Ristoranti e bar alla canna del gas protestano per il coprifuoco: “Non siamo noi i luoghi di contagio”

Matteo Losio (Fepag): “L’impennata dei contagi è partita a settembre col rientro alla normalità del lavoro, della scuola e dei mezzi pubblici”

Genova – Danni economici immediati di migliaia di euro e perdite future difficili da quantificare, anche in termini di posti di lavoro che andranno in fumo.
È questa la situazione di bar, ristoranti e pub, messi in ginocchio dal coprifuoco deliberato con l’ultimo DPCM che impone la chiusura dei locali alle 18.

“Siamo sconcertati, ci sembra allucinante che si possa lavorare fino alle 18 e che poi diventi pericoloso”, contesta Matteo Losio, presidente dell’Associazione Ristoranti Fepag, che poi sottolinea come sia evidente che le misure annunciate dal premier Conte nella conferenza stampa di domenica scorsa “più che alla ristorazione sono legate al mondo del dopo cena e a tutto quello che potrebbe creare assembramenti fuori dai locali”. E quindi rincara la dose: “Noi siamo aperti da giugno e l’impennata dei contagi c’è stata a settembre con il rientro alla normalità. Non accettiamo di vederci cucita addosso l’etichetta di posto dove ti contagi“.

La rabbia è tanta, aumentata dal fatto che a Genova la protesta organizzata per oggi da Confcommercio in 21 città italiane, è stata cancellata dalle ultime ordinanze della Regione che vietano le manifestazioni anche in forma statica: “Abbiamo fatto fatica a trattenere i nostri associati, amici e colleghi già provati dal lockdown,  che si vedono cancellare anche il diritto costituzionale di manifestare il proprio dissenso” e soprattutto, continua Losio, “ci dispiace che la politica non abbia capito il dramma che stiamo vivendo“.

“Una mazzata” per tutti ma “la salute pubblica è la priorità” e per questo “seguiremo le regole come abbiamo sempre fatto” e dunque “la nostra contestazione di oggi sarà solo virtuale”, tiene a precisare Losio ricordando con una punta di polemica tutte le spese che gli esercenti si sono accollati per mettersi in regola e lavorare in sicurezza: “Abbiamo fatto migliaia di euro di investimenti per i DPI, per i gel, per i menù digitali, per le comande elettroniche, e per implementare la linea Wi-Fi perché ci era stato assicurato che avremmo avuto un rimborso del 50% delle spese, e ora ci vengono a dire che forse ci restituiranno il 18 %”.
“Quello che ci rimane è l’amaro in bocca”, continua Losio che rimarca ancora una volta la serietà dei ristoratori: “Se ci sono stati dei pirati puniteli, ma così colpite duramente anche chi in questi mesi ha lavorato seriamente”.

E il punto è che adesso i gestori dei locali, se vorranno continuare a lavorare, dovranno spendere altri soldi per organizzare il servizio di consegna a domicilio. Spiega Losio che “fare delivery non è così semplice perché bisogna organizzarsi con i cassoni termici, con li contenitori per le consegne, insomma con un’attrezzatura che non tutti hanno in casa” e che, se si vuole sopravvivere, andrà acquistata perché ormai “il 70% del nostro fatturato deriva dalle cene visto che lo smart working aveva già ammazzato tutta la parte legata al pranzo”.

A preoccupare è soprattutto l’incertezza.
“Ci avevano assicurato dei rimborsi ma non sono arrivati. Si parlava del 20% sul fatturato del mese di aprile dello corso anno, ma a cosa ci serve? Sono mesi che lavoriamo con il fatturato ridotto all’osso e l’elenco dei rimborsi è talmente lungo… non ce la faranno mai”. Il Governo ora parla di somme una tantum “ma non è questo che ci salverà. Avanti così, pensiamo che tra serrande abbassate e lavoratori a spasso entro la fine dell’anno i numeri saranno importanti”.

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