Violenza di genere, una pandemia ombra

13 femminicidi in questi primi mesi del 2021: l’Italia non è proprio un paese per donne

Lunedì 9 marzo 2020 l’Italia entra in lockdown. Da quel momento le donne con partner violenti sono rimaste intrappolate con i loro carnefici, tagliate fuori da ogni contatto con amici e familiari. Una situazione esplosiva confermata dai dati che sono venuti a galla una volta finito il confinamento forzato e che parlano di un femminicidio ogni due giorni.
Complice degli abusi anche il rapido aumento della dipendenza dalla tecnologia digitale che ha avuto l’effetto collaterale di acutizzare il controllo degli aggressori su telefoni cellulari e computer. Fatto questo che ha determinato un calo notevole nelle nuove richieste di aiuto ai centri antiviolenza.
“Durante il lockdown abbiamo avuto il 20% in meno di richieste d’aiuto da parte di donne nuove, persone cioè che non si erano mai rivolte a noi”. Lo spiega Manuela Caccioni, la responsabile del Centro Antiviolenza Mascherona, sottolineando che “i tre mesi di isolamento domestico non hanno permesso alle donne di intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza. Un dato che è molto significativo in quanto il 20% significa 100 donne. Di solito ogni anno ci contattano in 500, mentre nel 2020 le segnalazioni sono state solo 416”.
Complice della situazione anche la mancanza di attenzione istituzionale.
Non ci risulta, in effetti, che i centri antiviolenza siano stai citati in qualche DPCM. E così “anche noi ci siamo arrangiate all’italiana per continuare a tenere aperto il nostro servizio, non in presenza ma telefonicamente”, dice Caccioni che poi aggiunge: “È stato molto difficile perché le donne che chiamavano  facevano il numero, ci dicevano il loro nome e poi buttavano giù il telefono per richiamare dopo mezz’ora, quando il marito era uscito a buttare la spazzatura o a portare fuori il cane”.
Un cammino che se normalmente è già difficile, così sembra quasi impossibile. E infatti Caccioni continua: “Affrontare un percorso di uscita dalla violenza significa anche mettersi a nudo, raccontare tutto quello che hai dovuto affrontare negli anni, le paure, i sensi di colpa che ti porti dietro perché sei rimasta con il partner violento e ci sono rimasti anche i tuoi figli. Farlo con la paura che tuo marito ritorni scoraggia le telefonate”.

Il femminicidio di Clara

Neanche la fine del lockdown ha cambiato le cose: molti mariti sono in cassa integrazione, altri in smart working e “quindi le difficoltà persistono. Le donne che sto seguendo vengono al centro solo un giorno alla settimana, quando il marito va al lavoro”, puntualizza Caccioni che tiene a rimarcare come le cose “sono cambiate solo dopo il femminicidio di Clara Ceccarelli“, uccisa a Genova nel suo negozio di via Colombo.
“Quello che è successo nella nostra città ha fatto aprire gli occhi a molte donne e da quel momento abbiamo avuto un’impennata di telefonate” dice Caccioni con i numeri alla mano: “Se prima della morte di Clara avevamo avuto 60 segnalazioni in un mese e mezzo, dopo siamo arrivate a 90 che significa 30 chiamate in due settimane. Perché quando capita proprio sotto casa tua inizi a pensare che possa succedere veramente, che non sia una cosa lontana che si legge sui giornali o si vede in TV”.
Di Clara Ceccarelli qualcuno ha criticato che non avesse denunciato l’ex compagno. In realtà denunciare non è così facile, “e se è vero che grazie al Codice rosso si possono attivare delle procedure di protezione quali il divieto di avvicinamento o addirittura l’arresto, è altrettanto vero che la denuncia è una leva che può far scattare altra violenza“. Ne è sicura Caccioni che poi punta l’attenzione su quello che definisce “l’anello mancante della nostra cultura”, e cioè “educare i bambini ad accettare un no, anche nelle relazioni”.

La violenza di genere è anche un problema culturale

“In Italia siamo molto arretrati. Se si guardano, ad esempio, i libri di testo delle elementari c’è sempre la mamma che cucina e il papà che va a lavorare”, spiega Caccioni aggiungendo che l’identità della donna spesso è annullata anche a livello lessicale: “Noi lavoriamo molto con le scuole e ho notato che tante maestre entrano in classe e dicono ciao bambini perché è diventata una consuetudine usare il maschile se si è in tanti”.
Schemi comportamentali ed educativi pieni zeppi di stereotipi patriarcali che hanno un effetto devastante nelle relazioni di coppia.
Non solo. Nella maggior parte dei casi i bambini ignorano quali siano state le lotte delle donne per i loro diritti. “In tanti pensano che uomini e donne votassero entrambi, e non sanno nulla nemmeno delle battaglie delle nostre madri per il divorzio e l’aborto”, racconta Caccioni che poi pensando ai manifesti sulla pillola abortiva ricorda che “gli uomini cercano sempre di mettersi nel corpo della donna e cancellarne le vittorie. Sull’aborto si può essere d’accordo o meno ma resta il fatto che è un diritto. Abbiamo delle donne violentate, e noi come centro antiviolenza ne vediamo parecchie, per cui è fondamentale che trovino negli ospedali una via tranquilla e non giudicante”. Purtroppo non è sempre così e lo stesso vale per la separazione. Si chiede Caccioni: “Il divorzio è un diritto ma adesso cosa hanno inventato gli uomini? L’alienazione parentale. Praticamente si dice che è la donna che annienta il bambino e lo mette contro il papà. Senza pensare che magari il bambino non vuol vedere il papà perché è stato violento e ha maltrattato la mamma”.
E tutto questo anche se a livello giuridico l’alienazione parentale non esiste e non c’è nulla che ne riconosca la validità, né una sentenza di Cassazione, né il Ministero della Salute, che infatti non lo riconosce come disturbo.
L’alienazione parentale è una consuetudine dettata dagli uomini, come tante altre in Italia.

L’Italia non è un paese per donne

“Un’altra cosa terribile che succede nelle cause di separazione è la mediazione familiare“, commenta Caccioni che ci fa restare a bocca aperta pensando che questo è un modo per offrire al marito violento una giustificazione per continuare a perseguitare l’ex moglie. E infatti precisa: “A un sacco di donne vittime di violenza domestica che si vogliono separare viene chiesta dai servizi sociali, o prescritta dai tribunali, la mediazione famigliare per mettersi d’accordo con l’ex marito sull’affidamento dei bambini. Cosa che è vietata dalla Convenzione di Istanbul che l’Italia ha firmato nel 2014. Eppure succede e per questo il nostro Paese è stato sanzionato dall’UE, l’ottobre scorso”.
Ma c’è di più.
Per il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, “il sistema italiano ostacola ancora l’accesso alla giustizia delle donne sopravvissute alla violenza domestica, come dimostra l’alto numero di archiviazioni preprocessuali delle denunce”.
Una conferma che arriva anche dal numero di femminicidi: già 13 in questi primi mesi del 2021.
L’Italia, insomma, non sembra un Paese per donne.

I numeri dei femminicidi in Italia nei primi mesi del 2021

Simona Tarzia

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