Che razza di disperazione c’è dietro a chi multa un bisognoso in coda per un pasto caldo?

Genova, un giorno del 2005. Un frammento di vita, preso a caso fra tanti.
Ho sempre avuto una predilezione per le panchine in legno. Assorbono il calore del sole e te lo restituiscono come un caldo abbraccio. La mia preferita è questa, in faccia al mare. Sono qui a rotolare il mio tabacco considerando che una busta di tabacco e due confezioni di cartine, al modico prezzo di 5 euro, mi consentono un’autonomia di 4-5 giorni. Rotolando sottile, s’intende… Sono agli sgoccioli, pazienza. Intento al mio manufatto, vedo avvicinarsi una figura nota. La sua corpulenza contrasta, in un gioco d’equilibrio, col suo incedere leggero e grazioso.

«Ciao Salvo! Siediti qui e chiacchieriamo un po’.»
«Ciao G, hai mangiato?»

Ecco, per noi invisibili “Hai mangiato?”  è una domanda frequente che sostituisce i “Come va?”.

«Sì, grazie, ho mangiato. E tu?» .
«Uguale. Vuoi bere?» e mi allunga il cartone di vino a buon prezzo comprato al supermercato per 50 centesimi.
«No grazie, lo sai che non bevo! Ma, Salvo, tu perché bevi ‘sta schifezza? Lo sai che è metanolo puro e ti brucia il cervello?»
«Lo so sì, lo so! Ma tutti abbiamo una soglia di tolleranza, e prima o poi capita di non voler più pensare».
Già, la soglia di tolleranza. Mi chiedo dove finirà la mia…Poi Salvo guarda il mare, e come perso nel suo ricordo inizia a raccontare.
«Ad Alghero, dov’è la mia famiglia, abbiamo terre e case. E c’è anche il bar dove lavoravo con mia sorella».
«E che stai a fare qui?»
«È una storia lunga. Al bar, per la stagione, venne a lavorare un ragazzo. L’attrazione fu reciproca e avemmo una relazione. Eravamo entrambi innamorati persi. Se tu sapessi la cattiveria della gente coi suoi pregiudizi!»
Beh, non lo so, ma posso immaginare le occhiate ironiche, le battute salaci. La vergogna di vivere un amore “diverso”.
«E poi la fuga della persona che ami perchè la quotidianità è insostenibile, e per chi resta un peso maggiore, fatto di angherie e di “frocio!” sputato a mezza voce mentre passi. E poi un’altra fuga, la mia, col primo traghetto».

Ebbi l’impulso di abbracciare Salvo, ma lui era già lontano. Oltre questo mare. Dall’altra parte della strada, in simbiosi perfetta col suo cartoccio di morte a buon mercato. Srotolai il mio sacco a pelo sulla panchina, e mi lasciai trascinare in quel caldo abbraccio consolatorio. Recentemente ho letto una frase tratta da un film: “Un caffè con un amico, non vale tutti i libri del mondo”.
Francamente, una delle cose che più mi manca della mia “vecchia” vita, è la mia libreria. Ma ci dev’essere una divina legge di compensazione, perché ogni incontro è una sorpresa, una storia, un volto e un nome.

Poi ci sono le altre storie di povertà, che non sono fatte perchè ti manca il pane, o i soldi per pagare l’affitto.
È una povertà a cui non c’è rimedio. Perchè  molto di quello che mancava ai miei amici di strada, con i soldi si poteva comprare, ma quello che manca a chi multa le persone in difficoltà, mentre sono in coda per un piatto di pasta, non è in vendita. È il guappismo che si è insinuato nelle nostre vite.

fp

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