Maradona che è meglio di Pelé

San Paolo e la visione del Diez

Ho lasciato svaporare i vagoni pieni di retorica, abbaiare alla luna i cani da guardia del politically correct, affievolirsi i lumini di fronte alla gradinata B del San Paolo. San Paolo, quello della visione, ancora per poco. Lo stadio del Napoli, destinato a cambiare il suo nome in omaggio dell’artista del pallone rotolante. Un’altra visione in terra. Ho lasciato sfogare ciascuno con il suo personale amarcord. Da quelli che lo hanno incontrato su un campo di calcio cercando di limitarne l’estro sublime a quelli che lo hanno incontrato. Da coloro che lo hanno visto dal vero, passeggiare o esibirsi dalla gradinata di uno stadio, o soltanto sugli schermi televisivi. Da quanti ne hanno esaltato le gesta pedatorie a tutti quelli che ne hanno criticato amicizie e stile di vita, simpatie politiche e umane contraddizioni. Da tutti quelli che, essendo troppo giovani, ne hanno ricevuto l’eredità di un ricordo dai racconti da fiaba di un nonno o dalle parole commosse di un genitore, a tutti coloro che, semplicemente, sono riusciti a coglierne i tratti della divinità su qualche spezzone televisivo. Ho rivisto la “mano de dios” e l’intreccio, fitto fitto, di quei sessanta metri, percorsi in 10 secondi e 45 centesimi, saltando gli avversari palla al piede per depositare la sfera, cadendo, fra i pali della porta del portiere inglese Peter Shilton. Tutto in cinque minuti e nel 1986. Quasi si trattasse di una sorta di fulminea vendetta contro i perfidi rappresentanti di Albione per la guerra lampo nelle Falkland iniziata e conclusa fra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1982.
Spiegano gli storici del calcio che “nel giro di pochi minuti, quel ragazzo cresciuto nei potreros di Villa Fiorito ha fatto capire al mondo intero di cosa è capace. Nel bene e nel male. Per volere di Dio sì, ma tirando anche fuori il meglio di sé. Saltando come una rana e volando come un aquilone. Nel nome di quei ragazzi uccisi come pajaritos, come uccellini, quattro anni prima, per rendere onore alla loro memoria e regalare un sorriso alle loro famiglie in lutto per colpa dei militari e del piombo inglese”. Potenza della narrazione.

Preferivo le Roi Michel

E poi, ormai a notte fonda, mi sono preso più della mezza giornata, come si dice: “per elaborare il lutto”. Ritrovandomi, di colpo , a scivolare dai riti di una divinità pagana del dio pallone e ad osservare il mondo degli odiatori seriali. Quelli sempre pronti al distinguo, ad agitare il braccio e ad alzare il ditino, al “si… pero’”.  Sempre e comunque a caccia di benaltrismo. E in ogni caso devo persino confidare che in eta’ piu giovanile, quando nel campionato italiano la gara fra leader, più o meno maximi, era, appunto, tra “El Diez” e “le Roi Michel” io, da buon juventino, parteggiavo per quest’ultimo. Quello per cui l’avvocato Gianni Agnelli aveva detto tronfio: “L’abbiamo comprato per un tozzo di pane, e lui ci ha messo sopra il foie gras”, oppure con qualche stilla di boria: “Avere Platini in squadra è come disporre di una credit card sempre a portata di mano”. Personalmente preferivo quell’irriverenza snob che lo portava a punzecchiare da complice persino il suo datore di lavoro…. “Avvocato se il pallone era tutto d’oro mica glielo regalavo”. Prediligevo la precisione e i tiri a filo d’erba del franco-novarese ai funambolismi mirabolanti dell’argentino-partenopeo. Mi soddisfava di più lo stile di vita elegante e compassato del campione bianconero rispetto agli eccessi del fuoriclasse biancoazzurro. Perché, in fondo, diverso era sia il fine che il senso del racconto. Torino e il tifoso juventino avevano bisogno di una ventata di creatività, di un “travet” con i colpi dell’artista per evadere dal rigore grigio e dalla concretezza retributiva della fabbrica di famiglia degli Agnelli. Come una sorta di quieta e acquisita rivincita dal tremendismo granata.
Napoli no. Napoli necessitava di un guappo da strada, ma divino in campo. Esagerato interprete di una vita in cui negatività e straordinarietà finissero per fondersi, consentendo ad un popolo messo alla berlina e bonariamente autoironico sulle sue imperfezioni, di riuscire a sentirsi vincente. Un mago capace di redimersi dalla vita beffarda e spericolata solo in quell’attimo fuggente che sapeva cogliere sul prato verde.
Due campioni a ben vedere con un destino “politico” antitetico. Proprio come si dimostravano i due personaggi stessi sul campo di calcio. E nella vita di tutti i giorni.

Quelle accuse contro i poteri forti

Accusatore indomito della Fifa e dei poteri forti l’argentino, tutore dei deboli conclamato, con simpatie per le icone della rivoluzione. Uomo dell’establishment le Roi e rappresentante di quei poteri forti. Fino ad esserne messo ai margini, ex presidente UEFA incappato in una serie di reati finanziari con Blatter e, in seguito, quattro anni più tardi, con tanto di cena all’Eliseo e seguente citazione indotta per il Qatar come sede dei mondiali 2022.
Insomma, destini contrapposti con Diego Armando paladino dei deboli e Roi Michel servitore dei potenti con cospicui interessi finanziari.
Poi la vita è complicata per i comuni mortali. Figuriamoci per coloro che sono resi immortali per i calci ad una sfera di cuoio che rotola e, come tali entrano nella vita, e vellicano la percezione collettiva della gente nutrendone l’immaginario.
Per questo ho suggerito “judicio” nello sforbiciare sulle esistenze altrui per costruire cappotti. O vestitini.

Il messaggio ai moralisti indignati

Lo fa anche il mio amico social Nicolò Scialfa, educatore scolastico. Un dì vicepresidente della giunta regionale, che sa, per esperienza personale, quanto possa rivelarsi effimera e scivolosa la notorietà.

In un post sul suo blog in cui non a caso si firma Jean Valjean, come il protagonista de “I Miserabili” di Victor Hugo scrive: “Piccolo e umile messaggio rivolto ai moralisti indignati perché quelli come me, e questa volta siamo davvero tanti, piangono la morte di Maradona.
Noi amiamo Maradona, il calciatore, il suo immenso talento, la sua classe eccelsa, il suo coraggio, la franchezza e la semplicità. Come tutti i geni rendeva semplici le cose difficili. I suoi compagni lo amavano e gli avversari lo rispettavano
L’uomo? Sì, è vero, ha commesso degli errori. E chi non ne commette? Voi moralisti indignati non ne commettete mai, vero?
Gli errori Diego li ha pagati tutti, per intero.
Era un uomo buono e generoso, fiero delle sue origini, un uomo dalla schiena dritta. Amava la vita e si fidava, forse troppo, di tutti.
Ha sicuramente sbagliato ma chi siamo noi per giudicarlo?
Vi rivolgo una preghiera, sommessamente… per qualche giorno lasciateci piangere il nostro eroe morto, poi potrete tornare ad indignarvi e giudicare noi peccatori dall’alto della vostra sicurezza e della vostra tremenda ipocrisia. Verrà un giorno in cui useremo i vostri metodi e scopriremo chi siete veramente… allora sì che ne vedremmo delle belle. Ma state tranquilli, per ora siamo occupati a piangere e dopo vi lasceremo in pace perché non vogliamo curiosare nella vostra specchiata esistenza, potremmo restare folgorati da tanta rettitudine e moralità. Javert almeno si è gettato nella Senna… voi?”.
Già, non suona affatto casuale il riferimento a  Javert, l’inesorabile poliziotto de “I Miserabili” che incarna quel male che proprio la legge dovrebbe combattere.
E poi c’è il commento del mio collega Renzo Cerboncini. Subito sotto al post di Scialfa: “Con le motivazioni che hai così lucidamente espresso ho appena cancellato dalle amicizie una maestrina (di sinistra) con il ditino alzato che elencava le malefatte di Diego scandalizzandosi per l’ondata di emozione che la sua morte ha provocato: fedifrago, drogato, alcolizzato, evasore fiscale. Un gesto di rabbia, il mio, lo so. Ma non me ne pento”.
Perché poi i social sono questa cosa qua, che procede ad ondate. Spesso anomale, e a cui, solitamente, alla spinta emozionale, più o meno lunga – a seconda della notorietà del personaggio estinto – ne fa seguito un’altra. Quella costruita per tramutare l’emozione in rabbia. E l’ammirazione in odio.

25 novembre data iconica

Sia quel che sia, Maradona.  Meglio o peggio di Pelé, che ha subito twittato che loro due si ritroveranno in cielo per giocare con la palla che rotola. Comunque resta un personaggio votato in sorte a far parlare di se come il mago dalla vita spericolata. Perché talvolta, o spesso, il destino si diverte a lanciarci qualche segnale. Il caso, da cogliere al volo tanto per alimentare la narrazione. O forse no, come un segno divino “del Barba”, oppure no, soltanto come una straordinaria concatenazione di eventi. Da districare e piegare alla logica interpretazione. Con quella data finale, il 25 novembre, a legare George Best, calciatore e campione di Belfast dalla vita ribelle, quello che a fine carriera ne ha dato una sua personale interpretazione: “Ho speso un sacco di soldi per alcol, donne e macchine veloci…. Tutti gli altri li ho sperperati”.
E poi il lider Maximo Fidel Castro, amico di Diego Armando, tanto da ospitarlo all’Avana, all’inizio del nuovo millennio, per consentirgli di disintossicarsi dalla coca. A quindici anni dalla morte di Best e a quattro da quella del Lider Maximo è toccato a lui.
A qualcuno piace pensare che sia salito in cielo per restituire la mano de dios al legittimo proprietario, solo che, monello e malandrino come ha continuato ad essere nonostante gli anni passino per tutti – comuni mortali e simil divinità – non si smentisce nemmeno nel regno dei cieli. E, invece della sinistra cerca di riconsegnargli la destra. E poi c’è quella predilezione per il mancino. Sinistra, quanto la sinistra, che un tempo era simbolo d’imperfezione e veniva interpretata come la mano e il segno del diavolo e del demonio.

“Passano nuvole argentine dappertutto”

Il resto è la conclusione del monologo, bellissimo, di Federico Buffa per Sky Sport. “Passano nuvole argentine dappertutto. Cosa è successo il 25 novembre? È morto George Best nel 2005. Lo stesso giorno, nel 2016, se n’è andato Fidel Castro. Due personaggi decisamente connessi a Diego. Un’altra nuvola argentina mi ha portato a Buenos Aires, a casa di Víctor Hugo Morales, il telecronista che ha “cantato” il gol di Maradona con l’Inghilterra. Infine, l’ultima nuvola: “Uno così non può ricapitare più”. E via con le parole di Victor Hugo Morales a consacrare un dio del calcio: “La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga… sempre Maradona… genio, genio, genio… c’è, c’è, c’è… goooooooooool… voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio… golaaaaaazooo… Diegooooooool.. Maradona… c’è da piangere, scusatemi… Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi.. aquilone cosmico ( in argentino “barilete cosmico n.d.r.)… Da che pianeta sei venuto ? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi ? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina… Argentina 2, Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0”.

E “barilete cosmico” tutto torna, lassù, nell’alto dei cieli

Gia Victor Hugo (Morales), come l’autore dei Miserabili. Come l’ideatore di quei personaggi/protagonisti. Con quella contrapposizione fra l’inflessibile poliziottto Javert che si toglie la vita buttandosi nella Senna e Jean Valjean, al quale si ispira il mio amico Nicolò’ Scialfa. Ex galeotto, uscito di prigione dopo una condanna ventennale ai lavori forzati a causa di un furto commesso per fame, perennemente braccato dalla legge. Valjean è uno dei tanti “miserabili” descritti nel romanzo, la cui esistenza si compie ai margini della società. Personaggio dotato di un senso della carità e umanità sorprendente, intenzionato a perseguire in ogni frangente il bene del prossimo piuttosto che il suo.
E tutto, “barilete cosmico”, tra maghi, artisti, peccaminosi, peccatori e aspiranti redenti, lassù nell’alto dei cieli, come per incanto, torna.

Paolo De Totero

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