L’evoluzione della razza…o della specie

C’è commiato e commiato.

C’è modo e modo per uscire di scena e apprestarsi al commiato. Ennio Flaiano, in fondo, a torto o a ragione,  aveva spiegato che “chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà”. Che in fondo si presta bene anche per la fine di una qualunque avventura. Sulla quale in qualche modo ci si è trovati a credere e ad investire parte della propria vita. E, comunque, due esempi per tutti.

L’inverecondo assalto di Capitol Hill con patrioti e suprematisti bianchi, guitti con teste di bisonte e bivacco della guardia nazionale con tanto di focolaio Covid.

Donald Trump e Melania Knauss

Quell’addio sull’aria di “My way”

E poi quella partenza, quell’uscita di scena per cui alla fine di gennaio si era spesa in maniera sublime Maria Laura Rodotà su “Linkiesta”: “È andato via con la moglie mascherata da Audrey Hepburn e YMCA dei Village People dagli altoparlanti. E un discorso più da televenditore che da golpista e poca gente a salutarlo, tra loro i parenti. Sembrava il seguito del seguito del seguito di Nashville di Robert Altman; col candidato del Replacement Party diventato presidente sconfitto e in disgrazia (potrebbe interpretarlo il Tim Robbins di Bob Roberts, dopo tantissimi Big Mac).

Ma poi, dopo tutto il grottesco-ironico-drammatico-sgangherato con suono in presa diretta da film anni Settanta, la partenza di Donald Trump da Washington è finita come un brutto varietà. Il decollo dell’aereo, sincronizzato passo passo con “My Way” di Frank Sinatra, è entrato nella top five della scene più kitsch della politica mondiale. Però ha una sua tenerezza, “My Way” è l’inno dell’affermazione individuale per maschi bianchi americani anziani, quelli che magari l’hanno messa nella playlist della festa per la pensione, e ora sono in Florida, ad aspettarlo.

C’erano quasi solo giornalisti e cameramen, alla base aerea di Andrews, prima dell’arrivo dell’elicottero Marine One dalla Casa Bianca. Ad aspettare c’era l’Air Force One, per l’ultima volta. Lo possono usare solo i presidenti, per questo Trump è partito alle otto di mattina, così sarebbe arrivato a Palm Beach prima del giuramento di Joe Biden.

Nuore, generi e nipoti, una famiglia reale in esilio

Per un uomo ossessionato dai simboli di status e dalle dimensioni delle folle, il gruppetto radunato a Andrews non deve essere stato di conforto. C’erano staffer imbarazzati, c’era Mark Meadows, appena proclamato «il peggior capo di gabinetto della storia della Casa Bianca», che ha salutato Trump col gesto brusco di chi si libera di un seccatore.

C’erano i figli con nuore generi e nipoti, schierati come una famiglia reale che va in esilio. C’era una colonna sonora degli anni Ottanta, da lezione di aerobica, con Macho Men e poi Gloria. Cantata da Laura Branigan, ballata da familiari Trump in un video prima dell’assalto al Campidoglio.

E il Presidente che quattro anni fa nel discorso inaugurale scandiva «America First», stavolta ripeteva «questa non è stata un’amministrazione normale». E in effetti…

Quattro anni dopo i toni autoritari (consulenza di Steven Bannon, appena graziato, che forse andrà in Florida a consigliarlo ancora) ha salutato con una specie di fervorino agli ex dipendenti prima dell’asta giudiziaria.

Ha detto di essersi occupato «dei nostri bellissimi veterani», di aver tagliato le tasse, di aver abolito regolamenti che impedivano catastrofi ambientali e altro, di aver nominato centinaia di giudici reazionari, di aver fatto innamorare la Borsa, di aver trovato in tempo record un vaccino (sempre Trump). Vaccino ormai quasi inutile, del virus Trump parla al passato.

“Abbiamo dato tutto in campo, buona vita”

Trump si è celebrato con una metafora sportiva (lui odia lo sport ma i discorsi non li scrive lui): «Abbiamo dato tutto sul campo», inclusi cinque trumpiani morti a Capitol Hill, ma vabbè. Ha concluso come un corteggiatore che l’ha presa male, augurando «buona vita»”.

Insomma una sorta di trash Made in United States a cui contrapporre, volenti o nolenti, la pagina da libro cuore, oltretutto nel giorno della vigilia di San Valentino passata e ripassata sotto gli occhi di tutti a palazzo Chigi.

Giuseppe Conte e Olivia Palladino

Un ciao, ciao, alla vigilia San Valentino

Con quel Conte one, poi Conte bis, speranzoso, magari, del ter e poi risedotto e abbandonato dopo che fra pentastellati e “responsabili” e “costruttori” gli avevano fornito qualche residuo di speranze per diventare da uno a trino. Da santo a santissimo.

Lui però, poi, utilizzato come ultimo baluardo prima di passare al migliore dei mondi possibili (leggasi Rousseau), e alle votazioni pentastellari, ha dato un qualche ulteriore segnale di rinnovata dignità. In qualche modo recuperata, dopo quel banchetto in piazza e ricoperto di microfoni, pensato come arredo mobile dal suo solerte portavoce Rocco Casalino per piazza Colonna. Ma per carità senza palazzo Chigi sullo sfondo. E così,dopo l’ultima campanella è andato a salutare i suoi dipendenti con lacrime in corso e sventolio di fazzoletti bianchi alle finestre. Come si usa per i crocieristi, inconsapevoli di essere imbarcati su un transatlantico, su una carretta oppure sul Titanic.

Il   banchetto del portavoce

Rifiutato una prima volta lo sfondo ingombrante, probabilmente come a suggerire all’immaginario collettivo di avere voglia di ritornare un cittadino qualunque, non poteva pero fare a meno di rendere omaggio al cerimoniale e dei successivi ringraziamenti ai suoi coadiutori prima che scorressero i titoli di coda e il the end.

Così è comparso nell’atrio, mano nella mano con la sua fidanzata Olivia Palladino, bionda e di gentili fattezze. Ha agitato timidamente  la manina residua che un qualunque art director della tivù non avrebbe saputo escogitare tanto per uno spottone dei “Baci Perugina” nel giorno della vigilia di San Valentino. E subito i social gli hanno tributato oltre seicentomila like. E pare che anche il rude Rocco C. nonostante in passato sia transitato indenne fra le angherie delle stanze del GdF (che sta per Grande Fratello e non per Guardia di Finanza) si sia in qualche modo commosso versando qualche lacrimuccia. Fine di un sogno, si passa alle pratiche di autoerotismo sottolineerebbe il buon Flaiano.

Il colpo di fulmine incredibile

E ho atteso, per ora invano, qualche salace vignetta satirica ove il povero Conte in calzoncini corti comparisse mano nella mano non tanto con la bellissima sua Palladino, quanto con la sua ex ministra all’agricoltura senatrice Teresa Bellanova. Magari in un abito lungo dal taglio hippy, anche se quello con cui aveva partecipato alla precedente cerimonia di giuramento, bluette e a vaporose balze, pur non sottolineando sufficientemente il passaggio dall’istituzionalità alla vita normale di un cittadino qualunque, avrebbe reso egualmente benissimo. Che poi gli amanti delle statistiche su quell’addio o quell’arrivederci colmo di commozione a palazzo Chigi raccontano: “Era successo soltanto due altre volte. Quando se ne andò Enrico Letta e quando termino il suo mandato Paolo Gentiloni”. E magari ti viene spontaneo da osservare  che in tutti e tre i casi, entrata o uscita, il buon Matteo Renzi ci ha messo del suo.

Giuseppe Conte e Mario Draghi. Passaggio di consegne

Un cerimoniale sanificato

Tossicità dei social dove si pratica in qualche modo il tifo appena condito dalle notizie o dalle fake del giorno. Con disparità di trattamento. Consenso pressoché generale per l’addio melenso dell’ex premier. Quasi silenzio di fronte alla gaffe del neo presidente del consiglio Mario Draghi, che in evidente stato emozionale – anche se non è da lui – procede spedito davanti al tricolore e viene richiamato dall’alto ufficiale del cerimoniale che lo raggiunge e gli impone di tornare indietro e di chinare il capo di fronte al tricolore.

Draghi e la sua coalizione allargata

Epperò Mario Draghi a capo di una coalizione allargatissima  e che riunisce sulla base del ritrovato manuale Cencelli, – cose da vintage di Prima Repubblica – tecnici, politici, ministri con o senza portafogli e quote rosa, tanto per consentirci di continuare o a riprendere a sperare che ci sia un futuro, in questo preciso momento è il salvatore della Patria e perciò una piccola dimenticanza può pure essergli concessa.

Sono curioso di vedere se all’uomo del destino chiamato in un momento in cui in qualche modo qualche contromisura alla pandemia è stata presa, verranno concesse ulteriori attenuanti oppure se verrà giudicato rigidamente come è accaduto al suo predecessore.

Ma lo scopriremo soltanto vivendo.

Perché poi, a seconda delle claque che di volta in volta scendono in campo, ad alcuni viene concesso tutto e ad altri poco o niente.

Marco Bucci – Sindaco di Genova

Quel Sindaco di tutti, antifascista e anticomunista

L’ultima performance dei rappresentanti del Pd genovese in sala rossa palazzo Tursi intenti a chiedere perdono ha destato scalpore. Un po’ per l’atteggiamento cerchiobottista dello stesso Marco Bucci, impegnato in buffetti a qualche nostalgico besugo,  far finta di non capire la sacralità di una fascia tricolore come simbolo delle istituzioni rispetto a certe cerimonie imbarazzanti, a commemorare partigiani o partigiane e politici costituenti, a intervenire alla fondazione Ds per la celebrazione dei cento anni del PCI, ma poi a schierarsi con Fratelli d’Italia quando viene criticato il finanziamento del Governo per lo stesso centenario. Tanto che un puntuto Gianni Crivello ed Enrico Pignone scrivono in una lettera pubblicata da “La Repubblica”: “ In questa breve ma recente cronistoria si evincono sicuramente scelte e atteggiamenti più che ambigui, così come sarebbe utile comprendere come il sindaco concilii il suo costante richiamo all’antico unisco con la sua partecipazione a eventi organizzati per ricordare i sacrifici e i morti della Resistenza. Sarebbe doveroso, per l’attuale sindaco di Genova e per tutta la sua maggioranza di centrodestra, agire per la valorizzazione e l’attualizzazione  dei valori della Costituzione e dell’antifascismo e come ricordava Luca Borzani: “L’importanza dell’aggressione per la ricostruzione di un legame di vita con quella medaglia d’oro sul gonfalone della città”. Un legame – concludiamo- che questa amministrazione spesso scorda e in alcuni casi, aspetto ancor più grave, tende a negare”.

Cesare Campart

Quei quattro voti missini rifiutati

Altri tempi, giusto la fine di quel Novecento, secolo di guerre, di lotta partigiana e di guerre civili, di patto atlantico e di Guerra fredda e di ideologie contrapposte, ma mi piace ricordare grazie ad un articolo di circa trentasei anni fa di un inviato de “La Repubblica”  nella nostra città, Antonio Del Giudice, perché, magari in un prossimo domani qualcuno ne tenga conto e cambi il proprio atteggiamento. Allora il 4 ottobre del 1985 nella stessa sala rossa frequentata oggi dal sindaco Marco Bucci si cercava di eleggere dopo tanto tempo il primo cittadino indicato dal centro destra, tra giochi di franchi tiratori e qualche strillo dei comunisti. E successe questo: “Alle 12.34, dal gruppo democristiano è partito un applauso: le schede a favore di Cesare Campart, sindaco designato dal pentapartito avevano superato il numero di 40. Dalle tribune della sala rossa di Palazzo Tursi partiva il grido “Fascisti, fascisti” scandito da duecento persone. Il presidente dell’ assemblea, il comunista Pietro Gambolato, chiedeva silenzio e annunciava l’ elezione del nuovo sindaco, dopo la quinta votazione. Il repubblicano Campart aveva raccolto 43 voti, contro i 34 di Fulvio Cerofolini, socialista, sindaco uscente votato da Pci, Democrazia proletaria e Verdi. Due schede di “franchi tiratori”, si dice socialisti, e in effetti dal Psi arrivano conferme. L’ elezione è stata resa possibile dai 4 voti determinanti del Msi-Dn, che subito dopo ha distribuito un comunicato di conferma. Cesare Campart ci ha messo cinque minuti per decidere che avrebbe rifiutato. E’ uscito dall’ aula per riprendersi dallo choc e fumarsi una sigaretta. Poi è tornato, ha ringraziato i missini per la stima personale, ma ha rinunciato a salire sulla poltrona del primo cittadino, coperto dall’ ombra protettrice del partito neofascista. Mai sindaco ha forse trovato applausi così unanimi, e per un “no”. Dopo quasi cinque mesi di trattative, il consiglio comunale di Genova è tornato alle discriminanti originarie: i fascisti da una parte, gli antifascisti dall’ altra. ”

I fatti di Genova del 30 giugno 1960
I fatti di Genova del 30 giugno 1960

Campart: “Non lo potevo accettare”

Poi in un’intervista le ragioni del suo gesto: “No, questo proprio non lo potevo accettare”. Sindaco eletto per qualche minuto, Campart ne spiega senza enfasi le ragioni: “Mio padre non è mai stato iscritto al partito nazionale fascista. Era un perseguitato politico durante il ventennio. Non fu trattato malissimo perchè era mutilato di una gamba. Io ho fatto il partigiano durante la Resistenza. Ho due figlie: una ha sposato un fervente comunista, l’ altra sta nell’ area del Manifesto. Nè la mia storia nè la mia cultura mi consentono di accettare i voti missini. Non posso tradire la mia tradizione personale e familiare”. La conferma di antifascismo ha riscaldato l’ aria della seduta.

“Almeno su questo Genova rimane Genova”

Cerofolini ha esclamato: “Almeno su questo Genova rimane Genova”. I missini menavano vanto per la fine operazione politica e continuavano a gridare forsennatamente: “Questa città non è comunista”. Ma il capogruppo socialista, Fabio Morchio, forse prevedendo la mossa provocatrice degli uomini di Almirante aveva preventivamente annunciato che “voti determinanti dell’ estrema destra” sarebbero stati respinti. La compagnia era davvero imbarazzante, anche perchè andava a coprire falle aperte proprio dai socialisti. Qualche democristiano ha dato l’impressione che si sarebbe volentieri turato il naso, ma i vecchi gli hanno ricordato che questa è la città scesa in piazza contro il congresso del Msi, nel ‘ 60, e messa in stato d’ assedio dalla polizia di Tambroni. Nel pomeriggio, il consiglio comunale ha sentito l’ esigenza di un gesto riparatore, ed ha votato due ordini del giorno per ricordare che “Genova è insignita di medaglia d’ oro della Resistenza”.

Un finale al calor bianco

Racconta ancora  l’inviato de “La Repubblica: “Sembrava tornata la calma, ma è scoppiata subito dopo una feroce discussione sulla data di riconvocazione: il Pci chiedeva di rinviare tutto a lunedì dopo una pausa di riflessione. I sei partiti hanno votato invece compatti per stasera, imitati dai missini. Apriti cielo, ancora urlo di “fascisti”, ancora imbarazzo per il pasticcio tra pentapartito, pensionati e Movimento sociale. Al momento del voto palese, Cerofolini ha alzato il pugno chiuso, ed ha minacciato di abbandonare l’ aula. Poco è mancato che si arrivasse alle mani. I vigili hanno avuto il loro da fare per allontanare gli scalmanati dalle tribune. Lo “spettacolo” potrebbe ricominciare stasera. Cesare Campart sarà ancora al centro della discussione. Alto, magro come un chiodo, viso lungo e scavato, il mancato sindaco è uno stimato farmacista che milita da molti anni nel Pri. Il suo nome era rimasto ai margini durante la trattativa per la formazione di un esapartito a Genova (ai tradizionali alleati di pentapartito si era aggiunto il consigliere dei pensionati). L’ insediamento di Luisa Massimo, oncologa, indipendente democristiana, sembrava questione di giorni “.

Fulvio Cerofolini e Sandro Pertini
Fulvio Cerofolini e Sandro Pertini

Franchi tiratori nel PSI, ma non Cerofolini

E poi c’è la caccia ai Franchi  tiratori con forti sospetti nelle fila del PSI. Racconta ancora del Giudice: “anche  la “fronda” nel Psi pareva destinata ad affievolirsi. I fautori dell’ alleanza con il Pci avevano perso la partita. Tre giorni prima delle elezioni i repubblicani giocando su una Dc non proprio unita sul nome dell’ illustre indipendente, tiravano fuori dal cilindro Cesare Campart. E facevano sul serio, cioè minacciavano di negare i loro tre voti all’ alleanza. L’ estenuante trattativa doveva trovare coronamento martedì scorso. I sei partiti disponevano di quarantuno voti, ma, pur temendoli, non avevano fatto i conti con i “franchi tiratori” che fra martedì e ieri, hanno mandato a vuoto quattro scrutini. Chi ha “sparato” su Campart? I socialisti ammettono: “Sono fra noi. Cerofolini? No, lui è un uomo molto leale con il partito. Per assurdo, è l’ unico non sospettabile”. L’ onorevole Mauro Sanguineti, aspetto e potere da Martelli genovese, nel secondo giorno delle votazioni fa la spola tra i corridori di Palazzo Tursi e la stanza del gruppo socialista. E’ qui per controllare i suoi, e si vede. Ha l’ aria di uno che, se potesse, prenderebbe per il bavero gli “impallinatori”. Non può. Si sparge la voce che uno dei cinque partiti ha avanzato una proposta: ognuno controlli i suoi uomini facendoli votare in maniera differenziata e riconoscibile. Come dire, uno slalom attraverso la segretezza del voto. Il consigliere “verde” solleva la questione in apertura di seduta. Gambolato riunisce i capigruppo per concordare misure per proteggere la segretezza. Si stabilisce che gli scrutatori facciano in fretta la conta, chiudano le schede in un bustone e le brucino immediatamente. La manovra è sventata. Riprendono le votazioni, o meglio si continua la tornata di martedì: per due, c’ è ancora bisogno della maggioranza assoluta, alla terza si andrà al ballottaggio. Primo round 39 a 34 per Campart, non eletto per un solo voto. Secondo round: ai 39 si aggiungono i 4 missini, e la frittata è fatta. Da stasera si riparte, ma qualcuno vede vicina l’ ombra del commissariamento e delle elezioni anticipate fra qualche mese”.

E alla diciassettesima tornata Cesare Campart il farmacista divenne sindaco e il commissariamento fu evitato. Tempi che furono, probabilmente, del tardissimo Novecento, quando i principi avevano ancora valore e i social non inquinavano.

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Cristina Lodi

La richiesta di dimissioni

Novecento 2.0 l’appendice alla vicenda dell’anagrafe antifascista di Stazzema con cordone ombelicale su fascismo e anticomunismo e scuse dei consiglieri comunali della sinistra (Italia Viva esclusa), con tanto di richiesta di dimissioni nei confronti della capogruppo del Pd, donna, manco a farlo apposta, avrebbe ragioni antiche quanto il mondo. Lei Cristina Lodi accusa di sessismo i colleghi, tutti appartenenti al sesso forte. E respinge le accuse “Erano in aula anche loro quando la mozione incriminata è stata letta”. Poi arrivano altri rumors che parlano di qualche proiettile esploso dal fuoco amico in vista di una possibile candidatura, o autocandidatura della stessa Lodi, giusto fra un anno come esponente della sinistra aspirante al posto di Bucci. E i soliti marpioni, maschi per giunta, avrebbero sfruttato l’occasione appetitosa

Quell’informazione/comunicazione edulcorata

Altri tempi anche quelli in cui per accedere alle fonti occorreva lavorare per una testata riconosciuta e fra uffici stampa istituzionali e operatori della carta stampata non esistevano sinergie, a garanzia di una presunta, o forse no, indipendenza nell’informazione che veniva offerta ai lettori. Oggi certe sinergie paiono perlomeno sospette, soprattutto se a usufruirne parrebbe essere sempre la stessa emittente televisiva. Cosi’ accade che per disporre delle immagini dell’architetto ottuagenario Renzo Piano fresco vaccinato occorra rivolgersi, neanche a farlo apposta, a PrimoCanale. Lo suggerisce con poche parole in un comunicato proprio l’ufficio stampa della Regione. Strano che uno staff tanto numeroso come quello del presidente della giunta Giovanni Toti, che recentemente ha fatto sapere di megainvestimenti per il suo gruppo  di comunicatori non disponga di un operatore libero e sia costretto a farsi supportare da un’emittente privata. Fra l’altro sempre quella.

È la stampa bellezza!

Spiegava Ferruccio Sansa l’avversario di Toti alle ultime regionali “All’ordine dei giornalisti arriva una mail da parte del direttore di PrimoCanale. Tra l’altro si punta il dito contro la mia interrogazione e si chiede un “severo intervento” dell’organo di disciplina. Avete mai visto una cosa simile? Insomma, secondo PrimoCanale, dovrei subire delle sanzioni disciplinari – decise da un ordine professionale-  per aver esercitato le mie funzioni di consigliere regionale eletto dai cittadini. Tralascio il dettaglio che oggi sono in aspettativa come giornalista perché faccio il consigliere regionale e quindi l’Ordine non ha competenza su ciò che dico. A maggior ragione se nell’ambito del mio mandato”. Conclude Sansa: ”Sarò comunque felice di andare all’Ordine dei Giornalisti. Sarà l’occasione per affrontare la questione dei finanziamenti e dei contratti da milioni di euro che PrimoCanale ha ricevuto negli ultimi anni”. E tutto era incominciato ad ottobre con una interrogazione proprio su un presunto rapporto preferenziale fra l’emittente e la Regione. “parliamo di milioni “ aveva precisato Sansa che prima di essere prestato alla politica faceva proprio il giornalista.  Però a parte le denunce che l’Ordine dovrebbe aver raccolto al momento non si riesce a venirene a capo. Insomma, è la stampa bellezza, come sempre e più di sempre tra sovvenzioni, comunicazione, pubblicità e informazione.

Paolo De Totero

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