Caporalato e nuovi schiavi: non è un problema solo meridionale

Dall’inizio dell’anno, i controlli per arginare il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro ha fornito numeri non rassicuranti. Sono state controllate 498 persone e 57 aziende, in 33 la Polizia ha rilevato forti irregolarità. Le sanzioni sono state 153 per un importo di circa 500 mila euro. I lavoratori irregolari erano quasi tutti migranti. Ma lo sfruttamento avviene anche in regioni dove la manodopera a basso costo è diventata disponibile e soprattutto appetibile agli imprenditori con pochi scrupoli.

I nuovi capò

E spesso chi ha le aziende agricole si avvale di intermediari per tenere i rapporti con i braccianti. I nuovi capò sono migranti com è accaduto nella zona di Forlì e Cesena dove tre marocchini gestivano, anche tramite soggetti “prestanome”, diverse società cooperative con cui avevano reclutato decine di lavoratori da destinare ad imprese agricole operanti soprattutto nel settore dell’allevamento dei polli. Le condizioni a cui i lavoratori erano sottoposti degradanti, senza cibo e acqua e senza servizi igienici. Nel giugno del 2020, in piena emergenza sanitaria ma anche in piena stagione di raccolta, la Finanza ferma un furgone che percorre la 106, la Statale Jonica, con a bordo sette braccianti diretti dalla Calabria alla Basilicata. Parte da qui, tra pedinamenti, intercettazioni e localizzazioni GPS, l’indagine della Guardia di Finanza di Cosenza che ha smantellato 14 aziende agricole che facevano caporalato nelle campagne tra Cosenza e Matera.

Scimmie

Oltre 200 i braccianti reclutati e portati nei campi sui furgoni, senza dispositivi di protezione individuale, costretti a turni massacranti, in condizioni di lavoro degradanti e sottoposti al razzismo dei caporali che, si sente nelle intercettazioni, li chiamavano “scimmie”. Sempre in periodo di pandemia finisce nel mirino della Finanza un’azienda di Cassina de’ Pecchi, in provincia di Milano. I braccianti  non solo erano obbligati a prestare turni estenuanti di oltre 9 ore giornaliere, ma ricevevano una paga oraria di 4,50 euro, nettamente inferiore a quella minima prevista dal contratto collettivo nazionale.

Un solo bagno per 100 persone

Eloquente anche la prassi dell’assunzione in prova per due giorni senza alcun compenso a cui seguiva, discrezionalmente e senza alcuna valida ragione, l’allontanamento del lavoratore. I braccianti erano costretti a lavorare in condizioni di sicurezza e di igiene molto precarie, senza mascherine, senza spogliatoi né docce, e con un solo bagno chimico esterno per tutti e cento.

I lavoratori dei subappalti

Ma vicini alla schiavitù sono anche i lavoratori in subappalto dei cantieri navali. È un argomento spinoso che non si ha la volontà di affrontare ma che prima o poi esploderà in tutta la sua gravità.

Un esercito di operai sottopagati che rappresenta l’80% di tutti i lavoratori Fincantieri: “Rispetto a quelli delle ditte esterne, i dipendenti Fincantieri con un regolare contratto da metalmeccanici sono circa il 20%”, conferma la nostra fonte che ci spiega anche come si entra in questo giro: “Non ho vissuto il caporalato. Io sono stato reclutato con un banale annuncio su internet. La maggior parte dei miei colleghi sono entrati con il passaparola. Nel mondo del navale ci si conosce tutti”, e soprattutto la condizione dei lavoratori “è sulla bocca di tutti. I dirigenti lavorano a stretto contatto con le manovalanze e spesso accade che anche loro arrivino proprio da ruoli minori. È gente che si è sporcata le mani e che arriva dal basso”.

“La colpa è dei romeni”

In tutto questo i capocantiere giocano a scarica barile dando la colpa ai romeni: “Il mio contratto l’ho interrotto io perché non avevo più intenzione di lavorare a quelle condizioni. Dopo ho ricevuto una proposta da un’azienda ancora più grande, sempre in subappalto per Fincantieri, ma ho rifiutato perché avrei dovuto accettare di nuovo la paga globale. Il capocantiere ha cercato di giustificare questa situazione dando la colpa agli operai romeni, dicendo che sono loro che hanno rovinato il mercato. Io gli ho risposto che la colpa è delle aziende che lo permettono”.

I fantasmi dei subappalti sono l’anello finale della catena, dei super precari ignorati da Fincantieri: “È raro che qualcuno di noi venga assunto da Fincantieri anche perché l’azienda tende a tenere un numero di dipendenti molto basso, per una questione che se non entrano commesse può lasciare a casa tutti”.

Operai e braccianti uniti dal comune denominatore dello sfruttamento. Oggi come nel ‘900,  per molti lavoratori i problemi sono sempre gli stessi.

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