ti regalerò una rosa

Gia’ i nodi al pettine, e la testa sempre in ordine. Ricordate la protesta ufficiale per il “vaffa” gestuale ricevuto dal capogruppo del Pd durante un suo intervento in sala rossa dal sindaco Marco Bucci? La Lodi aveva richiesto le scuse del sindaco che in un primo momento aveva fatto finta di niente. Beh, ieri c’è stato in sala rossa un romantico epilogo. Perché Marco Bucci, probabilmente con l’animo più leggero per aver deciso il nome del ponte/viadotto sul Polcevera, è sceso fra i banchi e ha offerto una candida rosa bianca alla Lodi. Che ne ha apprezzato il gesto di scuse. Naturalmente la narrazione parla di romantico gesto di scuse, anche se qualcuno fa notare che la Lodi avrebbe dovuto pretendere scuse pubbliche dal palco rivolte non solo a lei ma a tutto il consiglio. Una Avrebbe dovuto esserci una presa di responsabilità piuttosto che una galanteria fine a se stessa. Ma lo storytelling è così, troppo spesso confonde la politica con i romanzi d’appendice.

Percio’ avviso per l’utilizzo, da tenere sempre presente ogni qualvolta si incappa nei post dei politici o quando qualche candidato eccellente racconta la sua personale narrazione del tuffo in mare, o nel vuoto, o eroicamente…. giù dalla rupe Tarpea. Oppure bel mezzo di un ingorgone politico e di soggetti da votare che ricordano un ingorgone. Per cui personale narrazione o meno, distopia o realtà reale o appena mediata, nei prossimi giorni risentiremo parlare diffusamente di modello Genova con la sensazione rafforzata ad ogni intoppo, di traffico, o meno, o piuttosto politico di essere finiti, mani e piedi prigionieri in un bordello. Bordello Genova.

 Paolo De Totero 

CONDIVIDI