Bucci e il Covid. Quando il consiglio comunale finisce dietro la lavagna

Se mi chiedete come mi sarei sentito nei panni di quei poveri consiglieri, ma non solo, al rientro in Sala Rossa del sindaco/ manager/commissario Marco Bucci che mi metteva di fronte alla sua assenza/presenza e non contento prendeva la parola per la “giusta” reprimenda e per comunicarmi che Lui – sono il sindaco veda un po’ lei – avrebbe chiesto collaborazione ma non avrebbe ricevuto proposte intelligenti e poi sul momento si contraddice adducendo che nessuno lo ha cercato, in camera caritatis o forse no, nel suo ufficio, non posso fare a meno di confidarvi che mi sarei sentito, né più né meno, nelle vesti dell’umile studentello quando ahimè gli capitava, nel corso di un esame all’università, di superare il colloquio con due o più assistenti e poi, al rientro del docente, ritrovarsi a doversi ripresentare alla prossima sessione in seguito alla comunicazione dell’ordinario di cattedra che il colloquio con lui, e finalmente in sua presenza, non era stato soddisfacente. Potere dei molti “baroni” che si sono distinti nelle aule universitarie di via Balbi.

Il primo istinto sarebbe stato quello di saltargli alla gola. Fortunatamente, però, la razionalità ha sempre avuto la meglio. Facendo di necessità virtù. Visto che da lì a qualche mese mi sarei dovuto ripresentare. Anche perché, almeno ai miei tempi, i docenti universitari sapevano dimostrare, persino a posteriori, la loro indole vendicativa.

“Allora parli lei”

Epperò loro erano i professori universitari ed io l’allievo miserando che in seguito avrebbe dovuto superare quell’esame. Per questo mi sono immedesimato nel povero Alessandro Terrile, costretto al silenzio dal presidente del consiglio Alessio Piana di fronte al sindaco Marco Bucci che lo pungolava: “Allora parli lei”, o in color che producevano una sorta di brusio generalizzato di fronte al “primus inter pares” che bacchettava i consiglieri: “Nessuno è venuto a cercarmi nel mio ufficio per fare proposte”. Tranne, poi ripresentarsi a seduta largamente iniziata, giusto per le dichiarazioni di voto, senza aver comunque proposto e tantomeno provato a proporre di spostare la seduta monotematica su un argomento così importante, il Covid, visto che aveva, lui, un appuntamento improrogabile, via cavo, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Primus inter pares ma insostituibile

Come a voler dire “io sono il sindaco veda un po’ lei”, anzi “io sono io” e il consiglio comunale non conta niente. Come un cattivo maestro che pretende di mettere tutto il consiglio comunale dietro la lavagna. Anzi no, provoca pure… “se avete qualche amico nel governo rivolgetevi a lui”. Chiedendo poi al presidente Alessio Piana di intervenire per garantirgli il silenzio in aula per consentirgli di finire un intervento in cui in pratica rigetta ogni proposta che non sia stata fatta prima a lui direttamente. Quelle provenienti dai consiglieri di opposizione come quelle dei consiglieri di maggioranza. Perché ritiene che ormai sia assodato che lui debba essere, di volta in volta e a seconda dei casi, “Il sindaco veda un po’lei”, ma anche il maestro – buono o cattivo fate un po’ voi, andando a rileggervi qualche manuale di pedagogia, da Montessori in avanti – il manager, il commissario, il monarca o l’imperatore. E che ai suoi sudditi tocchi giusto obbedir tacendo, senza osare proporre o consigliare. E comunque senza mai provare a mettere in discussione la sua preparazione in qualunque materia. Come un qualunque tuttologo da social. Lo hanno definito “u scindecu cu cria”, quello che batte i pugni sopra al tavolo, o ti mangia un toast sulla faccia mentre intervieni in consiglio comunale, quello del ‘“c’ho da lavorare e non lascio la mia scrivania neanche se ci fosse una bomba”, e quello del non disturbate il manovratore… e del next question please. Protervo, arrogante, irridente, quello al di sopra del bene e del male. E anche quello “tamponato ogni due giorni” perché, per carica, o per autostima, sarebbe annoverato fra gli insostituibili. Qualcuno si chiede se sia il sale, salato, di questa democrazia malata. Qualcun altro se la cava dicendo che questa, baby, è la politica, oppure… l’apolitica.

Paolo De Totero

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