Io, 67 anni, sciacallo, imbecille, non indispensabile allo sforzo produttivo del paese

Flavio Briatore e Silvio Berlusconi

Quei vecchiardi del Covid

Mi consenta, lo apostroferebbe così, probabilmente, un personaggio che nella Sua evoluzione ha contato parecchio, 84 anni suonati. Oppure “vecchiaccio sarai tu. È vecchio solo chi lo è dentro”, gli avrebbe risposto un altro personaggio appena settantenne, eppure già largamente compreso nella vasta categoria di noi improduttivi per il paese. Entrambi colpiti dal Covid 19, o forse no, era solo prostatite.  Tutti e due in  quarantena, ricoverati e guariti in virtù delle loro floride condizioni economiche. E tornati a macinare denaro. Per gli altri, ma soprattutto per se stessi.

Anzi no, mi viene da dire: mi sia consentito, per una volta di raccontare la mia storia e il mio sentire. Anche se i miei maestri me lo hanno insegnato e ripetuto più volte: “Un giornalista che si rispetti non parla mai in prima persona”. Persino se il principio in questa era social ormai ha ampiamente vacillato. Anzi no, c’è qualcuno che parlando di se stesso, talvolta utilizza addirittura la terza persona. Fenomeno in voga fra narcisisti e politici.

Epperò vorrei raccontare la mia personale storia dall’agosto 2012 in avanti. Dal momento in cui sono stato avviato forzatamente alla pensione ad appena 59 anni. Mi è stato detto che era necessario per salvaguardare i posti di lavoro dei giovani colleghi della mia azienda che altrimenti avrebbe rischiato il fallimento. E anzi, mi hanno perfino fatto intendere che avrei fatto parte, in un certo qual modo, di una categoria di privilegiati. Ed è stato così visto che il quotidiano per cui ho lavorato per 32 anni il 27 luglio di tre anni dopo ha chiuso definitivamente i battenti. E non ha più riaperto scomparendo definitivamente dalle edicole.

Quelle promesse da marinaio della politica

Tutto questo nonostante le rituali assicurazioni di occuparsene della politica, un ordine del giorno votato all’unanimità in Regione e l’impegno, un anno più tardi,  con tanto di promesse del Governatore Giovanni Toti e dell’allora assessore alla comunicazione Ilaria Cavo di aprire un tavolo di lavoro per studiare possibili interventi in sostegno del mondo dell’Editoria e per valutare meglio la situazione ligure a fronte di un bilancio a tinte piuttosto scure sul panorama dell’Informazione in Liguria, tra fusioni di grandi Gruppi editoriali, crisi durissima per molte emittenti Tv e Radio.

Io e alcuni miei colleghi siamo usciti così dalla categoria degli “indispensabili allo sforzo produttivo del paese”. Io sono un “privilegiato” in pensione, altri hanno avuto la fortuna di essere riassunti e di rientrare in un mondo dell’editoria sempre più in crisi. Altri ancora si barcamenano in condizioni di sopravvivenza come tanti colleghi usciti anzitempo dallo sforzo produttivo del paese.

Ecco perché siamo stati in tanti a sentirci offesi dalle parole comparse nel tweet che ha provocato un terremoto a livello di comunicazione in Regione. Persone giunte alla soglia della pensione, come il sottoscritto, persone più anziane, ma anche tante persone più giovani. Sobbalzate sulla sedia per la violenza comunicativa di quel messaggio improvvido in cui l’eccellentissimo governatore divideva in due la sua Regione fra utili, o indispensabili, e inutili. Una Regione, la Liguria, che va detto, servendosi degli ultimi dati eurostat, è la seconda regione più anziana d’Europa. Dove il 28,5 della popolazione ha più di 65 anni.

Comunicazione, quella di Toti e del suo staff, risultata alla lunga talmente impopolare da costringere lo stesso governatore ed i suoi collaboratori ad una serie di messaggi di scuse , più di comodo che sentite. Con interviste sui quotidiani nazionali in cui il nostro governatore ha sostanzialmente ribadito, seppure in forma meno tranchante, il messaggio incriminato.

Ilaria Cavo

Per gli anziani voucher taxi e spesa a casa

E ci ha provato anche Ilaria Cavo sulla tv nazionale partecipando dal suo ufficio in Regione a “Oggi è un altro giorno” come ospite a distanza della conduttrice Serena Bortone, senza però riuscire a convincere né il professor Fausto Mirabella, né Amaurys Perez, il pallanuotista ex protagonista di ballando con le stelle, e nemmeno Pino Strabioli. Incalzata dalla Bortone la Cavo è riuscita a riferire di un futuristico progetto della Regione per vaucher che consentano alla nel categoria di non indispensabili allo sforzo produttivo del paese di viaggiare in taxi invece che in autobus e di ricevere la spesa a casa. Comunque nulla che giustificasse un simile scivolone.

Anche perché della gaffe del presidente e del suo staff della comunicazione ha finito per interessarsi persino “La rosea”, cioè la “Gazzetta dello Sport”.

Perché, tanto per la cronaca e per il ciclo che non sempre le ciambelle riescono con il buco, il Giovannino Toti è incappato pure nel week end lungo fra Halloween, dolcetto scherzetto, Ognissanti e la commemorazione dei defunti – metafora nella metafora – in quella sfiga che solitamente ci vede benissimo.

 

 

Anche Ibra e Cr7 contro Toti

Fra le 12,30 e le 17 domenicali nella stessa giornata di campionato di calcio del derby della Lanterna due giocatori non più giovanissimi della nostra seriale A, come Zlatan Ibrahimovic 39 anni e Cristiano Ronaldo, appena 35, tutti e due reduci dal Covid 19, ci hanno messo del loro. Ibra ha segnato a Udine un gol fantastico  con una rovesciata a mezza altezza degna di un colpo di Kung fu. CR7 appena entrato in campo dalla panchina e neanche due minuti di gioco dopo ha sbloccato il risultato di pareggio fra Juventus e Spezia e poi ha realizzato anche il rigore del definitivo 4 a 1. Da prevedersi, dirà qualche appassionato, visto che Ibra è alla sua settima rete in campionato e CR7 alla quinta. Epperò il modo… degno di un destino avverso, e il titolo sulla prima pagina della “Rosea”. “Ibra e Ronaldo domenica fenomenale” l’occhiello a legare le due “imprese”. Poi il titolo per il giocatore del Milan: “Il piede di Dio”. E quello per il fuoriclasse bianconero. Occhiello breve: “Dalla quarantena al gol”. E a seguire il titolo: “Il ritorno del marziano”. A completare l’opera e ad affossare il Governatore/giornalista la manchette sul commento dello scrittore Andrea De Caro a pagina 35: “I vecchi servono alla serie A”. Che poi “vecchi”, ovvero non indispensabili allo sforzo produttivo del paese, sono diventati tosto un sinonimo. E perciò spiega Andrea De Caro nel suo “Tema del giorno” intitolato, tanto per capire: “Ibra e Ronaldo: elogio dei “vecchi”. Una risorsa non solo nel calcio”, dove la contrapposizione fra “non indispensabile” e “risorsa” – con significato assai diverso dalle “risorse” citate con animo berciante dai salviniani-  risulta stridente. E scrive De Caro “ I vecchi… Dio li protegga in questa fase triste della nostra storia. A causa del Covid in molti nel nostro Paese vorrebbero tenere soltanto loro chiusi in casa per decreto. Ieri un presidente della Regione, o chi cura male i suoi social ha definito i vecchi deceduti “non indispensabili allo sforzo produttivo del paese”. Caliamo un velo pietoso. Al calcio italiano i vecchi servono eccome. Perche’ sono ancora loro a fare la differenza in campo”. Già stendiamo un velo pietoso sul presidente della Regione o su chi cura male per lui i social.

Perché poi come succede spesso per i temi che infiammano la rete anche il parterre dei critici, con bava alla bocca o meno, si divide in mille rivoli e in tanti partitini.

Un mega staff per il Presidente

E allora di fronte alla portavoce, donna, bionda dallo stile comunicativo – ma non solo per quello- rampante, che si assume tutte le responsabilità del suo staff, per tutti – cosa che forse avrebbe dovuto fare immediatamente il suo datore di lavoro e presidente – inizia il gioco che qualcuno, con ovvio riferimento all’epiteto preferito da Vittorio Sgarbi, ha definito della “capra espiatrice”. Insomma una sorta di Benjamin Malaussene, creatura letteraria della saga di Daniel Pennac”, con folta chioma bionda, in minigonna e cuissard, che si assume in toto le responsabilita’ di una cattiva comunicazione. E inizia la procedura di autoimmolazione: “Sono la portavoce e responsabile della comunicazione del presidente Toti. E quindi parlo io a nome di tutti. Quelle parole nel tweet sono state un’immensa cazzata. A volte si sbaglia. E abbiamo sbagliato. Chiedo scusa a nome di tutto il team social per chi si è sentito offeso. Ma Giovanni Toti non ha mai pensato quel che il tweet esprime. Il pensiero di Toti è tutto nei messaggi che hanno preceduto e seguito quel messaggio. Ed è molto chiaro. Noi abbiamo sbagliato travisando nella sintesi il significato del pensiero. Beato chi non fa errori nel proprio lavoro. Su chi non vede l’ ora di far licenziare qualcuno in un momento come questo o gode sugli errori degli altri preferisco invece non esprimermi. Un grazie invece a chi in queste ore ha capito e ci è stato vicino”.

A questo punto la piazza social torna a dividersi fra chi, a maggior ragione, chiede il licenziamento in tronco o del responsabile o addirittura di tutto lo staff. Ben tredici persone, si evince da una foto pubblicata dalla stessa responsabile in un post del 21 settembre, il giorno dopo la rielezione: “ il colossale ufficio stampa di Regione Liguria sempre in prima linea per tutti. Grazie ragazzi vi voglio bene! altri 5 anni insieme.💪”.

Già la comunicazione ai tempi del Coronavirus, con organici ampliati a dismisura e relativi esborsi di centinaia di migliaia di euro da parte del ligio contribuente.

Pensate che, all’epoca delle due giunte Burlando, l’opposizione aveva più volte criticato l’ampiezza del suo staff, sempre rimasto comunque al di sotto delle dieci persone. Epperò, fossero almeno efficienti, dice qualcuno che poi ne chiede la testa.

I giovani politici, i meno indispensabile

Sulla sponda opposta quelli che chiedono le dimissioni del presidente attribuendo a lui tutte le responsabilità e anche l’assoluta carenza di carisma perchè quelle responsabilità non se le è prese pur avendo scelto personalmente i suoi sottoposti vagliandone, si presume, le capacità.

Nella folta schiera dei critici, che finiscono però per farne una questione generazionale, il senatore forzista e recentemente passato fra le fila della Lega Giorgio Bornacin che scrive in un suo post: “Concetto rubato al fondo di Sallusti de “Il Giornale” di oggi: “Visto come vanno le cose verrebbe da dire che i meno indispensabili di tutti sono i giovani politici che pensano di poter rinunciare alla guida e ai consigli di chi li ha preceduti. E che di solito per questo vanno a sbattere””.

E Vittorio Pezzuto ex consigliere regionale di lungo corso e poi comunicatore per il ministro Renato Brunetta rincara la dose: “Toti purtroppo fa l’arte di una classe politica improvvisata che, nell’ansia di dover dire sempre qualche cosa ( spesso sacrificando  molto tempo alla riflessione), finisce per autocentrifugardi nel Maelstrom di Facebook e di Twitter. Aggiungo che scaricare le proprie responsabilità  sul proprio staff lo declassa da leader ad autorevole finalista del premio Tersite 2020.

P.S. Osservo en passant che il post di Facebook nel quale scrive : “Un mio  precedente tweet, scritto in effetti malamente da un mio collaboratore, ha scatenato l’inferno”, inizia significativamente con questa frase: “Sto scrivendo questo post inmprima persona, parola per parola, come faccio sempre con i messaggi importanti”. Se ne evince che anche per Lui quella pubblicata ieri era poco meno di una stronzata”. Già i nuovi politici, gli aspiranti rottamatori come Matteo Renzi o come il Giovanni Toti di “Cambiamo” recalcitrante all’idea di essere il delfino a vita del telecavaliere suo mentore. Tutti duri a morire quelli della vecchia guardia. Ricordo una volta nella buvette di palazzo Tursi per una giunta di pentapartito, dopo il ribaltone del 1985. Impegnati nella trattativa due giovani segretari provinciali, Tonino Bettanini (Psi) e Gianni Vassallo (Dc) chiusi a faticare in un saloncino da qualche ora. All’improvviso entrano Delio Meoli e Gianni Bonelli vecchie volpi ed eminenze rispettivamente socialista e democristiano. I due invitano la coppia più giovane, Bettanini e Vassallo, ad andarsi a prendere un caffè e rimangono nel saloncino. Quando i “ragazzetti” rientrano dopo la breve pausa, come per incanto la nuova giunta è fatta. Potere dell’esperienza dei vecchi. Dei non indispensabili.

Giordano Bruschi e Gianni Crivello

Complottisti, dispensati e…indispensabili

Comunque fra chi vuole la testa del nostro governatore e chi al contrario si accontenterebbe anche di quella di uno qualunque dei soggetti del suo staff della comunicazione. Operaio, facente funzione o capo assoluto ecchilosa’? Dicevo che fra queste due categorie se ne inserisce una terza più risicata. E ne fanno parte quei soggetti per i quali comunque tutto è accaduto perché il fine, qualunque fine, giustifica i mezzi. E spiega Michele Raffaelli in un commento: “ A me preoccupa più un altro aspetto. Con questo episodio si sta sdoganando un concetto che da giorni covava sotto la cenere: l’idea che si possano sacrificare le persone “meno indispensabili” sull’altare  dello sforzo produttivo. Se leggete i commenti, sempre più spesso, si fa riferimento a scelte spiacevoli ma necessarie. Si è qui di strizzato l’occhio a quelle categorie economiche  in difficoltà e veicolato il messaggio di vicinanza a costoro. Non esiste nessun ragionamento più ampio che possa comprendere differenziazioni fra persone che debbano essere più o meno tutelate in base alla loro funzione produttiva”.

Teoria interessante che potrebbe portare ad una ulteriore ipotesi, quella del sondaggio delle reazioni dell’ambiente circostante e delle varie percezioni attraverso i social.  Pero’ trovandosi di fronte ad una generalizzata levata di scufi, perfino da parte di alcuni soggetti che oltre ad essere suoi antichi sostenitori hanno contribuito all’organizzazione dell’ultima vittoriosa campagna elettorale, Toti ha dovuto inventarsi una precipitosa marcia indietro con tanto di capro espiatorio e recita di autoflagellamento e immolamento.

E fra le levate di scudi assolutamente non di parte mi piace ricordare quella del novantacinquenne Giordano Bruschi “Il partigiano Giotto”, recentemente insignito a palazzo Tursi del Grifone d’oro”, che Gianni Crivello inserisce fra i “non indispensabili/indispensabili” come portatore di memoria.

Mentre Matteo Flora, che dirige una reputation Agency, pubblica un video nella playlist Ciao, Internet. Non a caso sugli errori di comunicazione di Toti e staff. Tanti errori analizzati in soli 17 minuti. Spiega Flora: “quando un errore diventa crisi? “‘Accademia ci dice che accade quando la gestione della comunicazione post errore è fallimentare e non argina il malessere generato”.

Joseph Goebbels

Zavorre e campi di sterminio

Ma al di là del filmato esaustivo mi ha colpito una percezione di Flora che ricollega in qualche modo quel “non indispensabili allo sforzo produttivo del paese” al ministro della propaganda del Terzo Reich Joseph Goebbels, non a caso politico e giornalista, “Una frase inaccettabile – dice Flora – che richiama un’altra frase storica” Appunto quella di Goebbels:  “ È inaccettabile  che durante una guerra, centinaia di migliaia di persone del tutto inadatto alla vita pratica, completamente instupidite e che non potranno mai più essere guarite, vengano trascinate e gravino sullo stato sociale del paese Atalanta punto che non rimangano quasi mezzi e possibilità per una costruttiva tributa sociale”. E’ una citazione attribuita a Goebbels nel libro “Zavorre” dello storico Gotz Aly (Einaudi 2017)  che ricostruisce l terribile vicenda dello sterminio pianificato di circa 200 mila disabili tedeschi durante il nazismo, ben prima della shoah. In una situazione di crisi che ricorda molto da vicino questa stretta economica.

Il lavoro rende liberi e indispensabili

Insomma una frase, quella del tweet che nel suo cinismo tra vita e morte, tra vita sociale e qualche presunta indispensabilità, fra lavoro e disoccupazione, fra essere sani ed essere malati, richiama quella scritta che cappeggia all’entrata del campo di concentramento di Dachau: “Arbeit macht frei”. Gia’, “il lavoro rende liberi”,  poi diventata una scritta per tutti i campi di sterminio a Sachsenausen, a Terezin, ad Auschwitz. Triste presagio all’entrata, quasi ad annunciare che chi non è utile all’attività produttiva sarà condotto alle camere a gas.

E io capisco che si fronte a questo paragone qualcuno finirà per sobbalzare sulla sedia. Ma tutto si inquadra perfettamente in quello che ormai sembra essere diventato un aspetto valoriale  del declino di questa nostra società votata al profitto. E si badi bene se Toti e staff invece di parlare di “Sforzo produttivo del paese” si fossero limitati a un termine più generico, tipo sopravvivenza, probabilmente si sarebbe evitato quel mare di grattacapi.

Anziani

Ma profitto è il termine imperante di questi tempi. Al profitto è stata legata la chiusura degli ospedali e la sostituzione della sanità pubblica con quella privata. Al profitto è stato dedicato lo svolgimento di un Nautico fra mille interrogativi sulle potenzialità dei contagi. All’interesse personale l’imperativo di far svolgere le elezioni regionali e le relative manifestazioni di propaganda elettorale spingendo per uscire dal lockdown e per la ripresa delle lezioni in presenza. Tranne poi sentirsi dire che forse è stato un errore di fronte alla ripresa e all’espandersi del contagio.

E infine c’è l’ultima immagine che quel tweet malaugurato deturpa ed è quello degli anziani come portatori se non di saggezza, almeno di esperienza, come testimoni di storia. Qualcuno di fronte alla retorica cinica del Governatore Toti ha voluto ricordare un proverbio africano che dice: “Un vecchio che muore è come se bruciasse una biblioteca”. E io sono perfettamente d’accordo. E parlo del mio campo e delle redazioni desertificate a cominciare dai più anziani nel corso degli accorpamenti di testate. Per risparmiare,  e sotto il ricatto di lasciare spazio ai giovani. Il tutto con evidente perdita di memoria storica che per una qualunque testata non è poca cosa. Ma tutto questo ha valore in generale.

Ed è per questo che rivendico il mio ruolo di sessantasettenne, di giornalista sciacallo, di imbecille, come definì sempre Toti coloro che avevano qualche remora sullo svolgimento del Nautico per il rischio di far aumentare i contagi. Ed io ero tra quelli. Infine risulto anche non indispensabile allo sforzo produttivo del paese. E, se lo vuole lui, così sia. Ma intenderei fare mia una proposta di Mauro Ceccarelli, anche lui pensionato doc. Questa: nel frattempo, tanto per tenerci a casa, non si potrebbe convincere una qualche tv locale a trasmettere ogni giorno un programma di almeno due ore sui cantieri in città con la possibilità di intervenire in diretta telefonica per spiegare dove è in che modo noi, non indispensabili allo sforzo produttivo del paese avremmo fatto meglio. Servirebbe molto a tenerci tutti in casa. Noi velleitari pensionati e, comunque, non indispensabili alla vita produttiva del paese.

Paolo De Totero

CONDIVIDI