Le mani dei clan sulle energie pulite e la grande distribuzione: sequestrato il patrimonio di tre noti imprenditori di Reggio Calabria

Sotto sigillo anche la Canale Srl, società con sedi a Reggio Calabria, La Spezia, Milano, Brescia, Mantova, Varese, Pavia, Vicenza e Lecce

Reggio Calabria – 18 imprese commerciali con sede in Italia e all’estero, 18 immobili, 7 automezzi, un’imbarcazione da diporto, 10 orologi di pregio (Rolex, Paul Picot, Baume & Mercier), e infine disponibilità finanziarie e rapporti bancari e assicurativi per un valore complessivo stimato in circa 50milioni di euro.
È questa l’entità del sequestro effettuato stamattina da parte del Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, finanzieri dello Scico di Roma e del Comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria.
Tra le numerose società sottoposte a vincolo anche la Canale Srl, impresa del settore della metanizzazione presente sia provincia reggina che a Milano, Brescia, Mantova, Varese, Pavia, La Spezia, Vicenza e Lecce, e la Pivem Srl, azienda del comparto della grande distribuzione che gestisce di un supermercato nel rione Pellaro di Reggio Calabria.

Il provvedimento, che ha colpito tre noti imprenditori del reggino – Antonino Scimone, di 45 anni, Antonino Mordà di 51, e Pietro Canale di 41, indiziati di appartenenza o contiguità alle ‘ndrine della zona – è stato applicato in questo Distretto oggi per la prima volta dopo che nel 2015 la riforma del Codice Antimafia aveva attribuito anche al Procuratore Nazionale Antimafia la titolarità della proposta di misure di prevenzione di natura patrimoniale.

L’operazione “Martingala”

La figura criminale degli imprenditori era già emersa nel corso dell’operazione “Martingala”, condotta dalla DIA e dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria e conclusa nel 2018 con l’esecuzione di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso nei confronti di 27 persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, di beni, di utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale nonché associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e reati fallimentari nonché con il sequestro di 51 società, 19 immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di circa 100.000.000 di euro.

Le indagini e le collusioni con le “famiglie”

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di un articolato sodalizio criminale dedito alla commissione di gravi delitti, con base a Bianco (RC) e proiezioni operative non solo in tutta la provincia reggina, ma anche in altre regioni italiane e persino all’estero, i cui elementi di vertice erano stati identificati nei componenti delle famiglie Barbaro “I Nigri” di Platì, Nirta “Scalzone” di San Luca e in Antonio Scimone – principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e vero “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali – rinviato a giudizio per svariate ipotesi di reato, tra cui concorso esterno in associazione mafiosa, dirigenza di un’associazione finalizzata al riciclaggio ed al reimpiego, nonché all’intestazione fittizia di beni, all’emissione ed utilizzo di fatture false, funzionali ad agevolare l’attività di infiltrazione occulta negli appalti pubblici della ‘ndrangheta, verso la quale era drenate imponenti risorse.

L’organizzazione poteva contare su un gruppo di società di comodo, comunemente definite “cartiere”, che venivano sistematicamente coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali ed operazioni di pagamento rivelatesi tuttavia, all’esito delle indagini, anch’esse fittizie e che hanno consentito al sodalizio di mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali “in primis” il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi.

Questo meccanismo fraudolento, mediante la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l’instaurazione di articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi clienti che di volta in volta si rivolgevano agli stessi per il soddisfacimento di varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale.
L’attività investigativa ha interessato, tra l’altro, le dinamiche criminali della città di Reggio Calabria, svelando l’esistenza di una folta schiera di imprenditori che hanno fruito dei servigi offerti dall’associazione promossa e capeggiata dallo Scimone e, tra questi, era emersa la posizione di Pietro Canale – indagato per le ipotesi di reato di intestazione fittizia di beni, per emissione ed utilizzo di fatture false e per reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie – nonché quella dell’imprenditore Antonino Mordà – rinviato a giudizio per le ipotesi di reato di associazione di stampo mafioso (per cui è ancora oggi cautelato), trasferimento fraudolento di valori, estorsione, bancarotta, usura e reimpiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie, fattispecie in diversi casi aggravate dall’aver agevolato gli interessi della ‘ndrangheta.

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