Casa della Legalità, arriva una condanna dal tribunale di La Spezia e Abbondanza annuncia il ricorso: “Dire la verità non può essere considerato diffamatorio”

Il 27 novembre la condanna in primo grado al pagamento di tremila euro di multa e di una provvisionale di quindicimila euro

Genova – “Dire la verità non può essere considerato diffamatorio”.
Risponde così Christian Abbondanza, il blogger antimafia che da anni si preoccupa di denunciare nomi e cognomi e connivenze della ‘ndrangheta in Liguria, alla condanna in primo grado per diffamazione emessa dal Tribunale di La Spezia la settimana scorsa.

L’antefatto

Tutto parte da una serie di articoli e post pubblicati nel 2016 dove l’attivista e presidente della Casa della Legalità, “accosta il nucleo familiare di Christian Faenza e Daniele Faenza, compresa la moglie di quest’ultimo, ad Antonio Romeo“, lo zio dei querelanti che in quel momento era “attenzionato per fatti criminosi”.
Lo spiegano a Fivedabliu le avvocate dei fratelli Faenza, Giuliana Feliciani e Valentina Antonini, che tengono a precisare come Abbondanza abbia “bersagliato Christian Faenza in un momento storico particolare per il ragazzo perché i post sul sito della Casa della Legalità e su Facebook escono all’indomani della sua elezione come segretario provinciale dei Giovani Democratici della Val di Magra e, capirà, in un posto come Sarzana, piccolo e in cui tutti si conoscono, il rapporto di fiducia e di stima è importantissimo”.
E così dopo questi post “che sono terribili” per Christian Faenza sarebbe iniziato “il calvario”, dicono le avvocate.

Ma cosa ha scritto Abbondanza?

Nel mirino dei querelanti ci sarebbero in particolare tre articoli usciti sul sito della Casa della Legalità tra l’8 e il 13 febbraio 2016.
Nel primo Abbondanza definisce Christian Faenza “nipotino del boss, insinuando così una contiguità con il ruolo dello zio”, chiariscono le avvocate confermando anche che Antonio Romeo, finito ai domiciliari nell’ambito dell’operazione Maglio 3, all’epoca era ancora sotto processo per i suoi presunti collegamenti con la ‘ndrangheta. Sarà assolto dai giudici della terza sezione della corte d’appello di Genova il 19 febbraio del 2016 e poi definitivamente anche in Cassazione, nel 2019, per insufficienza di prove.
“Romeo non è un boss, l’ho difeso io in tutti i processi e ci sono quattro sentenze di assoluzione”, interviene Feliciani che tiene a descrivere Romeo come “un ometto ormai anziano che vive della pensione minima nonostante abbia fatto l’ambulante per quarant’anni”.
“In quel momento c’era l’attualità” ribatte Abbondanza che non perde l’occasione per mettere in chiaro che “Romeo partecipava alle riunioni di ‘ndrangheta per cui sono stati condannati gli altri imputati di Maglio 3 ed era indicato dai reparti investigativi quale capo o comunque esponente apicale della locale di Sarzana”, e poi riparte con una battuta: “Se non era ‘ndranghetista cosa ci faceva ai summit, lo chef?”.
La questione, argomenta ancora il presidente della Casa della Legalità, è che “non esiste una sfera di cristallo per sapere come andranno finire le sentenze negli anni futuri e se siamo tornati indietro ai tempi in cui parlare di mafia è considerato comunque un danno di immagine, nasce il problema di come fare la cronaca”.
Ma le avvocate non ci stanno e rimbeccano Abbondanza perché “la notizia è una cosa, il commento un’altra. Bene avrebbe fatto a occuparsi dei fatti di cronaca”, cioè del processo, ma “le allusioni al contesto familiare legato alla ‘ndrangheta no. C’è addirittura un post con un bambino di tre anni fotografato a una festa familiare. Diciamo che Abbondanza ha esagerato”. Non la pensa così il presidente della Casa della Legalità che osserva: “Le foto le hanno pubblicate loro sui social, non siamo stati noi ad andare a riprenderli durante i loro festeggiamenti, come fanno ad essere diffamatorie?”.
Il guaio, però, starebbe tutto nel non detto: le foto accosterebbero la famiglia dei querelanti all’allora presunto boss e “rimarcando l’affetto del nipote per lo zio” si farebbe l’allusione alla “possibilità insomma di convogliare anche dei voti nel partito in cui militava”.

La questione del “nipotino” e dell’affetto per il presunto “boss”

È l’11 febbraio 2016 quando l’ufficio di Presidenza della Casa della Legalità esce con un titolo che scatena il parapiglia: “Per il boss Romeo Antonio l’affetto del nipotino neo segretario dei giovani del Pd della Val di Magra”.
Il riferimento va a un’intervista rilasciata da Christian Faenza al quotidiano on line Città di Sarzana dove dichiara che “una parentela non può influire sul mio percorso politico” e poi aggiunge di provare affetto per lo zio acquisito.
Un’affermazione nella norma, secondo le avvocate, che criticano l’accostamento di zio e nipote, insieme in uno scatto di famiglia, “al simbolo del Pd Sarzana Val di Magra Giovani Democratici” aggiunto nella foto da Abbondanza che “ovviamente ci fa sopra tutti i riferimenti al Partito Democratico”. E il contesto diffamatorio starebbe proprio qui, nell’abbinamento zio, nipote, Pd, ‘ndrangheta, voti e polemiche sull’incremento dei tesserati del Partito democratico locale.
Non così per Abbondanza che scandisce: “Non siamo noi ad esserci inventati questo affetto, lo ha dichiarato Faenza in un’intervista dove, invece di prendere le distanze dall’ambiente familiare di Romeo”, ci mette il carico aggiungendo che “se anche dovesse arrivare una condanna in futuro la mia posizione non cambierebbe”. Un manifesto alla contiguità, secondo Abbondanza, “che è la vera forza della ‘ndrangheta, e cioè le relazioni che si perseguono non con gli affiliati ma attraverso quella rete di soggetti che appartengono alle famiglie ma che hanno un volto pulito. Chiedere che queste contiguità vengano chiarite e interrotte non è diffamazione, è pretendere il rigore etico da chi fa attività politica e quindi incide sulla vita della comunità e della Pubblica Amministrazione”.

Ma che c’entra la moglie del fratello?

Questo punto non è chiaro. Abbondanza è stato condannato per diffamazione anche nei confronti della moglie di Daniele Faenza che però sembrerebbe non essere citata da nessuna parte.
“La diffamazione di riflesso non è prevista dal codice penale”, dice il presidente della Casa della Legalità che conferma di non averla mai tirata in ballo e racconta che “quando ci è arrivata la notifica della querela ci siamo chiesti chi fosse questa persona che non avevamo mai sentito”.
Per capirci qualcosa, però, dovremo aspettare sessanta giorni e le motivazioni della sentenza perché tra le foto pubblicate da Abbondanza nemmeno le avvocate riescono a individuarla.

Simona Tarzia

 

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