Tamponi, varianti, vaccini: disinformazione e verità sul Coronavirus

Il Direttore di Malattie Infettive del Galliera: “Questa malattia ci ha dimostrato quanto sia difficile fare previsioni. Abbiamo visto quanti esperti sono dovuti tornare indietro sulle loro dichiarazioni”

La pandemia di Covid-19 ha insinuato nel linguaggio comune una serie di termini medici, prima riservati agli specialisti di biotecnologia e genetica, che hanno determinato una forte quanto pericolosa incomprensione pubblica alimentata dal megafono di una parte dell’informazione che ha divulgato le più grosse sparate di politici da lanciafiamme e virologi in cerca di popolarità.
Notizie incerte e più contagiose dell’epidemia, che possono procurare guai seri per la salute pubblica.

“Purtroppo questa malattia ci ha dimostrato quanto sia difficile fare previsioni. Abbiamo visto in quanti sono dovuti tornare indietro sulle loro dichiarazioni, anche persone molto esperte nei campi dell’epidemiologia e della virologia. E questo perché il Covid è un virus nuovo, una malattia nuova da cui impariamo continuamente. Abbiamo l’ansia di avere subito delle risposte e dei risultati, ma è difficile ottenerli in fretta”.
Lo spiega Emanuele Pontali, Direttore dell’unità di Malattie Infettive dell’Ospedale Galliera di Genova, che abbiamo deciso di intervistare per fare un po’ di chiarezza su vaccini, varianti e tamponi, soprattutto dopo il caso AstraZeneca.

Che differenza c’è tra i vaccini a mRNA e quelli a vettore virale?

Partiamo dal vaccino a mRNA che ci trasformerebbe tutti in mutanti.
“In questo momento esistono due vaccini a mRNA, il Pfizer e il Moderna, che prevedono entrambi la realizzazione in laboratorio di un piccolo segmento di mRNA codificante”, chiarisce Pontali sottolineando che questo frammento  “non si integra nel nucleo delle nostre cellule ma contiene solo le informazioni necessarie a produrre la proteina spike del virus”. In questo modo “il nostro corpo può fabbricare gli anticorpi necessari a difenderci” perché si inducono le nostre cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria. Questo senza modificare in alcun modo il nostro codice genetico.

Ecco quello che succede

proteina Spike

“Gli altri vaccini, quelli a vettore virale come AstraZeneca, Johnson & Johnson e quello italiano di ReiThera che è allo studio dello Spallanzani, prevedono che questo stesso segmento di mRNA che codifica la proteina spike venga portato dentro le nostre cellule da un virus dei primati“.
Per rendere sicura questa operazione, mette in chiaro il virologo, si utilizza un adenovirus di scimpanzé o di gorilla “sviluppato in laboratorio in modo che non sia capace di replicarsi e trasmetterci l’infezione. Il suo ruolo è soltanto quello di essere iniettato e rilasciare nelle nostre cellule questo frammento di mRNA in modo che le nostre cellule producano la proteina spike”. Anche in questo caso “non c’è nessuna mescolanza di materiale genetico. Sono due mondi separati”, commenta Pontali.

Chi si vaccina può diventare portatore sano del Covid-19?

Un altro allarme che spaventa soprattutto per i prossimi mesi, quando ci saranno in giro sempre più persone vaccinate, è se queste potranno trasmettere l’infezione a chi non è stato immunizzato. Un effetto collaterale che potrebbe trasformarsi in un boomerang aumentando la circolazione del virus ma che in realtà non impensierisce gli esperti come Pontali che infatti dichiara che “non è possibile” e poi spiega il perché: “Non iniettiamo tutto il genoma del virus ma solo il pezzettino di mRNA che codifica la proteina spike. Di conseguenza non posso poi né ammalarmi né essere portatore sano”.

Il vaccino AstraZeneca torna in campo: c’è da fidarsi?

“Quando c’è un allarme con un vaccino o con un farmaco per un numero o una tipologia di effetti collaterali non osservati in precedenza, il meccanismo di Ema, e di conseguenza poi delle autorità nazionali come Aifa, è quello di mettere in pausa il medicinale per approfondire il caso”.
Si tratta di un procedimento che vale per qualsiasi nuovo farmaco messo in commercio e “si chiama farmacovigilanza“. Lo sottolinea il virologo che poi mette l’accento sul fatto che per il vaccino AstraZeneca si sono osservati “aumentati rischi di trombosi con piastrinopenia contemporanea che non erano stati riscontrati negli studi registrativi” e che “si sono aggiunti alla scheda tecnica, al cosiddetto bugiardino“.
Questo non vuol dire che ci siano delle controindicazioni assolute ma solo che si devono avere “delle attenzioni in più soprattutto nei confronti delle donne giovani sotto i 55 anni se hanno, ad esempio, altri fattori di rischio sulla coagulazione, o se assumono la pillola“.

Il fenomeno ADE e il dibattito sul test sierologico

Dibattito a colpi di social anche sul fenomeno ADE (Antibody-dependent Enhancement) che si svilupperebbe quando gli anticorpi, introdotti con la vaccinazione, invece di neutralizzare il virus lo aiuterebbero a replicarsi. Praticamente un cavallo di Troia che potrebbe colpire chi fa il vaccino da positivo.
Ma di vero ci sarebbe ben poco perché l’ADE è un meccanismo riconosciuto solo per la Dengue. Resta però la certezza che “avere già incontrato la malattia nel momento della vaccinazione può dare delle reazioni maggiori, come la febbre che può durare un po’ più a lungo e può essere più alta”, dice Pontali ricordando che “per ridurre il rischio di questi fenomeni avversi, chi ha avuto il Covid deve far passare almeno tre mesi prima di fare la vaccinazione”.
Per questo sono in molti a suggerire il sierologico prima di procedere con le vaccinazioni. Una tesi che il virologo smonta: “Non cambierebbe molto perché se noi non sappiamo con precisione a quando risale la malattia non possiamo dare alcuna rassicurazione. Per chi si sia ammalato in maniera conclamata, invece, è più facile perché dai tamponi si può avere una cronologia che ci permette di calcolare i tempi”.

È in arrivo un altro vaccino, il Johnson&Johnson, che cosa ci dobbiamo aspettare?

Sarà in Italia dalla seconda metà di aprile. Parliamo del vaccino monodose Janssen che dopo l’ok dell’Ema ha avuto il via libera anche dell’ente regolatore italiano.
Precisa Pontali che “dal punto di vista tecnologico è un vaccino che assomiglia all’AstraZeneca perché utilizza l’adenovirus. Tuttavia, se nel caso dell’Università di Oxford si tratta di adenovirus di scimpanzé, quello che è stato modificato nel monodose è l’adenovirus del gorilla“.
Unica particolarità del vaccino Johnson&Johnson, dunque, è che ” basta una dose per ottenere l’immunizzazione completa” e questo darà sicuramente un’accelerata alla campagna vaccinale, a partire dall’idea di riservare agli over 80 le prime forniture di questo vaccino senza richiamo autorizzato una decina di giorni fa.

Quanto dura l’immunità? E soprattutto: ci protegge anche dalle varianti?

“È una cosa a cui non sappiamo rispondere”, replica il virologo insistendo sul fatto che “al momento conosciamo molto poco del virus. L’immunità dovrebbe durare almeno un anno ma sappiamo anche che molte persone, passati sei mesi dalla malattia, hanno perso gli anticorpi”.
Va un po’ meglio con i vaccini dove “vediamo che i primi ad essere stati vaccinati hanno ancora l’immunità”.
Una vittoria temporanea se entreranno in campo altre varianti.
E infatti “oggi non possiamo neanche prevedere quanto dureranno le difese perché tutto dipenderà anche dal livello delle varianti e dalla loro tipologia”, annuncia Pontali che poi ipotizza come “ci potrebbero essere mutazioni del virus per le quali il vaccino non risponde. Ci auguriamo che non insorgano ma continuare a far circolare il Covid senza controllo potrebbe portare a questo, soprattutto nei paesi dove non è mai stata applicata alcuna misura di lockdown e dove i DPI non sono utilizzati bene”.

L’unica speranza è che il Covid diventi una malattia endemica?

“È una domanda a cui è molto difficile rispondere perché non sappiamo bene quali saranno le dinamiche di questa pandemia nei prossimi mesi e nei prossimi anni”, precisa Pontali dicendo anche che “non sappiamo quanto durerà“.
Molto dipenderà ancora dalle varianti e “per questo è importante fermare la circolazione del virus con uno sforzo di vaccinazione globale. Se noi paesi ricchi non punteremo sulla vaccinazione per tutta la popolazione mondiale, il rischio che insorgano nuove mutazioni che sfuggono al nostro sistema immunitario, sia di chi ha avuto già l’infezione e la malattia, sia di chi è stato vaccinato, è davvero alto”.

Simona Tarzia

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