Quanta foresta avete mangiato, indossato o usato oggi?

Ecco il report del WWF che racconta quanta natura viene sacrificata in molti prodotti di largo consumo, alcuni tipicamente italiani come il caffè

Stiamo distruggendo le foreste del pianeta a un ritmo vertiginoso: negli ultimi 30 anni, infatti, sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni, più o meno come la superficie dell’intera Unione Europea.
Il saldo tra deforestazione e creazione di nuove foreste è negativo per 178 milioni di ettari, un’area equivalente a quella della Libia.

Sono questi i numeri spaventosi dell’ultimo rapporto del WWF, “Quanta foresta avete mangiato, indossato o usato oggi?”, uscito oggi e che racconta quanta natura viene sacrificata in molti prodotti di largo consumo, alcuni dei quali tipicamente italiani come il caffè.

Amazzonia a rischio estinzione

Con l’attenzione dell’opinione pubblica concentrata sulla gravissima pandemia provocata dal Covid-19, l’emergenza deforestazione rischia di passare sotto traccia.

Eppure ogni anno vanno persi circa 10 milioni di ettari a causa della conversione delle foreste primarie in terreni agricoli. Nelle foreste tropicali gli incendi e la deforestazione procedono di pari passo. Gli allevamenti intensivi, che hanno bisogno sempre di più terra per soddisfare la domanda crescente, le monocolture di commodity destinate all’export internazionale come la soia, sono l’insieme di cause che hanno distrutto e stanno distruggendo ettari di foresta amazzonica.

Rispetto a settembre 2019, in Amazzonia gli incendi sono aumentati di oltre il 60%, facendo segnare alla foresta pluviale il peggior record degli ultimi 10 anni, in un contesto ulteriormente aggravato dalla siccità persistente.

Da foresta pluviale a savana il passo è breve, soprattutto per l’Amazzonia devastata dagli incendi e tagli incontrollati e sempre più esposta al riscaldamento climatico. A lanciare l’allerta è un recentissimo studio dello Stockholm Resilience Centre, in base al quale oggi fino al 40% delle foresta pluviale amazzonica si trova già ad un punto di non ritorno – tipping point -, più vicina a boschi con praterie tipiche della savana.

I consumi che minacciano le foreste

La deforestazione e i consumi potrebbero sembrare due problemi differenti, ma in realtà sono fenomeni connessi tra loro. E ci sono prove drammatiche di come l’UE importi prodotti derivanti dalla distruzione delle foreste, nonostante il suo impegno dichiarato a ridurre la deforestazione tropicale.
Ma quali sono questi prodotti?

Il caffè

Complessivamente, nel mondo, si bevono all’incirca 2,5 miliardi di tazze al giorno di caffè. Dopo l’acqua, è la bevanda più consumata al mondo, ogni giorno. Ma non solo, il caffè è anche la commodity più trattata sui mercati finanziari, dopo il petrolio.

E nei prossimi decenni la produzione di caffè potrebbe diventare un driver sempre più determinante della deforestazione a causa dell’aumento della domanda e dell’impatto dei cambiamenti climatici che probabilmente sposterà le regioni adatte ad altitudini più elevate che ora comprendono foreste preziose.

Secondo il World Coffee Research (WCR), la temperatura di 32°C è il limite massimo oltre il quale le condizioni per la coltivazione del caffè non sarebbero più garantite. Nel report annuale del 2017, i ricercatori del WCR hanno dichiarato che il 47% dell’attuale produzione di caffè proviene da paesi che entro il 2050 potrebbero perdere fino al 60% di terreno coltivabile

Un altro studio nel 2016 condotto dal Climate Institute afferma che circa il 50% delle aree coltivate a caffè saranno inadatte alla produzione entro il 2050.

In totale, nel 2019, l’Ue ha importato 3 milioni di tonnellate di caffè dall’estero. L’Italia, con le sue 604.000 tonnellate, è il secondo maggiore importatore di caffè in UE, dopo la Germania.

Il legname

Sulla base delle stime di Etifor –  lo spin-off dell’Università di Padova che offre consulenza a enti e aziende per aiutarli a valorizzare i servizi e i prodotti della natura -, è possibile affermare che la deforestazione potenziale associata all’import italiano di legno e prodotti derivati tra il 2010 e il 2018, oscilla complessivamente tra 99.135 ha (stima per difetto) e 313.896 ha (stima per eccesso), il 95% dei quali dovuti all’import diretto.
Il Sud America rappresenta la regione che contribuisce in maggior misura (71-75%) alla deforestazione potenziale associata all’import italiano, seguita da Africa (10-11%) e Russia (8-13%), mentre il contributo dei paesi del Sud-Est dell’Asia (7%) e quello dell’import indiretto attraverso la Cina (5-6%) sono pressoché equivalenti.

Tale situazione pone il nostro Paese in una posizione di responsabilità importante e diretta rispetto alla provenienza del materiale importato e ai possibili impatti sulle risorse forestali nei paesi di origine.

La soia

La soia è il secondo maggiore driver di deforestazione al mondo dopo l’allevamento bovino. Il Brasile è il maggiore produttore al mondo di soia.

I mercati globali (che importano cibo e prodotti dal Brasile) sono responsabili di oltre la metà dell’impatto dell’espansione della produzione di soia su specie rare in una delle regioni più biodiversa del mondo, la savana del Cerrado. Il 15% dell’impatto della produzione di soia sulla biodiversità del Cerrado è attribuibile al consumo di questo prodotto in Europa.

L’UE è il secondo maggiore importatore di soia al mondo, dopo la Cina, e il maggiore importatore al mondo di farina di soia. La domanda europea di soia è soddisfatta infatti al 95% dalle importazioni e solo il 5% della soia è prodotta internamente. Il consumo di soia di un europeo è di 61 kg l’anno. Il 93% proviene indirettamente dai mangimi destinati agli animali per ottenere carne, pesce, uova, yogurt.

Un quinto della soia importata in UE dal Brasile (prodotta in Amazzonia e Cerrado) è legata a deforestazione illegale: sono 2 milioni le tonnellate di soia coltivate in zone deforestate illegalmente quelle che raggiungono ogni anno i mercati UE, 500.000 di queste provengono direttamente dall’Amazzonia.

L’Italia è il 3° maggiore importatore in UE di farina di soia. Nel 2018 il nostro Paese ha importato 267 mila tonnellate di soia (per 92,5 milioni di euro) dal Brasile e 114 mila tonnellate (per 37,4 milioni di euro) dal Paraguay (da cui è primo importatore europeo). Questa soia è usata per il 90% per produrre mangimi, destinati ai nostri allevamenti intensivi di polli, suini e bovini. Secondo i calcoli Etifor, le importazioni italiane di soia hanno indotto una deforestazione media circa 16.000 ha/anno.

Se l’UE vuole davvero contribuire al contrasto alla deforestazione, dovrà pensare a una riforma della Politica agricola comune (PAC), tagliando i sussidi pubblici destinati al sistema degli allevamenti intensivi che dipende fortemente dalle importazioni di alimenti per animali, come la soia.

La carne bovina

L’allevamento del bestiame è il maggiore driver di deforestazione in America latina e in Amazzonia.
Sono circa 75 i milioni di ettari deforestati per l’allevamento di bestiame nell’Amazzonia brasiliana, dove si trova quasi il 40% dei bovini del paese.
E il Brasile è il maggiore esportatore di carne bovina e infatti fornisce tra il 25% e il 40% delle importazioni nell’Ue, costituendo il secondo mercato più grande del paese per i prodotti agricoli dietro la Cina.

Un quinto (17%) della carne bovina importata in Unione Europea dal Brasile è legato alla deforestazione illegale messa in atto in amazzonia e in Cerrado.

L’Italia è il maggiore importatore UE di carne bovina fresca e congelata (27mila tonnellate solo di quella importata congelata). 1/3 delle carni bovine importato in Italia proviene da paesi extra-UE, in particolare dal Brasile.

L’Italia, secondo i calcoli di Etifor, ha indotto in media una deforestazione associata al consumo di carne che va da 11.153 ha/anno circa (ipotesi di massimo) a circa 5.900 ha/anno (ipotesi di minimo), con una differenza di attribuzione del 46% tra ipotesi di massimo e ipotesi di minimo.

Il pellame

l’Italia è il secondo maggior importatore di pelli dal Brasile dopo la Cina, e il primo in Europa.
Comprare pellame in Brasile significa essere di fronte ad un alto rischio di avere a che fare con la deforestazione. Secondo il dipartimento Foreste e Studi Ambientali di Yale, oggi l’allevamento di bovini è il principale motore della deforestazione in Amazzonia, responsabile per circa l’80% dell’attuale tasso di deforestazione tropicale.

Essere i massimi acquirenti di pellame da Paesi “a rischio” come Brasile e Paraguay è ancora più grave se le aziende protagoniste di questo import non hanno politiche per tutelarsi dai prodotti derivanti da aree deforestate. Le aziende che oggi si occupano di lavorazione delle pelli investono su fronti di sostenibilità quali l’efficienza energetica, il consumo di acqua, la gestione dei reflui, i materiali chimici usati nel processo di conceria. Nessuna attenzione, invece, alla deforestazione in quanto la materia prima, ovvero i pellami, sono considerati “scarti recuperati” e quindi viene scaricata dal settore ogni responsabilità sul controllo all’origine delle pelli e sui rischi di finanziare la deforestazione tropicale illegale.

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