Il Sindaco “veda un po’ lei” e l’ossessione per le periferie

Quella Genova sobborgo di Milano

C’è un sottile filo rosso, o peggio grigio, che unisce i depositi petrolchimici sotto la Lanterna, l’autoparco a Villa Bombrini, la revoca alla società di canottaggio Speranza della concessione per le aree della fascia di rispetto di Pra’ a favore della Federazione Italiana canottaggio. Perfino la demolizione delle Dighe di Begato e, ultima perla, la vicenda della cessione a privati di Villa Serra di Comago.

Uno psicologo qualunque avrebbe individuato nel nostro Sindaco del “Veda un po’ lei” una sorta di ossessione quasi fobica nei confronti delle periferie cittadine. Con preferenza per il ponente, ma in qualche caso con ricadute anche sul levante.

Già, le periferie urbane con vocazione più o meno industriale, o peggio di dormitorio. A iniziare da quella frase infelice di un’intervista rilasciata a “Panorama” che fece sussultare la campagna elettorale sonnacchiosa dell’ex amministratore delegato di Liguria Digitale: “Genova può diventare il più bel sobborgo di Milano. Nel 2022 sarà completato il Terzo valico. Per arrivare a Milano ci vorranno 45 minuti: allora, piuttosto che vivere ad Abbiategrasso, si potrà decidere di fare il pendolare da Genova”. Con immediata replica dell’allora segretario provinciale del Pd Alessandro Terrile che ora siede in Comune fra i banchi dell’opposizione: “L’idea di sviluppo di Bucci per Genova è Abbiategrasso, con la fine dei lavori del Terzo Valico, nel 2021, sono convinto che Genova cambierà prospettiva, ma non certo per diventare il dormitorio di Milano. Genova può diventare ben altro e avrà ben altri benefici. Genova deve dialogare e competere con Milano e Torino: non con Abbiategrasso”.

Perché, evidentemente, per il nostro “Uomo del fare” e del “Sono il sindaco veda un po’ lei” il concetto di periferia rimane legato a una visione tardo ottocentesca di quartieri dormitorio degli operai asserviti all’industria e alla produzione. Come se il mantenimento di quelle popolazioni che, comunque come le altre pagano le tasse per i servizi, diventasse per la pubblica amministrazione una sorta di peso fine a se stesso.

Demolire piuttosto che riconvertire

E allora, collegando uno all’altro i tasselli di un puzzle c’è di che pensare che ci sia una “vision”, cioè una sorta di progettualità fra il trasferimento dei depositi petrolchimici sotto alla Lanterna e l’autoparco a villa Bombrini, fra la revoca alla società Speranza delle aree della fascia di rispetto di Pra’ e la cessione di Villa Serra di Comago ai privati. Come se, in Valpolcevera e nelle zone attigue, le aree non asservite alla produzione e in uso alla collettività dovessero per forza essere messe a reddito dal Comune.

Persino l’operazione di demolizione delle Dighe va inquadrato in questo processo e contesto. Visto che si è preferito una sorta di rimozione e di cancellazione rispetto a un percorso virtuoso di riqualificazione. Non solo abitativa ma anche sociale. Ma questo sindaco, manager perfetto non ha tempo per i voli pindarici. Tantomeno per misurarsi laddove persino la sinistra ha più volte inanellato, al di là delle dichiarazioni e delle aspirazioni di facciata una serie di fallimenti. E tante frustrazioni. Tra Arte e vendite immobiliari utilizzate come quella pelle lì per risanare sulla carta i bilanci e raggiungere un fantomatico pareggio.  Non a caso Luca Borzani, pur salutando in un suo articolo comparso su  “La Repubblica” lo smantellamento del quartiere nato come tutti i quartieri di edilizia popolare sotto la pressione degli sfratti e con risorse limitate sulle colline di Genova come una scelta dolorosa ma improrogabile sollecitava già a fine maggio: “Sia pure con tante domande. La demolizione della Diga può rimanere un atto che si conclude su sé stesso oppure essere una leva per dare avvio a un più generale ridisegno della Val Polcevera.
Innescando cioè quelle strategie di recupero e di riqualificazione che sono state assenti dopo il crollo del Morandi ed estranee alla ricostruzione del ponte.
Non si tratta solo di rimodellare la rete dei servizi ma di avviare un piano complessivo di rigenerazione che ridefinisca la Valle in rapporto con l’intera città, ricostruisca connessioni, rompa il lungo isolamento civile e sociale.
Il grande quesito è se l’abbattimento della Diga rinvii o meno a una diversa idea di Genova e delle sue periferie.
Se ci sarà la capacità di un investimento strategico che va al di là del clamore mediatico della demolizione e non si inabissi nella difesa di interessi e la tutela di rendite di posizione che non collimano con una nuova qualità urbana e sociale del territorio.
Domande tutte ancora senza risposta. E che valgono anche per la sinistra”.
Questione di risposte e di visioni, o di “vision”, per dirla in quel linguaggio manageriale che tanto pare piacere al nostro primo cittadino che ragiona per obiettivi, risultati e cronoprogrammi. Tenendo sempre presenti eventuali benefici economici con potenziali riscontri imprenditoriali e rendite di posizione da cui lo stesso Borzani sei mesi fa metteva già in guardia.

Dai Tudor al circolo del golf

Ma appare evidente che per Bucci questo deve essere il significato della sua vision. Del resto la vicenda della cessione di Villa Serra di Comago e del suo parco ai privati, con lettera agli altri comuni che fanno parte del consorzio e calda raccomandazione di seguire il percorso più o meno virtuoso indicato dal sindaco Bucci e dal suo fedele braccio destro assessore e vicesindaco Pietro Piciocchi, non lasciano dubbi di sorta. Qualche maligno getta lì che nella lettera di raccomandazioni manca soltanto il nome del potenziale acquirente. E qualcuno spiega che nel parco e nella villa in stile Tudor, Villa Serra Pinelli, ci starebbe a meraviglia un club del golf. Disciplina in forte ripresa nonostante il lockdown o forse anche in virtù di questo. Del resto il Comune che come membro del consorzio detiene i 709 millesimi dell’intera proprietà ha le carte in regola per indirizzare l’operazione. Spiega l’assessore Pietro Piciocchi su “Il Secolo XIX” in una notizia relegata a due colonne di taglio basso a pagina 21 dal titolo “Nuova virata di Tursi sul parco di Comago. Villa Serra ai Privati : “Il modello consortile non funziona, è troppo rigido segue la contabilità degli enti pubblici e noi sperperiamo molte più risorse. Ogni anno stanziamo 222 mila euro di parte corrente per Villa Serra, oltre agli investimenti, e anche gli altri comuni stanziano cifre importanti. La scelta è quella di liquidare il consorzio e affidare con una gara il complesso ai privato che sfrutti commercialmente la Villa e garantisca l’accesso al pubblico al parco a tariffe calmierate come succede oggi”. Poi accade sempre che i privati, più o meno dopo un annetto di gestione, indirizzino una accorata lettera al Comune o ai comuni , come in questo caso comunicando che per ragioni di bilancio quelle condizioni che garantivano una sorta di accessibilità almeno al parco ai cittadini genovesi non potranno più essere mantenute. E tutto come sempre finirà in cavalleria.

Tutto comunque in perfetta sintonia con quella vision tardo ottocentesca delle periferie. Del resto rivendicano i cittadini della Valpolcevera e i genovesi “Bucci ha fatto visita al parco annunciando che avrebbe lavorato per rendere gli accessi gratuiti e poi si è dimenticato della promessa”. I rumors della zona parlano di un consorzio in difficoltà non tanto dal punto di vista economico, delle entrate e della gestione dei bilanci – anche quelli, a dire il vero, sono diventati un problema visto che pian piano la vecchia guardia è stata pensionata o emarginata – ma soprattutto per l’eccessiva animosità fra i componenti del consiglio.

E conoscendo il Sindaco che è facile a spazientirsi e stizzirsi quando le cose si ingarbugliano potrebbe essere che abbia deciso di risolvere alla radice il problema. Eliminandolo e facendo cassa. Senza guardare se in definitiva poi il risultato è quello di fare un torto ai suoi concittadini.

Il futuro e l’incognita dei parchi storici

Eppero’ come se il comune fosse né più nè meno che una società privata, almeno la regola del profitto, su cui volenti o nolenti è regolato anche il rapporto degli enti pubblici con la collettività amministrata, è garantito. Tranne poi dolerci delle operazioni che hanno favorito i privati cancellando servizi e ospedali, proprio come sta succedendo adesso.
Del resto il nostro Sindaco del “Veda un po’ lei” ha una vision che assomiglia molto a quella di un signorotto medievale. E soprattutto con lo stesso impari rapporto con i suoi concittadini, intesi al pari di sudditi.
Con l’incognita preoccupante che il percorso del nostro uomo solo al comando non finisca per essere esteso prima o poi ad altre ville con parchi storici cittadini dove operano i consorzi. Alla pari di Villa Serra di Comago fonte di spesa per le casse comunali. Piano o vision che in fondo collima con l’angusta visione delle periferie urbane di fine ottocento che sembrerebbe molto vicina a quella di Bucci.
Al nostro Sindaco, visto che è lui che ha dichiarato di volerci rappresentare tutti. I genovesi che lo hanno votato e quelli che non lo hanno votato, consiglierei la lettura di questo breve saggio sulle periferie pubblicato molti anni fa, quando il presidente in Regione era ancora Claudio Burlando, proprio su un sito della Regione Liguria gestito da Datasiel:  “www.programmaurbano.it”.

La periferia è la città del nostro tempo

Il titolo è “Una periferia non più periferia” e capisco che per un sindaco come il nostro “Veda un po’ lei” potrebbe suonare davvero avveniristico e surreale.
Poi c’è, emblematica la chiosa dell’architetto Giancarlo De Carlo: “La periferia è la città del nostro tempo”.
Infine c’è il testo lungo, ma che secondo me vale la pena, con le citazioni di vari architetti, sociologi e studiosi di urbanistica. Prendetevi un po’ di minuti per leggerlo e capire che non sempre semplificare e facilitare sono le soluzioni migliori. Cosa che magari è valida per i manager, ma finisce per fare a pugni con la politica. E comunque non è detto che in passato anche i nostri politici migliori ne abbiano tenuto conto.

Comunque ecco il testo.
La periferia è stata vista, spesso e unicamente, come luogo dell’assenza: di storia, di significato, di identità; o come luogo della perdita: di forme, di relazioni, di qualità. In molte descrizioni la periferia risulta una “linea d’ombra”, qualcosa che sta al di là, della ferrovia, del fiume, dell’autostrada ed è opposta al centro definito della città. Un po’ come una soffitta dove si è depositato, in modo confuso, ciò che la città ha man mano scartato; come un magazzino di progetti e di idee sparsi qua e là senza articolare un disegno, come un posto di frontiera tra città e campagna, senza radici ma nemmeno prospettive (Di Biagi, 2006).

Così lo stesso termine “periferia” ha finito per comprendere una serie di stereotipi, significati negativi e pregiudizi trasformandosi in un aggettivo che indica una condizione più che rappresentare a volte un luogo fisico. La periferia è diventata un punto di vista a senso unico dove i quartieri sono le aree marginali della città, i luoghi dell’emarginazione e del degrado. Eppure la città, come qualsiasi altro spazio, non è la stessa se la guardiamo dal centro, da un margine e da qualunque luogo intermedio. E nessuna area urbana è la stessa se la guardiamo dall’interno o dal di fuori (Gazzola, 2008).

Gli abitanti agiscono per migliorarne la qualità

Lo scenario complessivo che oggi la periferia ci offre in termini quantitativi e tipologici porta a considerare il suo spazio come una realtà ben più articolata. Le indagini sul campo, i progetti e le esperienze in atto mostrano come gli abitanti di aree definite degradate, marginali siano profondamente radicati al loro habitat e agiscano per migliorarne la qualità.

Perciò lo sguardo di chi osserva dall’esterno, sia esso tecnico o amministratore o cittadino ha bisogno di connettersi con quello di chi guarda da dentro la realtà in cui vive: i quartieri di periferia, che sembrano esser stati progettati in modo tale da poter essere rapidamente dimenticati, hanno innanzitutto bisogno, con gli strumenti che l’urbanistica dispone e non solo, di essere osservati, di essere ascoltati (Fiorente, 2006).

Bisogna imparare a leggere la periferia come ci ricordava Giancarlo De Carlo: non mi sento di dire che la periferia sia tutta negativa. Al suo interno si sono dati dei fenomeni strettamente legati ai vari modi di vita contemporanei, espressioni delle popolazioni insediate e almeno per questo sono degni di attenzione. Se non si considera questo aspetto c’è il rischio di staccarsi completamente dalla realtà, di formulare proposte in astratto e non fondate su fatti concreti (De Carlo, 1990).

Oggi le periferie presentano, in modo sempre più evidente, situazioni complesse e plurali, da città a città, che ci restituiscono un’immagine molto eterogenea: non tutte le parti delle periferie sono uguali per storia, funzioni, composizione sociale. Come esplorare dunque le nostre periferie da un unico punto di osservazione se perfino nei loro casi eclatanti, esse presentano caratteri e potenzialità diversificati?

Di fronte alle stesse trasformazioni che hanno investito la città contemporanea richiamandone altre connotazioni, da città diffusa a città reticolare, a campagna urbanizzata, diventa quasi necessario interrogarsi sulla marginalità che rappresenta la periferia (Bellicini e Ingersoll, 2001).

Paesaggi di frontiera

Le città sono esplose e in poco più di cinquant’anni si è assistito ad una graduale dispersione dei confini tra città e campagna e ad una diffusa e caotica dispersione urbana. Emergono allora interminabili paesaggi di frontiera diffusa, in cui non si riesce a capire bene dove ci si trovi, se in una campagna urbanizzata alle porte della città o in una specie di no man’s land, di terra di nessuno (Nogué, 2010).

Nella città attuale di maglie slabbrate come dice George Perec le stesse periferie, hanno una forte tendenza a non restare periferie, a farsi cioè città consolidata con una propria identità sociale, tanto che sembrano trasformarsi sempre più in centralità periferiche e periferie centrali (Belli, 2006). E se da un lato la periferia viene percepita come problema chi vi abita, di solito, tende a valorizzare il proprio spazio abitativo pur con la presenza di alcuni evidenti disagi. Un segno emblematico per proporre interventi di recupero dei quartieri che individuino le loro reali potenzialità e valorizzino le risorse positive, a volte maggiori delle criticità presenti (Gazzola, 2008).

Alla luce di ciò la periferia sembra caratterizzarsi molto più come spazio dell’attraversamento nelle aree di progetto non finito della città contemporanea. Aree caratterizzate dalla presenza di spazi variamente ubicati, il più delle volte interclusi e interni ad altri spazi. Queste aree non sono immutabili, ma piuttosto porose e flessibili ai cambiamenti, partecipando alle più generali trasformazioni che investono la città (Zajczyk, Borlini, Memo, Mugnano, 2005).

Tracce della memoria

In questo macrospazio della periferia è cresciuta anche la città pubblica, cioè la periferia residenziale di edilizia sociale. I suoi quartieri si presentano altrettanto articolati da non poter essere racchiusi in un insieme uniforme e associati solo al carattere di luoghi dell’edilizia economica e popolare. La città pubblica si compone di alcune parti formalmente compiute, cioè architettonicamente riconoscibili e con un carattere unitario per rapporto tra pieni e vuoti, scala e tipi del costruito, ampiezza e forma degli spazi aperti ma differenti per forma, qualità, gestione e stati di criticità. Sono parti costruite in diverse stagioni del Novecento, frutto di differenti politiche abitative, urbanistiche e sociali; esito della sperimentazione di modelli e idee dell’abitare che si sono accavallate nel tempo e nello spazio.

Perciò molti dei suoi quartieri rappresentano una sorta di patrimonio di questa “esperienza del moderno” ormai conclusa, un’eredità non facile soprattutto per quei quartieri costruiti negli anni Cinquanta con il piano Ina – Casa che presentano condizioni di degrado edilizio e ambientale (Marin, 2000). In questi quartieri il progetto di riqualificazione si misura anche con la capacità di valorizzare i segni della memoria locale, come le tracce delle comunità che li hanno abitati e li abitano.

I problemi attuali delle periferie pubbliche sono legati non solo alle disfunzioni di questa eredità ma anche alla presenza di molte parti non finite. Molti quartieri si presentano infatti incompiuti soprattutto nel progetto e negli usi degli spazi aperti e delle attrezzature collettive. L’attenzione a questi spazi insieme al valore che assumono per la qualità di vita degli abitanti è stata posta al centro di numerosi interventi negli ultimi decenni in Europa e in Italia. L’obiettivo dei più significativi programmi di riqualificazione urbana4 a partire dagli anni Novanta è stato proprio agire in forma integrata sulla qualità dello spazio urbano focalizzando l’attenzione degli interventi sui processi che legano spazi, modi d’uso e attività che in essi hanno luogo.

Essi hanno evidenziato, oltre alla centralità dello spazio pubblico, la necessità di delineare reti di cooperazione tra abitanti e istituzioni locali: integrazioni tra i diversi apporti disciplinari, dialogo tra progettisti, tecnici, operatori, cittadini, tra coloro che abitano e usano gli spazi della città pubblica e coloro che costruiscono e governano i processi urbanistici (Di Biagi, 2006).

Lo spazio dove si rafforza l’identità locale

Lo spazio pubblico nei quartieri resta, dunque, il luogo dove si giocano le relazioni interne ed esterne e dove si costruisce o si rafforza l’identità locale. La qualità urbana della periferia pubblica è data inoltre da un insieme di condizioni locali che riguardano la buona manutenzione degli edifici e degli spazi aperti, la buona dotazione di servizi, la buona rete di collegamenti, di trasporti, di accessi che facilitano la mobilità, l’adeguato livello di sicurezza. Condizioni che permettano la qualità sociale, cioè la fruizione degli spazi in termini di comunicazione, di ricchezza di stimoli e di messaggi, di informazione, di significati, di riconoscibilità e “rappresentazione” delle attività e degli utenti (Belgiojoso, 1988).

Ciò significa ridisegnare lo spazio in funzione delle sue caratteristiche: tutto deve partire dal disegno dello spazio specifico verso la funzione e gli usi a cui questo spazio è destinato. Non basta fare la strada pedonale concependola con le stesse caratteristiche architettoniche di una strada veicolare perché la caratteristica architettonica influenza la funzione a cui la struttura è destinata. Tra funzione e uso c’è una stretta relazione così come c’è una stretta relazione tra gli spazi abitati e i contesti locali di vita dei cittadini.

Quest’idea dello spazio della periferia o della periferia in se stessa dove per muoversi è necessario conoscere gli specifici codici locali non è nuova e prima di essere chiaramente espressa, come si è già detto, una decina di anni fa, era stata già praticata da molte letture sulla città.

Per esempio in alcune analisi del Mezzogiorno degli anni Cinquanta dell’economia agraria e della ricerca socio-antropologica, o in alcune letture della periferia delle grandi città dei primi anni Sessanta come i lavori sulle coree a Milano, o ancora in quelle sull’abusivismo, sui centri storici abbandonati e sulla periferia/urbanizzazione diffusa degli anni Settanta- Ottanta.

Preme sottolineare come in questi lavori di nicchia rispetto a letture dominanti, la periferia viene vista come un ambiente connotato sì da una distanza dal centro ma che risulta già caratterizzato da una densità di movimenti, pratiche spontanee e di mobilitazioni collettive capaci di modellare l’edificato e il suolo, come un paesaggio e un milieu ricco non tanto di oggetti e spazi differenti, ma soprattutto di spazi abitati in forme nuove.

Oggi può essere utile, come suggerisce Arturo Lanzani, pensare alla periferia contemporanea anche come a una sorta di arena dove si incontrano/scontrano pratiche quotidiane differenti e spesso in attrito. Da un lato ci sono le tattiche dell’abitare espresse negli usi spontanei degli spazi più codificati, nelle occupazioni degli spazi marginali o nei riusi più imprevisti, dall’altro ci sono le strategie della pianificazione urbanistica e il fenomeno sempre più evidente degli ultimi vent’anni dei programmi di investimento di grandi attori immobiliari.

Da un lato i faticosi tentativi di costruzione di nuovi beni comuni, di spazi condivisi, attraverso processi partecipativi o più spesso politiche pubbliche e interstiziali, dall’altro la non sempre accorta gestione delle risorse territoriali con relativo consumo di suolo e dei beni pubblici difficilmente riproducibili (Lanzani, 2006).

Le periferie location per il cinema

Soprattutto in Italia la mappa della periferia appare frammentata, sempre più riconducibile a quella di un mosaico che ci induce, ogni qualvolta vogliamo nominarla, ad uno salto di scala. Dobbiamo scendere di scala per coglierne i dettagli e nello stesso tempo allargare l’orizzonte, non soffermandoci tanto al valore degli elementi in sé quanto a quello che essi giocano nel sistema delle relazioni. Questa prospettiva di osservazione ci viene ben resa dalla nostra cinematografia dove la periferia diventa prevalentemente uno spazio incluso in altri spazi e assume dimensioni e forme mutevoli. Nelle sue immagini periferia è oggi lo storico quartiere periferico di Milano come la Barona di Fame chimica, ma forse è anche l’albergo tassello sospeso nella fredda città delle banche delle Conseguenze dell’amore, periferia è certo la Torino di Dopo Mezzanotte o di Texas, ma sono anche gli spazi che accompagnano la protagonista di Pane e Tulipani (Lanzani, 2006) o quelli dei cortometraggi Il futuro passa da qui e di (Re)sistenza (quinta edizione Film festival Visioni Fuori Raccordo, Roma 2011).

Periferia dunque come grande varietà di situazioni che forse suggerisce qualche prudenza ogni qual volta ci addentriamo nei terreni della sua esplorazione. Periferia come spazio nel quale vanno riconosciute diverse potenzialità della vita urbana in relazione all’aggregazione, alla libertà di star bene. Perciò è necessario puntare ad una logica pragmatica capace di sfuggire al pericolo del tutto o niente, sapendo che se non si ha la capacità di ridurre le disuguaglianze nei funzionamenti della vita urbana si rischia di compromettere la stessa stabilità sociale (Sen, 2000).

Direi che è tutto. E che forse è il caso di pensarci un po’ di più, prima di svendere tutto per far cassetta. Naturalmente… ossessioni permettendo.

Paolo De Totero

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