Il futuro dell’acqua non è in Borsa

La petizione che il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua ha diretto a Mario Draghi, oggi ha superato le 42.000 firme

L’appello è partito dopo il debutto dell’acqua a Wall Street, a dicembre scorso, quando la Cme Group ha lanciato il primo future al mondo sull’oro blu, segnando un prima e un dopo per questo bene indispensabile alla vita sulla Terra che è diventato un potenziale oggetto di speculazione.
Un’operazione che apre a scenari che inevitabilmente porteranno all’emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori, piccole imprese, e che ha impensierito anche il Relatore Speciale dell’ONU sul diritto all’acqua, Pedro Arrojo-Agudo.

È “una grave minaccia peri diritti umani” si legge nella petizione delle associazioni ambientaliste che cercano di arginare questa nuova emergenza focalizzando l’attenzione anche sui  numeri: “Secondo l’ONU, già oggi un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e dai tre ai quattro miliardi ne dispongono in quantità insufficiente. Per questo già oggi ben otto milioni di esseri umani all’anno muoiono per malattie legate alla carenza di questo bene così prezioso”, continua l’appello.

E se oggi l’acqua può essere quotata in Borsa come l’oro o il petrolio è perché da tempo è considerata una merce, privatizzata e sottoposta alla logica del profitto.
Anche in Italia.
Nel nostro Paese questa operazione speculativa “rappresenterà un ulteriore schiaffo al voto di 27 milioni di cittadine e cittadini italiani che col referendum del 2011 hanno deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato”.
È la denuncia gli ambientalisti che ora intendono far pressione sul nuovo Governo perché prenda una posizione netta contro il lancio in Borsa dei contratti collegati ai prezzi dei diritti sull’acqua in California, e chiedono di “approvare la proposta di legge sulla gestione pubblica e partecipativa del ciclo delle acque”, ferma da tre anni alla Commissione Ambiente della Camera, e di “sottrarre ad ARERA le competenze sul servizio idrico per riportarle al Ministero dell’Ambiente”.
Oggi, infatti, sono ancora i privati ad avere in mano l’acqua e a spartirsi i profitti e i dividendi delle tariffe sempre più alte.

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