Inchiesta Solvay, ci sono anche le cartelle cliniche dei lavoratori tra i documenti sequestrati dalla magistratura

Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro: “È dal 2009 che denunciamo la presenza di valori enormi di PFOA nel sangue dei dipendenti dello stabilimento di Spinetta Marengo”

Alessandria – “Secondo noi le cartelle cliniche rappresentano la pistola fumante del reato di dolo”.
Lo dichiara il Movimento di lotta per la salute Maccacaro che da anni si batte contro il “disastro eco sanitario del polo chimico di Spinetta” e tiene a sottolineare “i tanti esposti” inviati alla Procura di Alessandria per “sollecitare il sequestro della cartelle cliniche secretate da Solvay”.
È dal 2009, in effetti, che il Movimento denuncia la presenza di valori enormi di PFOA nel sangue dei dipendenti dello stabilimento ma la Procura non si era mai mossa, almeno fino all’11 febbraio scorso quando i Carabinieri del NOE di Alessandria, con il supporto dei tecnici di ARPA Piemonte e in esecuzione di un decreto emesso finalmente dalla Procura locale, hanno effettuato una perquisizione molto estesa dello stabilimento, che tra l’altro è limitrofo al fiume Bormida.

Veleni per sempre

Ma che cos’è che starebbe intossicando i dipendenti Solvay?
Il PFOA appartiene alla famiglia delle sostanze organiche perfluoroalchiliche, cioè i più noti PFAS. Queste molecole a “catena lunga” sono chiamate “prodotti chimici per sempre” perché non si degradano nell’ambiente. Le indagini epidemiologiche li ritengono collegati a un’ampia serie di patologie, sia croniche che tumorali, come ipercolesterolemia, patologie della tiroide, colite ulcerosa, tumori del testicolo e del rene, ridotta efficacia dei vaccini.

Una prima condanna per “disastro innominato colposo” era arrivata già nel 2019

L’impianto, soggetto a normativa speciale poiché a rischio di incidente rilevante (RIR), è già stato al centro di una complessa indagine dei Carabinieri del NOE avviata nel 2008 che, nel 2019, ha portato alla condanna definitiva in Cassazione dei vertici dell’azienda per il reato di disastro innominato colposo.
All’epoca la principale criticità del sito industriale era da attribuire a un difetto di manutenzione della rete idrica a servizio dello stabilimento: circa 50 km di tubazioni per trasportare le acque di processo, di raffreddamento, fognarie e di depurazione talmente deteriorate da originare perdite per circa 300 metri cubi all’ora.
Uno sversamento che unito a una gestione non lecita della discarica interna e del depuratore, ha portato elevate quantità di materiali inquinanti come cloroformio, tetracloruro di carbonio, tetracloroetilene e tricloroetilene, a contatto con la falda sotterranea, creando un inquinamento diffuso in tutta la zona, anche esterna all’area industriale, con grave pericolo per la salute dei residenti.
La sentenza stabiliva dunque l’obbligo d’interruzione dell’inquinamento della falda mediante messa in atto di un progetto di bonifica in grado di ristorare il danno provocato e mitigare il rischio di una catastrofe sanitaria.

Il C6O4

Nei fatti dal 2014 la Solvay, mentre da un lato procedeva alle attività di bonifica, dall’altro provvedeva a sperimentare e utilizzare nuovi prodotti chimici nell’ambito del ciclo produttivo.
Tra questi ha un’importanza significativa il componente C6O4, una molecola della famiglia dei PFAS e di brevetto ed uso esclusivo Solvay che lo stabilimento utilizza per sostituire il PFOA, bandito dalle autorità internazionali poiché inquinante.
Le attività di controllo condotte a tutt’oggi, e riscontrate dagli esami svolti da ARPA Piemonte, infatti, hanno evidenziato casi di fuoriuscite in falda anche della nuova molecola C6O4.
Per questo l’11 febbraio scorso i PM, insieme al NOE, hanno sequestrato documenti, PC e ogni altro elemento indiziario utile alle attività di indagine per le ipotesi delittuose di “disastro ambientale” e “omessa bonifica”.
Oggi la notizia che tra le carte in mano agli inquirenti ci sono anche le famose cartelle cliniche dei dipendenti.

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