Ponte Morandi, così i periti del Gip sullo strallo che ha causato il crollo: trefoli talmente corrosi da non poter effettuare i test

Corroso il 99% dei cavi d’acciaio che hanno ceduto il 14 agosto 2018

Genova – “La corrosione dei trefoli del reperto 132 ha raggiunto livelli molto più degradanti di quelli del 130: in ogni caso, non si è ritenuto interessante analizzare trefoli talmente corrosi da non poter essere sottoposti ai test di prova“.
Lo dice la perizia tecnica del collegio imparziale del Gip, alla ripresa del secondo incidente probatorio, quello che dovrà stabilire le cause del crollo del Morandi.
È per questo che le prove sperimentali sui trefoli della pila 9, cioè le funi in acciaio incapsulate nei tiranti in calcestruzzo del ponte, sono state effettuate sul reperto gemello, il 130 che, assicurano i periti, “sono della medesima tipologia del reperto 132 e sono stati messi in opera nello stesso momento”.

Entrambi in effetti mostrano “fenomeni corrosivi” che “si presentano sotto forma di pit, ovvero dei crateri che possono avere diversa profondità ed estensione”, ma il reperto 130 è meglio conservato. Eppure la relazione stilata dopo le prove di trazione, la tomografia industriale computerizzata pre e post rottura, e le varie misurazioni, mostra un degrado allucinante: 58 trefoli su 464  hanno una sezione minima residua fra 0 e 25%, 129 trefoli hanno una sezione minima residua fra 25% e 50%, 165 trefoli hanno una sezione minima residua fra 50% e 75%, e 112 trefoli hanno una sezione minima residua fra 75% e 100%.
Soltanto “5 non sono stati interessati da apprezzabili fenomeni corrosivi”.
Uno sfacelo che mostrerebbe “un processo di degrado in atto da molto tempo”.
E su questo gli esperti non hanno dubbi: i “materiali sono apparsi conformi a quanto descritto nel progetto originale e agli standard dell’epoca” e con le dovute manutenzioni lo strallo della pila 9 non sarebbe collassato.

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