Mafia. Nell’oblio della politica, anche Draghi tace

Oggi il discorso di Mario Draghi al Senato per la fiducia. Peccato che tra le fondamenta della ricostruzione del Paese la priorità del contrasto alle mafie non compaia

Dieci anni fa Mario Draghi, da Governatore della Banca d’Italia, parlando a Milano, dava prova di conoscere non solo il fenomeno, ma anche il costo sociale ed economico cagionato dalle mafie. Indicava in esse non soltanto il freno all’economia e il nemico delle imprese pulite, ma anche il pericolo che rappresentano per la democrazia stessa.
E se in allora tale consapevolezza, anche sulla capacità mafiosa di sfruttare la crisi economica, veniva indicata, come si è recentemente ricordato, oggi invece, al Senato della Repubblica, nel suo discorso programmatico del Governo che presiede, l’argomento è totalmente svanito.

Mafie e politica: un rapporto ormai consolidato

In questi dieci anni le organizzazioni mafiose si sono rafforzate. Nonostante l’azione di contrasto e nonostante le aggressioni ai patrimoni mafiosi, poste in essere dalla magistratura, le organizzazioni mafiose hanno saputo riorganizzarsi e rafforzarsi. Si è consolidato il rapporto con una politica che, ben oltre ai territori del sud, ad ogni livello, ha visto stringere patti di scambio e compromesso da parte di politici con le cosche. Si è consolidata la capacità imprenditoriale delle organizzazioni mafiose, grazie a reti di professionisti e disponibilità di capitali da reinvestire, in ogni settore e, sempre di più, in quelli cosiddetti “green”. La rapidità di rigenerazione dell’imprenditorialità mafiosa ha saputo sfruttare le lacune delle norme e le lentezze di applicazione delle misure, così come la capacità di acquisire il controllo di imprese in difficoltà. Si è raffinata anche l’operatività su scala internazionale (grazie all’assenza di leggi di contrasto al fenomeno mafioso negli Stati esteri, a partire da quelli della Unione Europea) per il riciclaggio di denaro sporco da far rientrare come “investimenti” stranieri in Italia.

Il capitale sociale delle mafie

In questi dieci anni si è resa inequivocabile la capacità delle organizzazioni mafiose di costruirsi e garantirsi consenso sociale. Se si è assodata l’evoluzione del passaggio compiuto dall’infiltrazione dei territori di ogni regione a una compiuta colonizzazione degli stessi, si è acquisito un ulteriore elemento devastante: dall’infiltrazione nell’economia delle diverse regioni del Paesi si è arrivati all’inclusione nell’economia delle imprese mafiose. Si è compreso, grazie alle inchieste, non solo di fenomeno di voto di scambio politico-mafioso, ma di un sistematico rapporto con la politica e una consolidata capacità di condizionamento e infiltrazione della Pubblica Amministrazione (anche nel settore sanitario), ben oltre ai soli confini dei territori d’origine delle organizzazioni mafiose. In altre parole, in questo 10 anni, le inchieste hanno documentato la capacità di condizionare la politica non solo su scala locale, bensì nazionale e sin anche europea. E, parallelamente, si è compreso quell’inscindibile legame di “potere” tra mafia (‘ndrangheta in primis) e massoneria.

Contro i clan serve un’azione efficace

Se la necessità di un’efficace azione antimafia era già una priorità di questo Paese (e dell’Ue) da tempo, con la crisi economica e sociale cagionata dalla pandemia Covid-19 e la necessità di tutelare il corretto uso delle ingenti risorse economiche messe in campo dal Revovery Found, questa priorità appare, secondo ogni logica e buonsenso, una necessità prioritaria premiante e assoluta.
Abbiamo assistito, invece, all’oblio. È stato così negli anni passati. È stato così nella recente crisi di governo. Nessuno richiamava l’attenzione, nelle consultazioni con “l’esploratore” Fico e nelle consultazioni con il presidente incaricato Draghi. Ascoltando le dichiarazioni (copiose) delle varie forze politiche si palesava un silenzio totale sulla “bazzecola”. Draghi avrebbe potuto porre questa priorità ma purtroppo non lo ha fatto. Nel lungo discorso al Senato il tema è totalmente assente.

Il negazionismo istituzionale

L’evoluzione delle organizzazioni mafiose, nella loro veste di “mafia silente”, ha visto già nel recente passato un negazionismo istituzionale (anche giudiziario in molteplici territori) come principale alleato. Tale negazionismo, scalfito con le operazioni antimafia dei primi anni dello scorso decennio, si è già riproposto, negli ultimi anni, nella sua portata devastante. Al contempo si è riproposta quella concezione, propria anche di alcuni pezzi della magistratura, secondo cui i capitali delle mafie sono essenziali per l’economia del Paese e le azioni di contrasto non debbono, quindi, andare ad intaccare tale capacità economica.
Un ministro della Repubblica, in un passato non troppo lontano, invitava ad accettare le necessità di convivere con la mafia. Una normalizzazione che appare ormai essere compiuta, dati i passi indietro degli ultimi anni; davanti ai tentativi di isolamento e delegittimazione dell’azione antimafia promossa dalla magistratura che osa puntare sui livelli più alti (anche istituzionali) delle organizzazioni mafiose; con le perseguite logiche di deroga alle norme di prevenzione nel nome della “semplificazione”.

Non serve addentrarsi negli atti delle inchieste giudiziarie e dei provvedimenti adottati dalla magistratura per comprendere adeguatamente il quadro. Vi sono le eloquenti Relazioni annuali della Procura Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia che delineano il contesto che abbiamo davanti. Conoscenza del fenomeno che, inoltre, è propria anche del Parlamento, e anche alla luce del lavoro svolto, soprattutto nella scorsa legislatura, dalla Commissione Parlamentare Antimafia che, nell’ambito della propria attività, ha voluto promuovere un’azione ad ampio raggio (territoriale e tematica).

I pronunciamenti della Corte Costituzionale

Proprio l’attuale Ministro della Giustizia del Governo Draghi, Marta Cartabia, nel gennaio 2020, nella veste di Presidente della Corte Costituzionale, in un pronunciamento con cui venivano respinte le eccezioni di costituzionalità del Codice delle Leggi Antimafia e della Misure di Prevenzione approvato nel 2011, richiamava che la Commissione Parlamentare Antimafia, nella propria relazione conclusiva del 2018, indicava, ad esempio, che «le mafie possono offrire diversi tipi di servizi alle imprese, come la protezione, l’elusione della libera concorrenza, il contenimento del conflitto con i lavoratori, l’immissione di liquidità. Tuttavia, nei mercati privati è possibile ravvisare anche le forme più evidenti di imprenditoria mafiosa, quando sono gli stessi boss, famiglie o affiliati ad assumere in vario modo il controllo delle imprese, investendo in attività legali i capitali ricavati da estorsioni e traffici illeciti. Le imprese mafiose rivelano un’elevata capacità di realizzare profitti proprio per la possibilità di avvalersi di mezzi preclusi alle imprese lecite nella regolamentazione della concorrenza, nella gestione della forza lavoro, nei rapporti con lo Stato, nella disponibilità di risorse finanziarie» (Sent. 27/2020). Sentenza in cui veniva sottolineato che le mafie «manifestano una grande “adattabilità alle circostanze”: variano, cioè, in relazione alle situazioni e alle problematiche locali, nonché alle modalità di penetrazione, e mutano in funzione delle stesse».

La mafia sparisce dall’agenda politica

Nonostante tale patrimonio di conoscenza pubblica acquisita, il fenomeno mafioso è stato (ed è tornato ad essere) ignorato dalla politica nell’azione di Governo. Quando ne abbiamo sentiamo parlare (ed ormai non ne sentiamo nemmeno più parlare), dalla politica, è in forma generica e sgusciante. Una questione che sistematicamente viene considerata come semplice fenomeno criminale di competenza della magistratura e delle forze dell’ordine. Talune volte, e sempre più spesso, ne abbiamo sentito parlare a sproposito o con voluta ignoranza. Vuoi con semplificazioni in cui “tutto è mafia” (e così nulla è mafia), vuoi fornendo una visione distorta delle organizzazioni mafiose che vengono “epurate” dal loro rapporto vitale (e strutturale) con la politica, l’economia ed il territorio. Lo strabismo della politica che vede i rapporti della mafia solo quando riguardano gli “avversari” politici e giustifica, minimizza o tace quando riguardano la propria “parte”, ha lasciato sempre di più spazio ad una ritrovata e trasversale cecità.

Ora tra le fondamenta della ricostruzione del Paese la priorità di contrasto rigoroso alla mafia semplicemente non compare. Nonostante quella consapevolezza che traspariva dalle dichiarazioni passate di Draghi, ora Presidente del Consiglio, così come dei recenti pronunciamenti dell’attuale Ministro della Giustizia, Cartabia. Questo è il panorama tetro che abbiamo davanti, nel silenzio sociale, oltre che politico e del mondo delle imprese, e in una ritrovata disattenzione del mondo dell’informazione che, come accadde circa un decennio fa, vedeva una delle principali testate nazionali affermare, di fronte alle inchieste antimafia sul Nord, che erano le inchieste (e non quindi la mafia) la «cappa» che soffocava il territorio.

Christian Abbondanza

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