8 marzo, la festa di chi?

“La parità di retribuzione è un nostro diritto. Ma l’oppressione è un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico? Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria”

È il luglio del 1970 quando questo comunicato compare sui muri di Roma, tappezzati dai manifesti di Rivolta femminile.  Un’estate calda, dominata dall’anticiclone delle Azzorre, che fino ad allora non aveva lasciato sospettare né l’arrivo della neve a bassa quota né la tempesta che investirà il Paese dando il via al movimento femminista in Italia e alle battaglie che seguiranno per superare i limiti del dibattito sulla parità e porre invece la questione dell’autodeterminazione femminile prima, e del divorzio e dell’aborto poi.
Sono passati cinquant’anni da allora eppure le cose oggi non vanno bene né per le donne, né per il clima.

Il Covid è anche una questione di genere

Il 98% di chi ha perso il lavoro per l’emergenza sanitaria è donna. Lo dice l’ISTAT certificando che su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono femmine.
Un crollo occupazionale su cui il blocco dei licenziamenti collettivi, stabilito per limitare i danni della pandemia, ha avuto ben pochi effetti. I problemi dell’occupazione femminile, infatti, vanno ben oltre le ricadute del Covid sul sistema produttivo e cominciano da quelle disparità economiche e sociali che nel nostro Paese sembrano ormai endemiche.

Il gender pay gap

È un dato di fatto che le donne vengano pagate meno degli uomini, un divario in busta paga che secondo l’Eurostat tocca il 16%. Uno scarto che colpisce sia il settore privato che quello pubblico.
“Nel settore pubblico la discriminazione salariale formalmente non esiste perché gli stipendi dei dipendenti devono essere pubblicati”, spiega Arianna Pitino, Docente di Diritto Pubblico all’Università di Genova e componente del Comitato Pari Opportunità di Ateneo, che poi aggiunge che il problema è molto più subdolo perché “nel momento in cui il carico di cura e quello domestico continuano a ricadere in gran parte sulle donne, queste sono meno disponibili a prendere secondi incarichi, accettano più facilmente contratti part time, hanno meno disponibilità a fermarsi oltre l’orario lavorativo, e dunque le prospettive di carriera diminuiscono come le loro capacità economiche “.
Sempre secondo l’ISTAT, “le donne italiane occupate sono le più sovraccariche d’Europa” e, di fatto, il 38,3% di loro ha modificato il suo impegno lavorativo per curare la famiglia.
Le differenze dunque esistono e sono sostanziali. Peggio ancora nel settore privato dove non sappiamo neppure cosa guadagna il nostro vicino di scrivania. “Un problema che all’estero è stato risolto con i codici di autocondotta”, chiarisce Pitino andando più a fondo e sottolineando come questa segregazione orizzontale arrivi da lontano: “Si ritiene che l’uomo sia meno rischioso perché, soprattutto se la fascia di età è quella ancora fertile, presumibilmente non creerà problemi nel momento in cui avrà figli, non chiederà congedi, e pertanto nel corso di un colloquio di lavoro è facile che l’offerta economica più alta la facciano al collega maschio”.
Ci vorrebbe una legge che obbligasse tutte le società private a pubblicare i loro bilanci perché “il fatto è che le grandi aziende, per motivi di visibilità, hanno fatto anche della parità di genere uno degli obiettivi aziendali” mentre le piccole e medie imprese se ne infischiano. Per questo, commenta Pitino, “in Italia il problema è molto più complesso, perché il nostro Paese è caratterizzato storicamente da questo tipo di imprenditoria ed è probabile che le più grosse discriminazioni avvengano proprio lì”.

La gravidanza: da funzione sociale a ostacolo

A pesare sulle donne c’è poi l’incognita gravidanza.
Una donna in età fertile fa paura alle aziende“, commenta Pitino che ritiene si dovrebbe aprire un ragionamento “su chi deve farsi carico della gravidanza e della maternità. Perché ad oggi il datore di lavoro, che magari in un momento come questo è già sotto forte pressione per altri motivi, va sul sicuro e assume un uomo. Ecco, dobbiamo ripensare tutto il sistema: se diamo alla maternità una funzione sociale allora lo Stato deve farsi carico in modo particolare di tutelarla anche sotto il profilo economico e anche dal punto di vista del peso che scarica sul datore di lavoro, perché questo è un problema concreto ed è legato allo stereotipo per cui una donna o lavora o mette al mondo dei figli. Se fa entrambe le cose è un’eccezione che ricade sul datore di lavoro”, un’anomalia. Per abbracciare il successo, dunque, bisogna comportarsi come un uomo, rinunciare alla famiglia e dare all’azienda la massima disponibilità.
Altrimenti succede che quando una donna fa un figlio comincia a prendere i congedi parentali, poi rinuncia alle trasferte, agli straordinari, smette di lavorare per dedicarsi (gratuitamente) alla famiglia e alla fine si ritrova il 37% di pensione in meno. Una storia vista troppe volte.

Le quote di genere

“Quote di genere”. “Quote rosa”. Tutte espressioni che fanno pensare alle donne come a una specie protetta. Eppure senza questa stampella non sarebbero elette né entrerebbero nei consigli di amministrazione delle aziende.
“Non so se avete fatto caso alle ultime nomine della nuova Giunta Crui, cioè la conferenza dei rettori italiani, ecco sono tutti maschi”, dice Pitino aggiungendo che “lo stesso è successo con quelle per il nuovo CdA del Cnr, tutti uomini. Dove non ci sono quote di genere le donne non vengono elette. E anche nella nostra Regione sono pochissime con ruoli apicali. È possibile che non ci siano donne qualificate a ricoprire certi incarichi? No, la realtà è che il potere si autoprotegge“.
E così per favorire la parità dobbiamo ricorrere a degli stratagemmi. La prima a intuirlo è stata Teresa Mattei. È lei che, in assemblea costituente, aveva voluto aggiungere il secondo comma all’articolo 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.
Queste quote “che sono previste e sono lo strumento di questa azione positiva ormai assolutamente riconosciuta come legittima della giurisprudenza costituzionale, dovevano essere una misura transitoria“, conclude Pitino che tiene a precisare come “il problema è che qui da noi c’è una cultura sessista molto resistente”.

Che fare?

Per dare un sostegno all’occupazione femminile falciata dall’emergenza sanitaria, la legge di bilancio 2021 ha previsto uno sgravio contributivo per le assunzioni di lavoratrici svantaggiate da riconoscere ai datori di lavoro del settore privato che assumano una donna a tempo determinato o indeterminato, o che trasformino un precedente rapporto in un tempo indeterminato. L’agevolazione potrà durare per un massino di 18 mesi.
Si tratta di un passo certamente necessario per il momento contingente ma che non risolve i problemi culturali del nostro Paese cui servirebbe un percorso di rottura dei modelli sociali che condizionano il ruolo della donna, non solo nel mondo del lavoro.
Come scrivevano le redattrici di Rivolta femminile: “La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica. Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna”.

Simona Tarzia

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