Ora che i buoi sono scappati

Pier Luigi Bersani

Come una metafora bersaniana

Per utilizzare una metafora contadina dopo aver messo il carro davanti ai buoi, ora si precipitano a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Il Pd Ligure è quest’acqua qua, si vedrebbe costretto a dire con felice sintesi attingendo alle sue origini contadine il Pierluigi Bersani ex ministro dell’industria ed ex segretario del Pd, attuale leader di “Articolo uno” del ministro della salute Roberto Speranza, discettando di tardive analisi elettorali, dopo le elezioni nella nostra Regione terminate con l’ennesima debacle del centro sinistra.

Perchè alla fine è normale, quasi un rituale, che nel corso della fase di autocritica inizino a volare gli stracci. Come è rituale che, approfittando del marasma del momento gli sconfitti si mettano in pace la coscienza chiedendo la testa dei dirigenti della segreteria.

Pippo Rossetti

A rompere gli indugi è stato Pippo Sergio Rossetti ex assessore alle finanze della giunta di Claudio Burlando, poi relegato all’opposizione e entrato per la terza volta in consiglio regionale per il rotto della cuffia. Per carità, nulla di disdicevole, a parte il terzo mandato e un cursus honorum ridondante fra Comune e Regione, in un partito che a parole avrebbe voluto puntare al rinnovamento e a ringiovanirsi. Rossetti che in Liguria è il riferimento di “Base riformista”, componente Dem che raccoglie gli ex renziani rimasti nel partito, è stato il primo a incrinare la parziale soddisfazione, o l’insoddisfazione parziale, per il risultato della coalizione fra centrosinistra e pentastellati: “Quando leggo che il vicesegretario Andrea Orlando dice che siamo andati bene in Liguria mi chiedo se siamo una confraternita dedita alla testimonianza o un partito che mira a governare. Abbiamo perso, e male. Altro che alleanza che ha funzionato». Inevitabile l’intesa con il Movimento Cinque Stelle ma avremmo dovuto cercare l’unità della coalizione di governo, come da mandato del segretario regionale Simone Farello. E l’avremmo dovuto fare con un altro candidato, perche’ scegliendo Sansa abbiamo automaticamente perso il centro moderato, che invece si è buttato nelle braccia di Toti: Sansa era un candidato di sinistra vicino al M5S, era prevedibile non riuscisse a parlare all’elettorato fluido che sta al centro. Scegliendo Sansa abbiamo dato un grande alibi ai renziani. Ma se il partito di maggioranza relativa non riesce a tenere tutti insieme, vuol dire che ha fallito. Abbiamo due elezioni comunali importanti nei prossimi anni e con questo stesso schema usato per le regionali a Genova non vinceremo”.

A ruota l’attacco alla leadership regionale attuale: “Serve un congresso, perché gli organi regionali e provinciali sono quelli di un partito che non c’è più. Farello è stato scelto da zingarettiani senza un dibattito reale e una procedura partecipata: ma non è tanto questione di nomi quanto di idee: mi aspetto che il Pd faccia un confronto reale in un congresso”.

Il contrattacco di Farello

Farello, comunque non si sottrae promettendo un congresso a breve termine per analizzare il voto in maniera approfondita: “ Una sconfitta come questa non si può certo spiegare con le scelte degli ultimi cinque mesi, e ci sono tanti fattori da considerare”. Poi avverte e mette le mani avanti: “ Se si pensa a un dibattito tra gruppi dirigenti che si trasformi nella solita conta interna, non servirà a nulla il congresso. Bisogna farlo sulle idee e su come il Pd parla alla società ligure”. Come dire nel solito vecchio linguaggio del politichese allarghiamo il campo che tanto l’ennesima resa dei conti non servirà a nulla. Con stoccata finale ai renziani e agli ex renziani : “Vorrei aver perso solo del 2,5% ma i numeri parlano chiaro. Attribuire la sconfitta alla rottura, peraltro determinata da loro, con i renziani è sbagliato: sono irrilevanti, l’unica forza politica che parla dei problemi degli altri invece che dei propri fallimenti”.

Insomma scappati i buoi è chiusa la stalla ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Fra strategie e tatticismi in attesa del congresso.

Andrea Orlando

Tutte le ragioni di una candidatura sbagliata

Forse non sarebbe male a congresso in corso, o anche prima, ripartire proprio dal modo in cui si è arrivati a proporre e poi alla scelta tormentata del candidato presidente della coalizione di centro sinistra e Cinque stelle. Un nome estratto dal cilindro del vicesegretario Andrea Orlando, probabilmente per anticipare un eventuale colpo di coda che lo avrebbe designato come candidato ideale per confrontarsi con Toti in Liguria, a suggellare l’esperimento di un’alleanza nazionale. Con perentorio allineamento di Raffaella Lella Paita, tanto per evitare qualche invito maligno a tornare in Regione come capo dell’opposizione, o chissà, andando ad occupare Il ruolo per cui si era preparata a lungo per ritrovarsi battuta da Toti. Una rivincita a cui, da parlamentare non aspirava affatto. Anche perché superare Toti stavolta sarebbe stata davvero un’impresa.

Raffaella Paita

Singolare, comunque l’itinerario ondivago della Paita che prima ha sostenuto il giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, e poi dopo lo strappo di Italia Viva e del capo carismatico Matteo Renzi, si è ritrovata a convergere su un altro candidato ostile a Sansa, un rappresentante della società civile, che aveva in ogni modo cercato di ingraziarsi Pd e Cinque Stelle. Senza riuscirci. E poi sparita dall’orizzonte la Paita le è subentrata un’altra esponente del Pd eccellente. Quella Roberta Pinotti, ex ministro della difesa del Governo Renzi, poi semplice senatrice,riciclatasi zingarettiana doc. Mossa comprensibile, tanto per avere la sicurezza di non essere indicata a sorpresa tra i potenziali e papabili avversari di Toti.

Comunque, a scendere, per ruolo e carisma, forse avrebbe potuto capitare a Sergio Pippo Rossetti, assessore di lungo corso con Burlando e poi, dopo la partenza della Paita per Montecitorio, di fatto capo dell’opposizione a Giovanni Toti, di ritrovarsi a dribblare una nomina indesiderata e scomoda. Rossetti, da tempo pare avere altre aspirazioni, e se avesse avuto l’opportunità di concorrere alle prossime politiche, non lo avrebbe potuto fare da presidente della giunta Regionale. Ma, addirittura peggio, una sua eventuale sconfitta avrebbe bruciato prima di nascere le sue naturali aspirazioni.

Insomma, caso per caso, dall’alto verso il basso “le piccole rendite di posizione dei singoli che continuano ad avvelenare i pozzi e a determinare il futuro collettivo”, di cui parlava il presidente regionale dell’Arci Walter Massa in un suo post pubblicato interamente in un mio articolo precedente.

Selena Candia

Le donne, queste sconosciute

Bisognerebbe ripartire da questa narrazione, ora che Ferruccio Sansa è diventato un capro espiatorio facile per tutti in grado di esprimere perfino felicità per una sconfitta ampiamente scontata, visto che poi in soldoni la contropartita accettabile è un posto da oppositore principe in consiglio regionale adeguatamente remunerato. Vittima, a suo modo felice, perche’ alla fine ognuno persegue personalisticamente un suo traguardo e perfino una sua strategia.

La colpa di questa sconfitta patita da Sansa è anche delle televisioni asservite al potere suggerisce qualcuno (Nicola Stella) dati alla mano, osservando che De Luca, Zaia, Emiliano e Toti, in piena emergenza Covid, sono stati quelli che di più hanno goduto di comparsate su Tv nazionali e non. Come se il problema dell’informazione dopata, ma anche dei social asserviti al potere per la stessa perversa natura di chi li popola, fosse una novità contro la quale un candidato giornalista non sapeva di doversi confrontare. Piagnistei inutili, tanto per indorare un po’ la pillola della “sconfitta felice”.

Che poi a voler essere sgradevoli a tutti i costi la sconfitta maggiore in queste elezioni è stata quella subita dalle donne. Hanno trionfato, non a caso in “Cambiamo”, due veterane del voto, l’ex assessore Ilaria Cavo e l’uscente Laura Lilli Lauro. Per entrambe si vocifera di una campagna elettorale in cui hanno potuto godere di grande sostegno, anche economico. La terza eletta è la ricercatrice Selena Candia che si è aggiudicata la poltronissima sul filo di lana strappandola alla compagna di lista Cinzia Pennati, autorevole penna per le pari dignità e contro la violenza di genere. Anche in questo caso, volendo essere particolarmente sgradevoli, con qualche significato velato o forse no.

Nessuna donna eletta nel Pd. Mentre nella scorsa legislatura c’era la Paita. Nessuna nella Lega in cui la Viale eletta nel 2015 nel listino del presidente ha pagato un assessorato troppo impegnativo e gravato dalla pandemia. Nella scorsa legislatura oltre alla Viale era stata eletta anche Stefania Pucciarelli di Santo Stefano Magra  poi trasferitasi a palazzo Madama dove ha ricoperto la Presidenza della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani. Già, facezie della politica. Ultima ma non ultima con le sue precedenti 160 mila preferenze come candidato presidente dei pentastellati, Alice Salvatore ridimensionata dall’alleanza con il Pd, dal gran rifiuto, totalizzando con il suo “IlBuonsenso” la miseria di seimila ottantotto voti. Ce ne sarebbe abbastanza per accusare i politici di misoginia.

Valentina Ghio

Quei balletti antivalentina

La collega Donata Bonometti in un lungo post si limita a farla trasparire per il partito per il quale simpatizza il Pd, che in fondo in consiglio regionale non ha portato nessuna donna. Anche lei parte da lontano “ESPRIMO un pensiero di cui forse l’interessata non approverà la manifestazione pubblica. Però questa è una piazza e uno ha diritto di attraversarla senza chiedere il permesso, non necessariamente travolgendo chi incrocia. Mi sento addosso l’impegno di una specie di annunciazione che da personale potrebbe diventare pubblica e per questo vi sparo come immagine questa meravigliosa tela di un annunciazione con gatto.

Ritorno su Valentina Ghio che nella primavera scorsa, insieme ad altri iscritti pd e non, a donne soprattutto ma non solo,  avevo sostenuto perchè il suo partito la proponesse come candidata alla presidenza della Regione. Il mio e quello di numerosi altri fu un intervento istintivo di fiducia verso un amministratore pubblico che ci sembrava avesse dei numeri. E meritasse. Ci è stato dato di capire che il suo stesso partito non fosse piu di tanto convinto. Si comincio’ a dire in giro che era meglio smettere di sostenerla perchè l’avremmo bruciata. Concetto un po’ oscuro ma  che ci obbligò a frenare una timida ma convinta operazione che raccoglieva sempre piu adesioni. Quando Ferruccio Sansa fu nominato candidato presidente ci siamo attivati perchè lei venisse in qualche modo affiancata dal Pd come vicepresidente in pectore.  E come importante valore aggiunto ad una campagna che si presentava quanto meno impervia. Silenzio e astensione da parte del suo partito anche in questo caso. Poi ora si interverrà dicendo che erano i 5 stelle a non volere un amministratore, un sindaco, targato  Pd. Ma oramai è acqua passata ed è passata travolgendoci…

Ora. Il popolo delle urne ha premiato i sindaci e da questa cosa non si può tornare indietro, è evidente la voce che si leva dal territorio che sentendosi accudito dai propri amministratori  li ha voluti in Regione. Valentina Ghio è sindaco di Sestri Levante da due mandati, il valore della sua attività amministrativa è riconosciuto da tutti, è brava, determinata, di grande esperienza e persona perbene, discreta che non va avanti a sgomitate. Anzi. E come ho detto, non sa di questo intervento un po a gamba tesa di una che di fatto non conosce,  e quindi e non so se ne sarà contentissima.

Nonostante questo chiamiamolo cosi curriculum di tutto rispetto il suo partito la tiene apertamente di lato. Mistero per noi poveri essere estranei a certi deliranti meccanismi. Ecco. Io allora vorrei che in un contesto politico e post elettorale cosi significativo lei diventasse segretario di questo partito che ora, quello ligure intendo, ha bisogno di un cambiamento. Un partito che è anche il mio. Aggiungo a questa mia espressione di sentimenti, che tale vuole rimanere, l’estratto di un paio di riflessioni che la Ghio ha espresso in una intervista di due giorni fa.- “il centro sinistra per vincere non puo’ limitarsi ad alzare il dito sulle mancanze della controparte, ma deve essere in grado di costruire nei 5 anni ( non nell’ultimo mese) un percorso credibile e calato nelle realta’ territoriali, alternativo non per contrapposizione ma per convinzione, che dimostri soluzioni ai problemi, risposte ai bisogni immediati delle persone e del territorio, ma con nitida chiarezza una visione di futuro. Senza barriere o steccati ideologici. Con pragmatismo e respiro lungo. I posizionamenti non possono determinare la costruzione del futuro.

Peccato per il numero esiguo di donne elette nonostante la possibilità della doppia preferenza ma ci sono anche aspetti positivi da cui ripartire…. Altro aspetto degno di nota e’ anche l’alternanza generazionale in consiglio, con un significativo protagonismo dei sindaci (bravi davvero colleghi!) che dimostra plasticamente il valore della credibilità sul territorio.

Senza aspettare tatticismi, spesso incomprensibili, questi possono essere elementi da cui ripartire”.

Ah cosi en passant è pure donna”.

Giovanni Toti

Il Centro Destra e l’arte della coesione elettorale

Contraddizioni evidenti al di la’ delle tante dichiarazioni di facciata.

Qualcuno avanza la teoria nemmeno troppo peregrina che al Pd queste elezioni non interessassero visto il momento sfavorevole per i partiti riformisti moderati mentre va di moda la politica urlata sui social.

Al contrario chi ha le sue radici nei vecchi partiti della sinistra e della Dc, le modalità per discutere di politica sono quelle delle stanze private, dei “caminetti”, del centralismo democratico, dei comitati ristretti. Tutti posti dove le elezioni si affrontavano pensando a un piano A ma anche B e forse C.  Dove i boiardi di partito preparavano il terreno ai leader che poi, in campagna elettorale e facendo politica, arringavano le folle convincendole e portandole a votarli. Tutta roba del ‘900, con tanto di tv asservite ai potenti di turno.

Il Centro Destra, al contrario, ha imparato l’arte della coesione elettorale, anche grazie alle ideologie delle varie componenti che non sono poi così diverse tra loro. Ma è stata affinata anche la capacità di aver scelto, nel 2015, un frontman che ha convinto tutti.  Tra facili slogan e fughe in avanti per sfuggire gli argomenti sdrucciolevoli.

La sanità, sempre più privata a discapito della pubblica, ha continuato a essere il neo di questa amministrazione. Gli aumenti dei contagi sono stati manipolati ad arte e nel centro storico è tornato l’obbligo di indossare le mascherine. Ma le scuole sono state aperte e le elezioni si sono regolarmente svolte.

Non tutte le ciambelle sono uscite con il buco però. A Erzelli, per esempio, la Regione dopo aver acquistato il terreno a dieci volte il suo valore, non è riuscita a costruire il nuovo ospedale del Ponente perché la gara è andata deserta. Ma siamo certi che nei prossimi cinque anni si troverà una quadra per costruire un ospedale, rigorosamente convenzionato. Il resto, tra alti e bassi ha tenuto botta fino alla rielezione. Certo, molti nastri sono stati tagliati grazie ai finanziamenti ricevuti grazie alle precedenti amministrazioni, ma con un buon lifting nella comunicazione è un particolare che passa in secondo piano. E poi i cittadini sono così intenti a scrivere e a rileggere i propri post sui social che mica fanno caso a questi dettagli noiosi.

Comunque gli stracci sono cominciati a volare per tutti, mica solo fra le componenti della sinistra dedita al tafazzianesimo e ripiegata su se stessa A elezione avvenuta e vittoria acquisita, Il neo Presidente Toti ha cominciato a marcare il territorio bacchettando Matteo Salvini diventato forse “troppo di tutto” per essere un affidabile compagno di viaggio. Così pur abbracciando solo a parole il concetto “squadra che vince non si cambia”, Toti ha tacitamente bocciato Sonia Viale che farà dell’altro ma non certo l’assessore alla Sanità.
La Sanità che rappresenta l’80% del bilancio della Regione e che nella narrazione ha eroicamente retto l’impatto con la pandemia. Anche se di eroico abbiamo visto soltanto gli addetti ai lavori intenti a curare i cittadini con pochi mezzi e a volte senza le dovute protezioni personali. Ma lo scorrere veloce della vita social, tra un brindisi e un piatto di trenette, ha contribuito in seguito a cancellare i brutti ricordi lasciando spazio solo alla celebrazione.

Gianni Crivello

Ripensamenti e ritardi per una sconfitta annunciata

Per tornare alla vecchia favola fatta circolare ad arte sia a destra che a sinistra della sconfitta annunciata, tanto da finire per risultare “felice” un po’ per tutti coloro che non hanno dovuto rinunciare ai loro piani. Quelli partoriti nelle segrete stanze dei comitati ristretti e dei “caminetti”, i professionisti nostrani della politica non hanno avuto il fegato di andare in competizione con Toti. Dopo mesi di tentennamenti, riunioni e pare qualche incontro “segreto”, la scelta è caduta su Ferruccio Sansa, giornalista e scrittore. Inutile dirlo, ma questa leadership non è stata gradita da un’ampia porzione del PD e per la residua compagine di Italia Viva, che infatti ha ripiegato su Aristide Massardo.

Quando scrivemmo che Sansa si era messo in casa un alleato infedele, alcuni esponenti del Pd non la presero bene. D’altronde facevamo soltanto cronaca ricordando che sono molti nel PD a non aver digerito le parole dure di Sansa nelle vesti di Giornalista nel libro “Il partito del cemento”.

E comunque si è ripetuto lo stesso rituale vissuto solo tre anni fa con una vittima sacrificale individuata dopo infinite discussioni, non a caso un esterno al Pd, ex assessore della giunta Doria, Gianni Crivello

Una storia di tradimenti quindi, di abbracci per tenere i piedi in più scarpe, perché oggi, di fronte a questa travolgente onda di destra, sopravvivere per il PD è diventata una priorità.

Nicola Morra

Infine c’è il Movimento Cinque Stelle che nel breve volgere di cinque anni si è vaporizzato. Terminata la sua propulsione “rivoluzionaria” e respirata l’aria insalubre del “Palazzo”, il tentativo di sopravvivere diventando forza di governo ha sancito l’inizio della fine. L’esperimento giallorosso in provetta trasferito da Roma alla Liguria con un’alleanza che i cinque Stelle hanno vissuto con il patema evidente di vedersi cannibalizzare dal Pd ha creato timori e barricate. Con i veti fermi e prolungati a candidati presidente iscritti al Pd, dai politici ai presunti esponenti di una qualsiasi società civile. Sino all’imposizione di Ferruccio Sansa. In qualche caso è circolato persino il nome del Senatore pentastellato Nicola Morra, prima Presidente del gruppo parlamentare e poi della Commissione Parlamentare Antimafia. Ma si è trattato di palesi depistaggi. Nessuno, nonostante tutto se la sarebbe sentita di lasciare gli agi  dello scranno romano per lanciarsi in una avventurosa sfida senza speranza di una cinquantina di giorni in Liguria. Con tanto di carro davanti ai buoi, cioè che non dovesse trattarsi di un appartenente al movimento, né tantomeno di un esponente del Pd. Che in fondo ha finito per far piacere a tutti. Tutti coloro che si potranno dedicare, sin da ora, a pensare e progettare la campagna per la prossima occasione, fra due anni. Magari architettando già le motivazioni per qualche nuova deroga per la propria candidatura.

Paolo De Totero

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