Referendum sul taglio dei parlamentari: una riforma tendenzialmente antidemocratica

Ragionare di referendum costituzionale presuppone, prima di tutto, di conoscere la Costituzione.
Sembra scontato ma è uno sforzo che in pochi sono disposti a fare, narcotizzati come siamo dal populismo e dalla banalità. Devoti alle scorciatoie della propaganda.

E così mentre pensiamo di discutere di democrazia ci scanniamo a colpi di social con i nostri presunti avversari scimmiottando i predicatori d’odio che negli ultimi anni hanno fatto fortuna in politica. Perché in fondo facciamo fatica a rispettare chi la pensa diversamente da noi.

La banalità, dicevamo, usata come una pastiglia di Prozac che ci alleggerisce la coscienza. Una pigrizia di frasi fatte dentro la quale sguazziamo bene.

È quello che sta succedendo anche oggi nel dibattito sul referendum del 20 e 21 settembre, slogan dopo slogan. Un metodo con cui si sta discutendo della riforma che forse è ancora più preoccupante per la democrazia di qualsiasi legge verrà approvata.
Per uscire da questo loop e offrirvi un parere tecnico, abbiamo parlato del taglio dei parlamentari con Arianna Pitino, docente di Diritto Pubblico alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova, che ci ha aperto gli occhi sui risvolti meno pubblicizzati della riforma.

Che cosa succederà al nostro Parlamento se vince il Sì?

“Se il referendum avrà esito positivo, saranno modificati gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Nella sostanza il numero dei parlamentari diminuirà: i deputati passeranno dagli attuali 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Una riduzione che taglia di oltre il 30% il nostro Parlamento”.

Il PD parla di riforma valida solo a patto di cambiare anche il sistema elettorale. Voteremo un cambiamento che è legato a una legge elettorale che ancora non esiste? Di più: la legge elettorale è ordinaria e dunque, se anche la cambiassero, nulla vieterebbe di modificarla ancora…

“La tesi sostenuta dal PD ha un suo fondamento. Certo gli elettori e le elettrici devono essere avvertiti che la modifica della legge elettorale non è affatto scontata e potrebbe anche non esserci mai.
Siamo in un certo senso di fronte a una situazione opposta a quella dell’ultimo referendum costituzionale del 2016. Allora avevamo una legge elettorale, l’Italicum, che guardava a una riforma costituzionale che è stata poi respinta dagli elettori nel referendum del dicembre 2016. Oggi abbiamo di fronte una riforma costituzionale molto più puntuale che viene fatta dipendere da una legge elettorale che ancora non c’è e che non siamo certi che mai verrà approvata.

La situazione in generale mi sembra molto peggiore di quella del 2016. Si dice, e di questo abbiamo riscontro in Parlamento, che a questa riforma ne seguiranno altre: riduzione dell’età per votare il Senato, iniziativa popolare, referendum, base elettorale del Senato, riforma del bicameralismo.
Almeno nel 2016 l’elettore votando o No sapeva quale forma di governo e quale organizzazione del potere avremmo avuto all’indomani del referendum.
Oggi invece si avvia un procedimento al buio che non si sa dove porterà e soprattutto quali effetti produrrà sulla democrazia e sull’organizzazione del potere nel nostro Stato. L’unica certezza che abbiamo al momento è che se vincerà il Sì il numero dei parlamentari sarà ridotto con le conseguenze che ne seguiranno. Tutto il resto appartiene al mondo delle intenzioni. Mi sembra un modo di procedere a dir poco imprudente trattandosi della Costituzione e cioè della legge più importante del nostro Stato”.

Aggiungiamo noi che probabilmente il PD non sapeva più a che santo votarsi per giustificare il proprio cambio di rotta dopo aver votato No per ben tre volte. Peccato che noi italiani siamo assuefatti anche alla facilità con cui nel mondo politico si trasformano e si barattano le opinioni e dimentichiamo in fretta.

Con la riforma, il rapporto fra elettori ed eletti aumenterà talmente che per eleggere un proprio rappresentante occorrerà il doppio dei voti necessari oggi. Si tratta di un’operazione che mina la nostra democrazia che sarà un po’ meno rappresentativa?

“In caso di vittoria del Sì aumenterà il rapporto tra elettori ed eletti, cioè ogni deputato e ogni senatore sarà rappresentativo di un numero più alto di elettori e di elettrici e dovrà ottenere più voti per essere eletto. Inoltre il numero di voti necessari per l’elezione del Senato presenta una variabilità molto forte da regione a regione.
Infine la riforma produce anche una sorta di soglia di sbarramento implicita per i partiti minori che è stata calcolata intorno al 15%, che si avvertirà soprattutto nelle regioni più piccole come la nostra.

Tutti questi fattori combinati insieme rendono evidente come la riforma in caso di vittoria del Sì determinerà un problema non trascurabile di eguaglianza del voto. L’eguaglianza del voto, che è stabilita nell’articolo 48 della Costituzione, va garantita non solo in entrata, cioè nel momento in cui si vota e nel momento in cui si applica il noto principio una testa un voto, ma va garantita anche in uscita, cioè quando si convertono i voti in seggi.
In alcune regioni i senatori riusciranno a essere eletti con un numero significativamente inferiore di voti rispetto a quelli di altre regioni, come se il voto degli elettori e delle elettrici con tasse di più o di meno a seconda della regione in cui si risiede e si vota. Chi darà il proprio voto a un partito minore semplicemente non avrà nessuna possibilità di vedere eletto il proprio candidato, e cioè il suo voto non varrà nulla.

Nel complesso si avrà quindi un parlamento meno rappresentativo degli elettori e delle elettrici, sia in generale sia come ho detto in modo più accentuato nelle regioni più piccole in cui i partiti minori non riusciranno a trovare nessuna rappresentanza. Questo favorirà la verticalizzazione del potere e cioè il suo spostamento, e ne abbiamo avuto un esempio forte proprio nei mesi appena trascorsi, nella direzione del governo che potrà contare sulla fiducia di un numero più basso di parlamentari, presumibilmente fedeli e più inclini a non contrastare le sue decisioni rispetto alle quali risulterà determinante l’indirizzo politico impartito dal Presidente del Consiglio.

Nella misura in cui la democrazia presuppone l’uguaglianza del voto e si esprime nella dialettica tra maggioranza e opposizione e nel controllo del parlamento sul governo e non viceversa, possiamo definire questa riforma come tendenzialmente antidemocratica“.

Quali sono in concreto le conseguenze per i piccoli partiti e le piccole regioni se vince il Sì? E soprattutto cosa cambierà in Liguria?

“In Liguria i senatori passeranno da 8 a 5 e i deputati da 16 a 10. Sempre in Liguria – insieme ad altre regioni quali Abruzzo, Calabria, e Sardegna -, si avrà uno dei rapporti più alti tra elettori ed eletti in Senato cui corrisponderà inevitabilmente una minore rappresentatività degli elettori e delle elettrici della nostra regione rispetto ad altre regioni.
Inoltre saranno soprattutto gli elettori e le elettrici dell’area genovese, poiché più numerosi evidentemente, a determinare gli eletti alla Camera e al Senato con il rischio di allontanare ancora di più dalla politica chi risiede e dunque vota in altre province della Liguria e magari, riallacciandomi a quello che dicevo poco fa, vota anche per un partito minore: questi elettori inevitabilmente sapranno già in partenza che il loro voto sarà due volte inefficace”.

Riduzione dei parlamentari uguale lotta alla casta: è verità o solo populismo? Non si avrebbe un risultato migliore invece diminuendo gli stipendi piuttosto che diminuendo la rappresentanza?

“Se vogliamo metterla nei termini della lotta alla casta, certamente questa si riduce dal punto di vista numerico. Tuttavia ho già detto come la riduzione dei parlamentari determina una minore rappresentatività dei cittadini e una maggiore verticalizzazione del potere nella direzione del governo, e questo mi pare che abbia l’effetto di rafforzare la casta stessa: meno parlamentari, più controllo da parte del governo, meno opposizione, meno interessi rappresentati, più forza della casta.
Se per lotta alla casta intendiamo una politica che sappia guardare di più e meglio, e soprattutto in una prospettiva di più lungo periodo, agli interessi della collettività e meno agli interessi contingenti elettorali o in generale del proprio schieramento politico, non mi pare che questa riforma produca risultati in questa direzione.
Senza toccare la Costituzione, sarebbe molto più utile intervenire in altro modo ad esempio rafforzando la democraticità interna dei partiti, rendendo trasparente il modo in cui si scelgono i candidati e le candidate alle elezioni, sapere come si abbinano queste candidature a ciascun collegio e facendo in modo che io sappia chi vado a eleggere, senza falsare le elezioni in modo surrettizio come avviene per esempio con il meccanismo delle candidature plurime”.

Al nostro Paese manca una legge elettorale in senso proporzionale?

“Al nostro Paese manca una legge elettorale che sappia coniugare al meglio rappresentatività e governabilità, anche se con l’attuale assetto politico-partitico è difficile che una forza politica possa governare da sola. Questo rende a mio avviso necessario un atteggiamento di maggiore rispetto tra le forze politiche, toni più pacati e meno divisivi, dove i partiti si fanno forti dei propri programmi politici e delle proprie idee ma senza esasperare la contrapposizione con l’avversario, sapendo che potrebbe essere necessario anche governare insieme”.

Si dice che la diminuzione dei parlamentari è una strada per far funzionare meglio il nostro Parlamento ma invece non sarebbe preferibile scegliere la strada dell’abolizione del bicameralismo perfetto?

“Questa potrebbe essere una strada, ma sapendo che richiede un ampio processo di riforma e nella consapevolezza che nel momento in cui si interviene sul bicameralismo perfetto si interviene su tutti gli organi costituzionali dello Stato. Già in passato gli elettori e le elettrici hanno respinto riforme costituzionali ampie che intervenivano anche sul bicameralismo perfetto, riforme costituzionali di maggioranza. Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016.
Penso che un nuovo processo di più ampia riforma costituzionale possa avere speranze solo se condiviso da tutte le forze politiche che responsabilmente si mettono a lavorare insieme.

Quello che servirebbe prima di tutto è aumentare la qualità di chi va a ricoprire l’incarico di parlamentare che è quello che dicevo prima.
Quando c’è buon senso, quando si ha la preparazione di chi le fa, se arrivano ben scritte, se non vengono stravolte, se c’è il buon senso tra le parti politiche, le leggi si fanno in 15 giorni.
L’idea che abbiamo è che debba sempre prevalere un’ottica maggioritaria, ma le leggi alla fine sono un compromesso tra maggioranza e opposizione, cioè bisogna guardare quali sono gli interessi che andiamo a curare. È questa la prima cosa. E in secondo luogo servono delle leggi ben scritte perché se sono ben scritte il cittadino le comprende, è più facile per la Pubblica Amministrazione attuarle, è più facile per il giudice applicarle, il che significa procedimenti più veloci. Se le scriviamo male, il giorno dopo vengono impugnate davanti alla Corte Costituzionale. E cosa succede nel momento in cui la Corte Costituzionale impugna una legge? Succede che i procedimenti giudiziari si fermano perchè il giudice rinvia in attesa della pronuncia della corte che magari arriva un anno dopo. Non è colpa della corte, se le leggi somo scritte male e ne vengono impugnate tante.

Dare la fiducia ad una sola camera servirebbe per dare più rappresentanza alle regioni, quindi un luogo dove Stato e regioni possano comporre i conflitti ma non nel segreto delle conferenze, bensì pubblicamente così anche l’elettore regionale sa cosa fanno i propri rappresentanti in Senato.

Se il conflitto lo preveniamo non ce lo ritroviamo dopo, davanti alla Corte Costituzionale, e nuovamente si sveltisce tutto.
Si può intervenire sui regolamenti parlamentari. È stata fatta ad esempio una bella riforma l’anno scorso al Senato: si è detto che per costituire un gruppo parlamentare bisogna aver partecipato alle elezioni. E questo è utile perché evita quella trasmigrazione di parlamentari che poi creano gruppi di comodo per sostenere governi. L’ha fatto solo il Senato ma già è utile questo perché si riflette anche sulla Camera”.

Perché non sono stati toccati i senatori a vita o i vitalizi dei parenti dei parlamentari deceduti? C’è un ostacolo legislativo o è solo una scelta politica?

“I senatori a vita mi pare che non costituiscano un grande problema visto il numero ridotto e il modo in cui sono autorevolmente scelti dal Presidente della Repubblica.
Si insiste sempre sulle questioni economiche collegate in modo diretto ai parlamentari, quindi stipendi, vitalizi e quant’altro, di sicuro una loro riduzione soprattutto di questi tempi non sarebbe mal vista ma il punto è un altro.
I veri costi per lo Stato non sono questi.
I veri costi sono le opere pubbliche incompiute, sono le riforme non fatte o fatte male oppure lasciate a metà.
I veri costi sono un sistema giudiziario poco efficiente che tra l’altro disincentiva le aziende straniere a investire in Italia. Sono la corruzione e la criminalità organizzata.
E potrei continuare.

Serve forse di più una politica che sappia farsi carico in modo consapevole e responsabile di questi problemi. Un parlamento autorevole ed efficiente che approvi non tante leggi e velocemente, perché non è la velocità che qualifica la qualità del parlamento, ma le leggi devono essere utili al Paese, gli interessi della collettività devono essere ponderati in modo efficace ed efficiente, e soprattutto c’è bisogno di leggi che non vengano riscritte il giorno dopo dalla Corte Costituzionale oppure cadano sotto la sua scure.
Non trovo nulla nella riduzione del numero dei parlamentari che vada in questa direzione”.

Qual è l’impatto di genere della riduzione del numero dei parlamentari?

“Sono contenta che mi abbia fatto questa domanda. Si tratta di un profilo della riforma costituzionale che sembra essere sfuggito ai più. Il nostro è uno Stato in cui quella che si chiama democrazia paritaria, cioè la parità tra uomini e donne nella rappresentanza politica e cioè all’interno degli organi elettivi, è ben lontana dal realizzarsi.
Abbiamo visto cosa è successo quest’estate per riuscire a introdurre correttivi di genere nelle leggi elettorali regionali. Vediamo cosa succede ogni giorno nelle nomine pubbliche che vengono fatte a ogni livello: le donne sono quasi sempre assenti.
I correttivi di genere evidentemente non bastano, serve un salto culturale che faccia comprendere a tutti che più donne al potere vuol dire più vantaggi per tutti, anche in termini di PIL, anche in termini economici.
Lo ricordava ancora pochi giorni fa il segretario generale dell’ONU osservando come le donne leader nella crisi del Covid-19, oltre alle competenze, hanno mostrato maggiore empatia, compassione, comunicazione, inclusività. Nel momento in cui andiamo a ridurre il numero dei parlamentari in una democrazia che dal punto di vista della parità uomo donna è davvero indietrissimo rispetto a tutte le altre democrazie occidentali, lei crede che i posti che rimarranno saranno occupati da donne? Io penso proprio di no, e questo sarebbe un altro duro colpo alla democrazia nel nostro Paese”.

Simona Tarzia

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