Mafia, la sfida indicibile per la Politica. Draghi la porrà?

Crisi di governo, mentre perdiamo tempo a parlare di aria fritta le imprese mafiose sono sempre a caccia di aziende in difficoltà e finanziamenti pubblici

La pandemia del Covid-19 uccide e produce crisi economica e sociale. Qui sta la ragione dell’azione posta in essere dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha indicato la necessità di un governo, sganciato da ogni schieramento politico, capace di affrontare questa drammatica situazione, affidando l’incarico di formare la nuova compagine a Mario Draghi. Una scelta che, se passerà dalla fiducia del Parlamento, dovrà permettere di sfruttare utilmente (per il Paese) gli ingenti fondi (209 miliardi di euro su 750 complessivi) che l’UE ha riconosciuto all’Italia per far fronte alla crisi. Fondi cospicui riconosciuti all’Italia non per merito, bensì perché siamo lo Stato più debole dell’eurozona che rischia non soltanto un crollo (basta vedere i dati Istat sul 2020 per comprendere che siamo su questa strada) ma, conseguentemente, di rappresentare anche una devastante zavorra per la ripresa dell’Europa stessa.

In questo contesto appare totalmente assente da ogni azione di governo passato e dalle esigenze enunciate dalle varie forze parlamentari, l’esigenza prioritaria di contrastare chi, nella destabilizzazione dello Stato e nella crisi sociale ed economica (e persino nell’emergenza pandemica), ha la capacità di consolidare il proprio potere e il proprio consenso sociale: le mafie. Quelle mafie che hanno tessuto, in ogni regione, rapporti con la Pubblica Amministrazione, con l’economia e il mondo delle imprese. Comprano, corrompono, ricattano e intimidiscono, ad ogni livello e in ogni settore di interesse (compresa la sanità, le energie rinnovabili, l’arte). Mafie che così devastano l’economia sana, schiacciando ogni regola di libera e corretta concorrenza, pronte a divorare le imprese in difficoltà e a fagocitare i fondi pubblici.

Le mafie nell’economia legale

Mario Draghi lo sa bene. Ne ha parlato in più occasioni quando ricopriva la carica di Governatore della Banca d’Italia.
Nel 2011, a Milano, quando politica e imprese lombarde (come nel resto del Nord) o facevano finta di nulla, o andavano direttamente a braccetto con gli esponenti mafiosi, affermava, tra l’altro che «la criminalità organizzata può sfibrare il tessuto di una società, può mettere a repentaglio la democrazia» e «se gli effetti sociali e politici del crimine organizzato sono riconosciuti e studiati, quelli economici lo sono meno. Ma non sono meno pericolosi». Ancora: « In una economia infiltrata dalle mafie la concorrenza viene distorta, per molte vie: un commerciante vittima del racket può finire con il considerare il “pizzo” come il compenso per un servizio di protezione contro la concorrenza nel suo quartiere; il riciclaggio nell’economia legale di proventi criminali impone uno svantaggio competitivo alle imprese che non usufruiscono di questa fonte di denaro a basso costo; i legami corruttivi tra associazioni criminali e pubblica amministrazione condizionano la fornitura di beni e servizi pubblici» e che «il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali è uno dei più insidiosi canali di contaminazione fra il lecito e l’illecito. Per i criminali è un passaggio essenziale».
Draghi richiamava l’attenzione sulle risultanze del lavoro della Procura Nazionale Antimafia, mentre in Regione Liguria, per fare un esempio, un esponente della maggioranza affermava che è meglio leggere la Divina Commedia piuttosto che le relazioni della Procura Nazionale Antimafia. E proprio la Procura Nazionale Antimafia di recente, nell’ultima Relazione annuale (presentata lo scorso novembre) ci ricorda che «il crimine organizzato, intenso in senso ampio» si è «rafforzato negli anni, sia nel nostro Paese che nel mondo intero, grazie proprio al controllo di un mercato che vale, annualmente, circa 560miliardi di euro a livello globale e circa 30 miliardi di euro in Italia (pari a circa il 2% del PIL nazionale)».
Una sola articolazione della ‘ndrangheta, secondo una delle recenti indagini della DDA di Reggio Calabria, si è dimostrata in grado di gestire operazioni di riciclaggio pari a 500 miliardi di euro (un importo che equivale a 2/3 dell’investimento complessivo – pari a 750 miliardi di euro –, deciso dal Consiglio Europeo per il Recovery Found; ed è più del doppio dell’importo di questi aiuti europei destinati all’Italia, pari a 209 miliardi).

La pandemia? Solo un altro business

Proprio negli effetti della pandemia Covid-19 le organizzazioni mafiose hanno dimostrato – ovviamente – di saper e poter agire, sfruttando le risorse messe in campo dalla spesa pubblica, sfruttando, come sciacalli, le crisi economiche delle piccole imprese e della rete commerciale, sfruttando vecchie e nuove povertà per consolidare quel consenso sociale che rappresenta per le cosche la linfa vitale. Quando lo Stato è debole le mafie rafforzano il proprio proporsi come “Autorità” nei territori colonizzati (da quelli storici, di origine, a quelli dove si sono radicate a partire dagli anni Sessanta, sino ad essersi poi integrate pienamente nel tessuto sociale, economico e politico).
Il rilancio dell’Italia non può quindi eludere la necessità di sconfiggere le organizzazioni mafiose. Di sconfiggere l’aggressione all’economia sana. Di sconfiggere il riciclaggio ed i capitali illecitamente accumulati. Di sconfiggere la capacità di condizionare la gestione della cosa pubblica, appropriandosi degli affidamenti dei lavori pubblici e dei servizi affidati dalla Pubblica Amministrazione.

Italia sempre più debole nel contrasto alle cosche

Oggi l’Italia è più debole su questo fronte rispetto ad un decennio fa. L’impegno al contrasto continua ad essere considerato una faccenda di sola competenza della magistratura e delle forze dell’ordine e non, quindi, da affrontare sul piano sociale e culturale oltre che politico ed economico. In talune occasioni si è tornati ai tempi in cui chi viene posto sotto accusa è chi denuncia ed indica la presenza delle articolazioni ed attività della criminalità organizzata. Nel negazionismo di ritorno, più o meno latente, si considera meno grave l’attivismo mafioso delle azioni di contrasto che “rovinano” l’immagine delle città e l’economia locale.
In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un’azione di “propaganda” antimafia mentre si consumava questo salto all’indietro nella lotta alle mafie. Un ritorno al passato proprio quando il lavoro di magistrati e reparti investigativi documentava la capacità di insinuarsi, con propri uomini e con concorrenti esterni, nelle Istituzioni nazionali, e mentre è stato documentato il potere di condizionamento del voto in ogni ambito elettorale (dalle amministrative dal piccolo Comune alla Regione sino al Parlamento nazionale ed europeo), anche nel nord del Paese. Mentre il peso dell’economia criminale si consolida in ogni ambito locale, oltre che nazionale e internazionale.
Si è rimasti fermi sulla necessaria riforma di una procedura di prevenzione, caratterizzata da passaggi e tempi infiniti, per intervenire efficacemente e tempestivamente sugli Enti Locali infiltrati e condizionati. Si è rimasti bloccati sulla “riservatezza” delle misure interdittive antimafia (con parallela adozione degli “omissis” nelle sentenze amministrative sui nominativi dei soggetti interdetti) rendendo evanescente il necessario isolamento, ben oltre ai soli affidamenti pubblici, delle imprese mafiose. Restano fermi i gravi ritardi nella concretizzazione delle confische dei beni oltre che quelli per il loro riutilizzo a fini sociale o la capitalizzazione. Si è omesso di adottare quelle necessarie riforme della giustizia che possono rendere più efficace l’azione di contrasto e più rapidi i processi (durante i quali sempre più spesso si assiste a scarcerazioni di soggetti condannati per mafia in primo, quando non anche in secondo grado).
Le risorse e i mezzi messi a disposizione di questa battaglia sono irrisori, rispetto alla necessità, così come la riforma delle intercettazioni ha reso ancora più complessa l’azione penale di contrasto. Anziché rafforzare (con risorse e uomini) i reparti investigativi – a partire dalla Direzione Investigativa Antimafia – si continua con il farli operare “al minimo”. Identica carenza si presenta nelle Direzioni Distrettuali Antimafia, dove in numero dei pm, cancellieri ed assistenti assegnati è assolutamente insufficiente rispetto all’esigenza di gestire molteplici inchieste in corso ed i processi articolati e complessi, che si sommano all’opera per le procedure di prevenzione. Spesso anche i Tribunali non risultano avere un adeguato numero di Gip e Giudici, con così gravi ritardi nell’esame delle richieste di misure nel primo caso, e nella gestione delle fasi dibattimentali dei processi nel secondo. La gestione dei collaboratori di giustizia continua ad essere inadeguata, come dimostrano, in modo eclatante quanto taciuto, i casi in cui i figli di diversi collaboratori vengono usati per minacciare i collaboratori al fine di farli ritrattare o tacere. Il rigore nell’ambito dei settori di controllo, per fatti di contiguità quando non peggio, non esiste lasciando buon gioco a servitori infedeli dello Stato.
Il rafforzamento del fronte (uomini, risorse e strumenti) di contrasto alle mafie non vi è stato, al di là di fiumi di parole che altro non erano che “propaganda”. Vi è stato altro. Vi sono state (e vi sono) spinte che sotto lo slogan della “semplificazione” – vedesi il cosiddetto “modello Genova” – vogliono eliminare i controlli e la possibilità di operare in deroga alle norme antimafia e anticorruzione. Attenzione, si potrebbe (e si devono) accelerare le procedure di screening necessarie per garantire legalità nelle opere pubbliche, così come le procedure sull’impatto ambientale, ma per farlo servirebbe potenziare gli uffici degli Enti e soprattutto incrementare adeguatamente il personale dei reparti competenti ad effettuare i controlli preventivi. Ma in questo Paese il “costo delle mafie” (pesante e devastante) non è ignorato, quando non addirittura considerato come “opportunità”.

Il costo delle mafie è devastante per tutti

Draghi sa bene, invece, che il “costo delle mafie” è devastante. Ancora, nel 2011, parlando delle mafie al Nord, affermava: «L’economia italiana soffre da tempo, lo sappiamo, di una inibizione a crescere. Le cause sono molteplici, hanno natura diversa, s’intrecciano fra loro. Ne discutiamo da anni. La Banca d’Italia ha offerto sul tema numerosi contributi di analisi e di proposta, altri stiamo per offrirne. Fra i fattori inibenti vi è anche l’infiltrazione mafiosa nella struttura produttiva, che è aumentata negli ultimi decenni, almeno nella sua diffusione territoriale». E ricordando quanto aveva spinto per potenziare i controlli antiriciclaggio, quando guidava la Banca d’Italia, dichiarava: «Ho più volte ricordato quanto sia fondamentale per il loro buon nome che esse mantengano salde difese interne contro il rischio di farsi strumento di riciclaggio; ogni euro speso per rafforzarle è ben speso».
Se la politica non ha mai posto il contrasto alle mafie come priorità, permettendo anche, negli anni, pericolosi passi indietro, vi è anche un complice silenzio mediatico. Dopo le attenzioni poste all’inizio dello scorso decennio, contribuendo così ad una presa di coscienza generale, si è tornati negli ultimi anni al relegare la questione ad articoli di poche battute o servizi condensati solo nell’immediatezza di grandi operazioni antimafia.Draghi saprà imporre questa questione, strettamente connessa alla crisi economica e sociale, ad un Parlamento distratto? Auspichiamo di sì. Saprà far comprendere che investire risorse nella lotta alle mafie ed al riciclaggio significa liberare risorse e tutelare al contempo la democrazia, la corretta e trasparente gestione della cosa pubblica, le imprese sane? Auspichiamo di sì.
Così come auspichiamo che la necessità di affrontare la questione sia posta anche al G20.
Se l’associazione mafiosa non è prevista dai Codici degli altri Paesi e se le misure di prevenzione personali e patrimoniali non vengono recepite dagli altri Stati, le organizzazioni mafiose avranno campo aperto nel proliferare. Sempre più spesso emergono gli interessi delle mafie italiane in altri Stati (europei e non). Non solo interessi criminali, attraverso le più tradizionali articolazioni delle organizzazioni mafiose italiane riprodotte all’estero, ma anche reti di imprese e professionisti che gestiscono consistenti operazioni di riciclaggio. Sempre più spesso si evidenzia che la ‘ndrangheta non deposita più le proprie risorse nelle banche italiane, bensì all’estero e da lì, attraverso prestanome investe in Italia, così da aggirare quei controlli che si iniziavano a fare più serrati nel nostro Paese.
Ecco che la sfida nazionale è sfida globale e deve essere posta. Per farlo, ed essere credibili, occorre però interrompere i passi indietro e concretizzare per primi quei provvedimenti indispensabili per sconfiggere le mafie e non soltanto quindi per arginarle.
Se Draghi, che sul tema si è dimostrato sensibile nel suo trascorso, riuscirà ad imporre questo elemento prioritario per la rinascita del Paese, anche attraverso l’uso rigoroso delle risorse che l’Unione Europea ci ha riconosciuto, sarebbe una svolta alla quale i partiti, inquinati da rapporti indecenti, non potranno opporsi.

Christian Abbondanza

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