Se tutto è femminicidio

Femminicidio non è qualunque omicidio di donne.
Scriveva Diana Russel, l’attivista criminologa che inventò questo neologismo nel 1992, che il femminicidio è “l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna”. Quindi, ad esempio, l’assassinio della partner che sta lasciando il compagno, magari dopo anni passati rinchiusa dentro a una relazione tossica, fatta di denunce, maltrattamenti, e stalking. Preda del marito, fidanzato, compagno, ex.

Ecco, partendo da qui, dal fatto che rispetto agli uomini sia innegabile che le donne sono maggiormente oggetto di discriminazioni, violenze e soprusi, Isabella Merzagora, ordinario di criminologia all’Istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Criminologia, spiega “l’idealismo pervertito” dell’opinione pubblica che a volte “trascende” ed “esprime opinioni non ben documentate” facendo di tutta l’erba un fascio e di tutti gli omicidi di donne dei femminicidi.

Tutto parte sempre da un fatto di cronaca cruento e terribile

La sua analisi prende il via da un fatto di cronaca, cruento e terribile.
La vicenda è quella dell’ottantenne di Brescia che il 3 ottobre del 2019 ha colpito la moglie con un martello per poi finirla a coltellate. Secondo le carte del PM, dopo l’omicidio l’uomo ha tentato di uccidersi ma non ci è riuscito e si è messo a dormire per poi risvegliarsi e continuare la sua giornata “come faccio di solito”, salvo cercare di suicidarsi un’altra volta, senza successo.
Nell’interrogatorio spiegherà: “Il mio intento era quello di farla finita per entrambi, di uccidere mia moglie e poi buttarmi dal balcone di casa. Nella mia mente avevo pianificato tutto, in quanto volevo che morissimo entrambi. Io non posso più vivere, ma Cristina deve venire con me”.

La dinamica del crimine, spiega Merzagora, è quella nota dell’omicidio-suicidio. Non è noto, invece, il motivo.
“Dalle testimonianze emergeva che l’imputato accusava da qualche mese sintomi depressivi, tanto che si era recato in un ambulatorio della propria città ed era stato visitato da un medico. Anche in passato era stato in cura e ricoverato più volte per sintomatologia depressiva”, continua Merzagora precisando che “di sintomi depressivi e psicotici scriveva pure lo psichiatra dell’istituto penitenziario in cui l’uomo veniva rinchiuso dopo il fatto”.
Per questo è stato disposto un accertamento “sulla capacità di intendere e di volere e sull’eventuale pericolosità sociale”.
Ne è venuto fuori che, sia il consulente per il Pubblico Ministero che quello dell’imputato, erano concordi nel ritenere l’omicida affetto da “Disturbo Delirante tipo Gelosia” e nel valutarlo “incapace di intendere e di volere e socialmente pericoloso”.
Per farla breve: l’uomo è stato assolto per totale incapacità di intendere e di volere.
A questo proposito la sentenza della prima Corte d’Assise di Brescia, facendo sue le conclusioni dei periti, distingueva tra il “delirio di gelosia” e lo “stato emotivo o passionale” invitando a “non confondere il ‘movente’ con il ‘raptus’ e ‘l’allucinazione’; a non confondere il femminicidio con l’uxoricidio” e a non sottovalutare “la profonda differenza tra la gelosia delirante, quale sintomo di una patologia psichiatrica, dalla gelosia come stato d’animo passionale”.
La Corte insisterà anche nel sottolineare che “uxoricidio e femminicidio non sono termini equivalenti” in quanto il secondo si riferisce a “situazioni di patologie relazionali dovute a matrici ideologiche misogine e sessiste e ad arretratezze culturali di stampo patriarcale”.
Cioè: il femminicidio è “l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna”.

La pressione dei social

Naturalmente alla notizia dell’assoluzione i commenti si sono scatenati sui social, dove, dice ancora Merzagora, rimbalzano le opinioni dei “più esagitati”, di quelli “frustrati perché inascoltati altrove”.
E cosa hanno postato questi “esagitati”?
Già all’indomani della sentenza le bacheche esplodevano di post del tipo “si ritorna al delitto x onore”, oppure “La sentenza non sembra solo emessa con una logica di 70 anni fa, ma stupida e pericolosa”, o “Ancora una assoluzione per infermità mentale per un omicida di femminicidio”.
Che nostalgia quando gli Italiani si ritenevano esperti di calcio e non di diritto penale.

Anche i media cavalcano l’onda dell’indignazione

Anche i media hanno cavalcato da subito l’onda dell’indignazione per “l’ennesimo femminicidio”, senza tenere in minima considerazione “i chiarimenti della Corte” o forse “senza nemmeno leggere la sentenza”, ipotizza Merzagora che con una punta di veleno poi aggiunge che “la logica della cronaca e quella del sapere esperto sono diverse: la cronaca ha bisogno di commenti a caldo e la sua logica è la logica dell’emergenza. Il sapere scientifico si fonda sulla riflessione”. È per questo che i giornalisti intervistano gli esperti.
Le cose però si possono complicare.
“La scena, di solito è la seguente”, racconta Merzagora, “il cronista telefona mentre l’esperto, a seconda dell’ora, è al consiglio di dipartimento, è in udienza, o sta mescolando il ragù. Salvo che non abbia appena consultato internet, magari non sa neppure qual è il caso su cui si vuole il suo illuminato parere” e così accade di sentir dire alla presidente di Donne in rete contro la violenza che “la sentenza del tribunale di Brescia ci lascia esterrefatte. Aspetteremo di leggere le motivazioni. Ma a caldo ci sembra che con questa sentenza la gelosia e la depressione diventino condizioni legali per compiere impunemente un femminicidio, una sentenza che dice in sostanza che se si è depressi e gelosi si possono anche ammazzare le proprie compagne, colpirle nel sonno con un martello e poi finirle a coltellate, tanto poi si viene assolti”.
E mentre i giornali titolano: “Uccide la moglie e viene assolto. La sentenza del patriarcato”, anche due senatrici seguono a ruota la presidente della rete D.i.Re.
Una dirà: “Nel 2020 si può assolvere un uomo che ha compiuto un femminicidio nei confronti della moglie per ‘delirio di gelosia’?”. E l’altra: “Non sono solita commentare le sentenze, ma di fronte a un’assoluzione di un femminicidio per ‘delirio di gelosia’ credo non si possa tacere. Sembra purtroppo un déjà vu, un terribile ritorno al passato, invece è la triste realtà. Aspetteremo ovviamente di leggere le motivazioni di questa sentenza, ma il senso sembra purtroppo chiaro e terribile: questo femminicidio non è stato riconosciuto come tale e un marito in preda alla gelosia può uccidere la moglie senza essere condannato all’ergastolo”.
Capita sempre che alla fine tutti urlino di inasprire le pene.

I rischi del populismo penale femminista

Non è trasformando ogni delitto in femminicidio che riusciremo a inquadrare l’attenzione su un fenomeno che è un fattore strutturale della nostra società, e come tale va combattuto e cambiato. “E non è dal diritto penale che la lotta alla violenza di genere riceverà le sue conferme e le sue vittorie”, conclude Merzagora.
Il codice penale non è e non deve diventare uno strumento di governo né un attrezzo per risolvere i fenomeni sociali. Soprattutto se sono radicati come lo è la “questione femminile” in un Paese come il nostro, dove le donne sono sistematicamente meno retribuite rispetto ai colleghi di sesso maschile e dove il tasso di occupazione femminile è l’ultimo d’Europa.
Non è col diritto penale che si riconosce alle donne un destino diverso da quello della vittima. Perché quando si discute di un femminicidio ormai è troppo tardi.

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