Palermo, sequestrati 13 supermercati a imprenditore che aiutò la latitanza di Bernardo Provenzano

Secondo la DDA, il re della grande distribuzione siciliana sarebbe “colluso alla criminalità organizzata”

Palermo – Il Tribunale di Palermo ha emesso un provvedimento di sequestro patrimoniale nei confronti di Carmelo Lucchese, classe ‘66, noto imprenditore siciliano della grande distribuzione alimentare.
Una maxi operazione che ha impegnato oltre 100 militari del Nucleo di polizia economico – finanziaria di Palermo che hanno messo i sigilli ai 13 supermercati Conad e Todis che Lucchese gestisce a Palermo e provincia: Bagheria, Carini, Bolognetta, San Cipirello e Termini Imerese.

La ricostruzione della DDA: impresa mafiosa sotto l’ala protettiva della famiglia di Bagheria

La ricostruzione della DDA, effettuata sulla base degli accertamenti svolti dagli specialisti del GICO del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo, ha consentito di evidenziare come Carmelo Lucchese, pur essendo incensurato, sia da ritenere un imprenditore colluso alla criminalità organizzata, posto che il medesimo, seppure non organicamente inserito nell’organizzazione criminale, ha sempre operato sotto l’ala protettiva di Cosa Nostra. Un riscontro che è arrivato anche dalle dichiarazioni di Sergio Flamia, ex boss della famiglia di Bagheria, oggi collaboratore di giustizia.

I vantaggi “imprenditoriali” dell’essere legato ai clan

Alla luce delle penetranti investigazioni svolte dalle Fiamme Gialle palermitane, il Tribunale ha ritenuto ricorrenti gli elementi per ritenere il proposto un soggetto socialmente pericoloso in quanto appartenente, anche se non partecipe, al sodalizio mafioso, alla luce della vicinanza con esponenti di vertice della consorteria bagherese, grazie alla quale il Lucchese è riuscito a espandersi economicamente nel settore, acquisendo, avvalendosi di interventi di “Cosa Nostra”, ulteriori attività commerciali; scoraggiare la concorrenza anche attraverso atti di danneggiamento; risolvere controversie sorte con alcuni soci, ottenendo in loro pregiudizio la possibilità di rilevare l’impresa contesa e beneficiando peraltro di una dilazione nei pagamenti; evitare il pagamento del “pizzo” nella zona di Bagheria e, grazie alla mediazione mafiosa della locale famiglia, contrattare la “messa a posto” con altre articolazioni palermitane di “Cosa Nostra”.
In una logica di reciproco vantaggio, il proposto ha remunerato con ingenti somme gli esponenti mafiosi, assumendo anche loro familiari nei propri punti vendita, quale riconoscimento del loro determinante intervento in momenti cruciali nel percorso di espansione commerciale dell’attività imprenditoriale.
Infatti, proprio in coincidenza temporale con i più significativi interventi del sodalizio mafioso in favore della GAMAC, si è registrato una crescita esponenziale della società, che si è trasformata dall’iniziale impresa familiare in una realtà in forte sviluppo che ha incrementato costantemente il proprio volume d’affari arrivando a fatturare oltre 80 milioni di euro nel 2019.

Un rifugio a disposizione di Provenzano

Inoltre, le ricostruzioni operate sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Palermo, hanno consentito agli specialisti del GICO del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo di valorizzare anche la disponibilità manifestata dal Lucchese alla consorteria mafiosa di Bagheria di un appartamento per dare rifugio a Bernardo Provenzano nell’ultimo periodo della latitanza.

Il maxi sequestro

Tenendo conto della ricostruita risalente vicinanza al sodalizio criminale, il Tribunale ha disposto il sequestro dell’intera attività imprenditoriale svolta dal Lucchese – qualificata come impresa mafiosa – e di tutto il patrimonio nella sua disponibilità.
Oltre al sequestro dell’interno compendio aziendale e delle quote sociali della società GAMAC Group Srl, con sede legale a Milano, sono stati cautelati e parimenti affidati ad un amministratore giudiziario affinché li gestisca nell’interesse della collettività: sette immobili di cui una villa in zona Pagliarelli a Palermo, 61 rapporti bancari e cinque polizze assicurative, 16 autovetture, tra cui due Porsche Macan, per un totale di 150 milioni di euro.

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