La chimica che inquina l’acqua

Il disastro di Spinetta Marengo e quello di Trissino: due facce della stessa medaglia

Alessandria – “Per una multinazionale come Solvay, l’Italia è solo un tassello. Lo sta seguendo il country manager nazionale Marco Colatarci, guidato da Bruxelles dove gli occhi dell’AD, Ilham Kadri, sono puntati con apprensione sui provvedimenti giudiziari di Livorno e Alessandria e sul processo di Vicenza, gemello di quello piemontese”.

A ripercorrere le tappe della vicenda Solvay, la multinazionale della chimica che nel nostro Paese conta sette stabilimenti e un fatturato complessivo che nel 2020 ha toccato i 1.490 milioni di euro, è Lino Balza del Movimento di lotta per la salute Maccacaro, il primo a denunciare il “disastro eco sanitario del polo chimico di Spinetta Marengo”, in provincia di Alessandria.

Legambiente: nel Recovery Plan via i Pfas da Veneto e Piemonte

“Il filo che lega Piemonte e Veneto – spiega Balza – sono i Pfas, composti chimici indistruttibili in acqua, suolo e aria. Tossici, cancerogeni, teratogeni, presenti nel sangue dei lavoratori e dei cittadini. Una calamità ambientale e sanitaria mondiale, denunciata in Italia fin dagli anni ’90″.
Una situazione al limite dell’assurdo che vede “Solvay incurante” nonostante l’allarme della comunità scientifica e nonostante il problema “in Italia abbia ormai assunto dimensioni strategiche”.
È per questo che “Legambiente, tra le dieci opere faro sulle quali concentrare i fondi del Recovery Plan per avviare una vera transizione ecologica, ha presentato al Governo anche la bonifica dei territori e delle falde inquinate dai Pfas in Veneto e in Piemonte”. Lo ricorda Balza sottolineando il “fatto che, per quanto riguarda lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, questo si tradurrebbe nella chiusura degli impianti”.

La Miteni SpA, Trissino e le navi dei veleni

Solvay

In provincia di Vicenza, “alla Miteni SpA, per decenni si è consumato nell’indifferenza sindacale e politica, un caso di contaminazione industriale tra i più pericolosi d’Europa”, tanto che la società è fallita in seguito alla contaminazione da Pfas della falda freatica intorno a Trissino, dove aveva sede lo stabilimento.
“Una falda grande come il lago di Garda, dove pescano gli acquedotti di 21 Comuni delle province di Vicenza, Verona e Padova, e un imprecisato numero di pozzi privati”. Lo fa presente Balza mentre ci torna in mente come la RiMar-Miteni, società chimica di prodotti intermedi per l’industria agrochimica e farmaceutica, fosse citata anche nello scandalo delle navi dei veleni tra le aziende pronte a servirsi di broker senza scrupoli per disfarsi delle scorie tossiche.

Zanoobia“Oggi finalmente – continua Balza – tramite il patronato Inca della Cgil veneta, l’Inail riconosce la malattia professionale per gli ex lavoratori che hanno altissime concentrazioni di Pfas nel sangue, anche quando manca (ancora) un danno funzionale. Nel caso questo si verificasse, quindi, l’Inail li risarcirà”. Per i lavoratori piemontesi nulla, precisa Balza: “Anche se abbiamo denunciato prove alla mano, nessuno ha pensato di fare uno studio sui lavoratori morti a Spinetta”.

I Pfas in tribunale: il processo Miteni

Il processo contro Miteni si è aperto a gennaio 2021. Le ipotesi di reato vanno da quella di “avvelenamento di acque” al “disastro innominato aggravato, per aver tra l’altro omesso di porre in essere attività che avrebbero consentito di mettere al sicuro l’azienda e il territorio circostante e per aver nascosto elementi che avrebbero potuto permettere interventi di contenimento”. Secondo l’accusa gli imputati “avrebbero inquinato sapendo di farlo, senza adottare contromisure né avvisare gli enti preposti”.

Ultimo atto: C6O4 perseguito in Veneto e autorizzato in Piemonte

“La nuova AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale, sarà portata davanti al  tribunale vicentino come prova? Perché se il C6O4 è autorizzato in Piemonte come mai dovrebbe essere considerato nocivo in Veneto?”.
Se lo chiede Balza davanti alla decisione della provincia di Alessandria di concedere a Solvay l’AIA per il C6O4, un Pfas “spacciato come innocuo sostituto dei vecchi composti, ma tossico e cancerogeno” al punto che nel processo aperto a Vicenza le amministrazioni si sono costituite parte civile. “Siamo alla follia”, commenta Balza.

I Pfas in tribunale: la vicenda Solvay

La vicenda giudiziaria di Solvay, invece, si è conclusa a dicembre 2019 con la pronuncia della Cassazione che ha stabilito come nel polo chimico di Spinetta si sia consumato un disastro ambientale colposo.
“La vicenda criminosa – scrivono i giudici – è caratterizzata dall’immissione di metalli, cloruri, fluoruri, solfati cancerogeni e altri”, durata “per mesi o anni”, e che ha prodotto “un inquinamento persistente e incessante, il cui evento si è protratto fino all’ultima contaminazione delle falde acquifere”.
E questo anche a causa dell’omertà e dell’inadeguatezza dei rimedi messi in atto dall’azienda.
È scritto nero su bianco nelle motivazioni della sentenza che parla di un pericolo “fronteggiato con rimedi precari”, con “quattro pozzi barriera installati nel 2004 che intercettavano il 3,75% della portata”, mentre “solo in epoca attuale la barriera è composta di 32 pozzi, con capacità di captazione dell’87,5% e, ciononostante, si prefigura il completamento della bonifica nel 2029”.
Nel frattempo non si sono fermate le fuoriuscite in falda, tanto che l’11 febbraio scorso i PM alessandrini, insieme al NOE, hanno sequestrato documenti, PC, cartelle cliniche dei dipendenti e ogni altro elemento indiziario utile alle nuove attività di indagine per le ipotesi delittuose di “disastro ambientale” e “omessa bonifica”.

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