Il ponte

Genova – Tra qualche giorno tutto sarà finito. Gradatamente si spegnerà anche il clamore mediatico sulla presunta eccezionalità dell’impresa, sulla bellezza o bruttezza del manufatto, sulla indispensabilità della cerimonia o della festa. E un ponte tornerà ad essere un ponte con la sua prerogativa di unire anziché dividere.  Alla faccia dello spettacolo che deve andare avanti con le elezioni imminenti, patrocini e paternariati vari da mettere in rilievo nei curricula dei candidati. Perché la vita continui e il ponte torni a svolgere la sua funzione di luogo di transito, di non luogo, dopo essere stato per due anni luogo della memoria e identitario.

Epperò nell’imminenza dell’apertura, o meglio della cerimonia dell’inaugurazione, che sia soltanto un simbolico taglio di nastro oppure un doloroso ricordo della tragedia, divisi tra la mestizia dell’imponderabile e l’orgoglio di aver raggiunto il traguardo prefissato, c’è già chi inizia a farsi domande sulla necessità della propria personale presenza.

Come se avesse il timore che la partecipazione fra qualche tempo finisse per risultare macchia indelebile di un risicato rispetto verso il dolore dei familiari delle 43 vittime e se in conclusione, a qualche giorno di distanza da quel terribile 14 agosto, non sarebbe meglio riflettere con pacatezza e assumere consapevolezza del fatto che tutto avrebbe potuto essere evitato.

Legittimo orgoglio

Eppure c’è chi suona la grancassa del legittimo orgoglio, per quel ponte da archistar figlio di un genovese illustre, leggero come un viadotto, bianco e affilato, miracolo di tecnica, veloce ad essere costruito e facilmente manutenibile. Enrico Montolivo, anima della Giglio Bagnara con un lungo post: “Non rompetemi più le palle sul Ponte Morandi : mi faceva schifo, anche appena costruito, ed era secondo me un pessimo esempio di brutta archeologia industriale, tenuto male e finito in una tragedia. Del resto degli altri 2 ponti, gemelli a questo, e costruiti da quell’incapace a progettare questo tipo di ponti, 1 è crollato, l’altro – fatto ancora peggiore! – è stato distrutto dagli eredi di Gheddafi…..

Ora abbiamo questo ponte semplice ma robusto, bellissimo, che non disturba l’estetica della valle, bianco, leggero ed affilato: Viva Renzo Piano e tutti quelli che l’hanno costruito. Oggi lo skyline più luminoso … almeno secondo me… Chi la pensa diversamente si astenga da commenti inutili… Invece invito a commentarlo…” E giù con un’elenco di nomi, giornalisti, musicisti, ovviamente anche architetti.

Bellezza e speculazione

Con idee diverse, e ovviamente c’è anche chi difende a spada tratta l’onorabilità professionale di Riccardo Morandi il progettista del ponte che fu realizzato tra il 1963 e il 1967. Fra i tanti commenti cito quello di Paolo Gerbella che ha il buon gusto di non demonizzare e di tentare di contestualizzare l’opera crollata: “ Sul tema della “bellezza” ci sarebbe da aprire capitoli infiniti…. nello specifico si tratta di storicizzare e ricordarci che gli anni del dopoguerra sono stati il bancomat per i pochi che dalle guerre traggono vantaggio. Anni di speculazione edilizia, case e strade costruite sulla sabbia con gusti discutibili ma figli del tempo: necessità e fretta. Solo a Genova andrebbe abbattuto il 90 per cento del costruito in quegli anni ( penso banalmente a Piccapietra e Madre di Dio e molto altro). Il Morandi non è escluso da questa storicizzazione e ne è simbolo tragico nel presente”. Opinione su cui in linea di massima concordo.

Superato il clamore

Comunque, superato il clamore di questi giorni, delle feste e dei concerti, delle inaugurazioni, dell’orgoglio delle aziende costruttrici, del ricordo, delle passeggiate, parate e comparsate elettorali, delle,polemiche sul commissario e sulla sua retribuzione, dell’intitolazione più o meno azzeccata, del si doveva chiamare Renzo Piano… – con l’architetto che si era già defilato -. Superati i clamori e i variegati giudizi estetici, persino le querelle sulla velocità e sul raggio di curvatura, nella memoria collettiva e nella percezione della maggior parte degli italiani, con il passare del tempo il ponte tornerà ad essere mezzo di collegamento, luogo di transito e non luogo. Forse identitario per i genovesi, senza dubbio per tutti coloro che sulla tragedia attendono di conoscere responsabilita’ e colpevolezze. E’ stato un ponte che ha unito tifoserie e cittadini, suggerito il silenzio nel giorno del dolore dei funerali di stato in cui qualcuno ha scelto legittimamente di diseratare in segno di protesta per una tragedia che mai avrebbe dovuto compiersi con tante vittime innocenti. E’ un ponte che ha unito i genovesi con quel loro indomito spirito di resilienza e ha riunito una città. Un ponte utilizzato anche per peripatetiche, passeggiate passerelle e comparsate elettorali, diventato identitario che tornerà ad essere luogo di transito. Perché le tragedie si dimenticano e troppo spesso finiscono per non insegnare nulla. Trovo legittimo che nell’unanimismo imperante qualcuno si ponga il problema dell’esserci e partecipare all’inaugurazione, o disertarla in segno di rispetto.

Paolo De Totero

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