Caro diario

Enrique Balbontin

L’ultimo sussulto: la disfida

L’ultimo sussulto degno di nota, concedetemelo, me l’hanno dato il comico Enrique Balbontin e la rappresentante di Italia Viva ( o W L’Italia ?) Raffaella, “Lella”, Paita impegnati a singolar tenzone a causa di quel commento, “A bagasce siamo coperti grazie 🤣🤣”, tutto da decodificare. Probabilmente in un tribunale della Repubblica. Con codazzo di querele e controquerele per diffamazione. Poi, nel bel mezzo di questa insulsa campagna elettorale regionalreferendaria, dove uno sta a guardare sornione e gli altri due del fuoco amico si fanno la guerra tra di loro, tra la bomba di calore e qualche residua tromba d’aria, è piombato il caso Covid/prostatite di Flavio Briatore. Con ricovero al San Raffaele e diagnosi illuminata, o illuminante, di Daniela Santanchè. Prova vivente che non tutti i santi e le sante sono impegnati sempre in Paradiso, ma anche tra noi miseri mortali. Comunque, sia quel che sia, sorta di giustizia divina, il Covid19 o la prostatite. Per un negazionista, a parole e a fatti, sia del Corona virus, sia della prostatite, sia quel che sia, della mascherina e del distanziamento sociale. Come si usa dire… “fotti… gli altri o meglio fottitene, degli altri, non solo a parole”. Con tanto di poesiola gettata lì.

Campagna elettorale
(Moderatamente allegro con…. Briatore)
Si sta, aspettando l’autunno, come sugli alberi le foglie
Fra un Balbontin e una Paita
Fra un Sansa ed un Massardo
Fra Covid e Conte dei contagi
Tra un’Azzolina e un perdirindina
Ognuno sta sul cuor della terra
Trafitto da un balsamo slogan
Tra un viario e un breviario
Un viatico e un Viale del tramonto
Una Cavo e un io speriamo….
Che me la Cavo
E poi è subito sera
Attendendo la notte.

Distanze incolmabili

Già, attendendo la notte, semi assopito, quasi agonizzante per una campagna elettorale/referendo/regional senza sussulti e grida. Piatta e con l’unico gioco a rimpiattino del gatto (o del topo) che cerca di inchiodare in un improbabile duello/ disfida all’ok Corral del confronto pubblicotelevisivo fra uscente e sfidante con argomenti, e su argomenti scivolosi quanto la gestione sanitaria del contagio (ma anche e non solo) e sull’entità e sulle generalità dei finanziamenti elettorali, più o meno attribuibili sempre agli stessi nomi da Burlando/Maestrale a Toti/Change in avanti. Come sapientemente riportato in una inchiesta de L’Espresso datata due anni fa. A riprova di quanto si è detto e ridetto… che “Il potere finisce per logorare soltanto chi non ce l’ha o non l’esercita” nel modo dovuto. Che è poi sempre lo stesso.

Perfino con l’ultimo quizzone de “Il sole 24 Ore” che dirama per chi ci crede – solitamente i vincenti – e chi no – solitamente i vinti – le ultime percentuali sulle intenzioni di voto. In cui, per dirla tutta, a una ventina di giorni dall’appuntamento delle urne, la distanza tra uscente e sfidante/sfidanti appare incolmabile, quasi siderale. Anche se lo sfidato non ha mai cambiato il passo della sua campagna elettorale perenne. Fra una inaugurazione ed un red carpet, guardandosi il fianco scoperto di una politica sanitaria incappata nella pandemia e nella comunicazione quotidiana di contagiati, ricoverati, intubati e deceduti. Fra una mascherina e un distanziamento sociale, con il dubbio di una ripresa smart, delle riaperture, di un eventuale ritorno al lockdown. Mentre lo sfidante ha continuato il suo metodico percorso di piccoli passi, di incontri minimi, per i pochi eletti dello zoccolo duro, per conoscere e farsi conoscere. E lo sfidante dello sfidante, imprigionato, secondo le intenzioni di voto, in percentuali quasi da prefisso telefonico, ha continuato il sistematico lavorio ai fianchi dell’avversario principale. Quello a cui erodere voti. Mentre qualcuno inizia a dipingerlo come il principale alleato dell’uscente. Con tanto di ipotesi, tutt’altro che peregrina, di ricorso massiccio al voto disgiunto. Con casella da barrare su una scheda rosa, che sa tanto di contraddizione, per scegliere un futuro più o meno roseo.

La lotta per un posto al sole

Nove candidati presidenti, diciassette liste per oltre settecento potenziali papabili a giocarsi i trenta posti al sole con annessa retribuzione quinquennale tutt’altro che da gettar via.

Con la battaglia quotidiana per acquisire l’agognata preferenza, il ticket di genere uomo-donna nel gioco “io tiro te, che tu tiri me” e le riflessioni personali affidate giorno per giorno ai social, in una sorta di “Caro diario” in stile Morettiano, con tanto di peregrinazioni, a cavalcioni di una Vespa o di uno scooter come Nanni Moretti. Ma anche alla guida di un camper e a distribuire “santini”, nella città post lockdown di questo strano fine agosto.

Film iconico quello del 1993 di Nanni Moretti a cui i nostri possono rifarsi a piene mani in questi ultimi venti giorni. Con quelle tre fasi che potrebbero sovrapporsi perfettamente a questo periodo sociopolitico del paese, fra peregrinazioni solitarie, vacanze sulle isole e malattia. “In vespa”: Roma. Vado in giro d’estate in Vespa. Vedo un film italiano. Vado alla Garbatella. Guardo gli attici. Poi ascolto un gruppo che suona il merengue. Vado a Spinaceto. Vado a Casalpalocco. Incontro Jennifer Beals. Vedo il film “Henry”. Vado dal critico cinematografico. Vado dove è stato ammazzato Pasolini.

“Isole”: Vado a Lipari a trovare Gerardo. Troppo traffico, troppa confusione: non riesco a scrivere il mio film. Andiamo a Salina. Durante il viaggio Gerardo guarda la televisione. Salina è dominata dai figli unici. Lasciamo Salina per Stromboli. Il sindaco. Andiamo in giro con l’ape. Sul cratere del vulcano chiedo notizie di “Beautiful” a degli americani. Andiamo a Panarea. Subito ripartiamo per Alicudi.

“Medici”: Filmo la mia chemioterapia. Comincia il prurito. Primo dermatologo. Secondo dermatologo. Il sostituto del principe dei dermatologi. Le prove allergometriche. I cibi a cui sono allergico. Il principe dei dermatologi. Di notte mi gratto e di giorno vado al mare con calze lunghe e camice con maniche lunghe. Comincio ad eliminare le medicine che mi sembrano inutili. Arriva il vaccino per i cibi ma non serve a niente e si rischia lo shock anafilattico. Mi convinco che tutto dipende da me, che è colpa mia, la riflessologa mi fa massaggi ai piedi e mi consiglia un bagno con la crusca di grano tenero. Vado in un centro di medicina cinese. L’agopuntura e altri tentativi. Il medico cinese mi dice di fare una radiografia al torace. Il giorno dopo faccio una TAC in clinica. “Il radiologo della clinica per fortuna non ci ha indovinato”.

La politica, una malattia o forse no

Manifesti e comizi non sono più di moda. Meglio incontri ravvicinati di qualche tipo con tanto di foto e selfie e poi affidare il tutto, riflessioni comprese, ad un post che strizza l’occhio al papabile elettore di giornata.

E ognuno racconta la sua giornata elettorale, gli incontri a tema, la realtà che conosceva o non conosceva, oppure la nuova vision maturata in una serra, tra il basilico,  in un circolo tra i soci, in un caseificio, tra le formaggette. Riveduta e corretta, come per incanto.

Il mio collega Marcello Zinola parla apertamente di una campagna elettorale generalmente e genericamente troppo personalizzata con candidati troppo attenti a confidare un lato di se stessi accattivante. Inevitabilmente il profilo migliore, che possa in qualche modo piacere. Attenti al politically correct con qualche raro strascico polemico rivolto all’avversario di turno. Insomma tutto troppo personale e troppo poco politico. Intanto Nanni Moretti proprio lo scorso Ferragosto ci ha regalato, a 27 anni di distanza,  il replay di quel giro in vespa per le strade deserte della Capitale in scooter. Racconta “La Repubblica”: “Roma deserta per ferragosto diventa l’occasione per riproporre un’immagine cult: Nanni Moretti torna sulla Vespa per le strade della Capitale, come nel film del 1993 ‘Caro Diario’. Stavolta, però, il piano sequenza non è ambientato alla Garbatella, Spinaceto e Ostia ma nel rione Prati. Il video è stato poi pubblicato sui profili social del regista e ha emozionato i fan”.

Non era a cavalcioni della mitica Vespa 150 Sv e i quartieri non erano neanche quelli. Ma in fondo tutto cambia perché nulla cambi. La scoperta della politica può giusto essere un giro per conoscere le isole delle periferie anche se magari oltre a non averle mai frequentate non le hai mai neppure inteso comprenderle. Incontrando soggetti sconosciuti a cui chiedere la fiducia e magari perfino di “spoilerarti” il finale. Quasi si trattasse di un interessato vaticinio sul tuo futuro. Compresa, persino, la nuova sorta malattia immaginaria, e il ritrovato spirito di servizio per la collettivita’ che magari si manifesta giusto con un prurito. Con tanto di consigli dei medici che ne dovrebbero sapere più di te e poi scopri, magari, che il tuo è uno stato soggettivo che dura giusto un mese o poco più. Lo spazio temporale di cullare un sogno per un “lavoro” migliore e meglio retribuito. Per migliorare la posizione sociale. O forse no. Ma senza farlo intendere agli altri. Quelli che ti devono attribuire la preferenza. Per empatia, per simpatia, magari perché ti hanno conosciuto. O solo perché condividono la tua vision. Che poi, magari, non c’è nessuna malattia. Ne’ in te e neppure negli altri. È soltanto uno stato di torpore. Che addormenta, almeno un po’, le coscienze. Come diceva Nanni Moretti: “Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Anche in una società più decente di questa, mi sa che mi troverò a mio agio e d’accordo sempre con una minoranza”.

Paolo De Totero

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