Apologia dello Yes Man, “smartevolezza” in sole dieci righe

Vision, saga, o soap opera

Marco Bucci - foto Fabio Palli per fivedabliu

Chiamatela vision o semplificazione. Chiamatelo “un uomo solo al comando” o “chi fa da sé fa per tre”. Chiamatela banalizzazione di un ragionamento complesso. Chiamatela “smartevolezza” – concetto a lungo professato dal nostro primo cittadino che ama la coincisione, l’asciuttezza, la secchezza, la sinteticità, l’essenzialità, la stringatezza e la brevità della lingua inglese – oppure marchiate tutto con il peso gravoso della solitudine del manager.

Reti unificate

Perché l’ultimo episodio della saga o soap opera, veda un po’ lei, teletrasmessa a reti ormai unificate dalle emittenti televisive e propagandata via social dai siti di informazione – quasi tutti, tranne qualche pericoloso dissidente – e raccontato, più o meno sinteticamente, dai fogli locali, va proprio in quella direzione. Chi più chi meno amplifica la notizia o vi sovrappone la sordina.

“Dieci righe in cronaca”

Tanto che Gianni Crivello, prima voce dell’opposizione, il candidato sindaco sconfitto da Marco Bucci autoproclamatosi  “il Sindaco di tutti i genovesi”, protesta nell’impalpabilità del suo profilo social che comunque fa quasi 5.000 amici: «Ringraziamo pubblicamente il Secolo XIX per avere dedicato un trafiletto di poco più di 10 righe!
Bravi!! È così che si difende un’informazione corretta, trasparente e super partes.
È così che si tutelano anche i vostri lettori e un’intera comunità! Il portavoce di Marco Bucci, nominato anche capo ufficio stampa del Comune di Genova!
Il Sindacato dei giornalisti denuncia che questi due ruoli, dovrebbero essere ben distinti e con funzioni differenti, come per altro previsto dalle norme: ” Tale decisione non è la più efficiente ai fini di assicurare il massimo della trasparenza, della chiarezza e tempestività delle comunicazioni da fornire agli organi di informazione e quindi ai cittadini”
Il compenso di Federico Casabella passa da 39.000 euro a 95.000.
Quello del suo collaboratore Casu da 22.000 a 45.000 euro.
Ieri in Consiglio Comunale ci siamo battuti contro questa scelta ingiusta e scellerata. Un vero affronto alla democrazia. Decisione assunta, il caso vuole, un anno prima del voto amministrativo».

“Yes,yes,yes”, il motto di Jim Carrey

Viene in mente “Yes Man”, il film diretto da Peyton Reed nel 2008. Una commedia ispirata alla storia vera dell’umorista inglese Danny Wallace, interpretata da Jim Carrey, e narrata nel libro autobiografico omonimo. Autobiografia in cui Danny Wallace racconta di aver passato un anno dalla sua vita a dire sempre sì a tutte le proposte.

“Quanto costa lo “yes man”

E proprio a quel film fa riferimento Alessio Chiodi autore di un interessante articolo del 24 settembre 2018 pubblicato su Aboutpharma online con il titolo: Quanto costa lo “yes man”: se la stupidità entra nell’organizzazione aziendale. In cui l’autore intende dimostrare come lo yes man in azienda risulti una figura controversa che da una parte accelera i processi della società e dall’altra li complica. Scrive Alessio Chiodi che forse i lettori ricorderanno il film di Jim Carrey Yes man uscito nelle sale cinematografiche proprio dieci anni fa. Il protagonista Carl Allen (interpretato proprio da Carrey), dopo alterne vicende personali, decide di dare una svolta alla sua vita, accettando passivamente, qualunque proposta gli venga fatta. “Yes, yes, yes” è il motto che ripete nel film.

Ugo Fantozzi, l’antesignano

Altro riferimento da tenere a mente è il celeberrimo Ugo Fantozzi interpretato da Paolo Villaggio, vessato continuamente dai propri superiori con ordini ben oltre il limite dell’umiliazione. Ecco, questi due personaggi hanno una cosa in comune. Sono passivi nei confronti di ciò che accade loro intorno. Sia nella vita che sul lavoro. Lo “yes man” è il prototipo di un paradosso, di un’attitudine al lavoro aziendale che riguarda tutti i settori economici e che per chi si occupa di organizzazione si traduce in “stupidità aziendale”. Life science e l’healthcare non fanno eccezione.

La definizione

Ma chi è lo “stupido” aziendale? “Non si tratta di palese carenza di capacità cognitiva. Ci si riferisce al fatto di non riflettere su determinati processi aziendali per non creare disturbi o conflittualità. Un dipendente si adatta a regole imposte o subite senza capirne il senso”, spiega Giuseppe Scaratti, responsabile Area leadership e culture organizzative di Cerismas e professore di Psicologia organizzativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Questi aspetti riducono, nel lungo periodo, la motivazione, l’investimento personale e la possibilità di interpretare gli obiettivi dell’impresa in cui si lavora”, continua Scaratti.

Il paradosso

Sul tema è stato scritto un libro “Il paradosso della stupidità: il potere e i danni della stupidità funzionale in ufficio” realizzato da André Spicer, docente di comportamento organizzativo alla Cass Business school della City University di Londra, e Mats Alvesson, docente di management all’Università di Lund in Svezia. Nel volume i due analizzano il fenomeno e deducono che la stupidità funzionale è fortemente ben vista dalla dirigenza perché il dipendente esegue senza proferire parola e quindi il processo produttivo è molto più veloce. Ma un lavoratore di questo tipo, seppur attento e scrupoloso in ciò che fa, non porta benefici all’azienda se non all’interno di un ruolo ben definito. Non c’è nessun valore aggiunto, cosa che, secondo gli autori, è invece portato da chi riflette su ciò che gli viene ordinato, metabolizza l’imperativo dei superiori e si prende la briga di commentare, consigliare, criticare. In questo modo è vero che il processo aziendale rallenta, ma l’intuizione che può arrivare da un confronto comporterebbe un vantaggio.
Ne risente il flusso di lavoro, ma il lavoro stesso risulta fatto meglio perché ragionato. “Non reagire impulsivamente, senza opporre continue contestazioni, significa anche avere un senso della misura. Tuttavia un eccesso di stupidità funzionale diventa disfunzionale. Crea dissonanza, frammentazione, inerzia nei processi di lavoro”, spiega ancora l’esperto, che poi si sofferma anche sulla figura dello yes man. “C’è una stupidità che è funzionale e va accolta. Lo yes man va bene nella misura in cui c’è bisogno di persone che non mettano in discussione tutti i giorni gli obiettivi. Tuttavia lo yes man diventa disfunzionale quando presenta distacco nei confronti della società per cui lavora. Faccio una cosa e poi non me ne occupo più. I processi chiedono testa, passione, multidisciplinarietà”, precisa Scaratti”.

“Una commistione irregolare”

Trasferito il tutto a palazzo Tursi, i costi sono noti, come riferisce lo stesso Crivello: “Il compenso di Federico Casabella passa da 39.000 euro a 95.000. Quello del suo collaboratore Casu da 22.000 a 45.000 euro”.

Gli obiettivi del “Sindaco di tutti i genovesi”, dell’uomo solo al comando, o di quel manager che accusa problemi di solitudine sono altrettanto chiari, quelli di semplificare e di rendere più funzionale la trasmissione del “verbo” e degli ordini di scuderia riferendosi ad una sola persona, peraltro già allenata e debitamente gratificata.  È ancora tutto da dimostrare, come obietta Alessio Chiodi che alla lunga il processo raggiunga i risultati sperati. Intanto il sindacato e l’ordine dei giornalisti hanno già messo le mani avanti, sottolineando la irregolare sovrapposizione della funzione di informazione e comunicazione istituzionale con quella più eminentemente politica. “Tale decisione non è la più efficiente ai fini di assicurare il massimo della trasparenza, della chiarezza e tempestività delle comunicazioni da fornire agli organi di informazione e quindi ai cittadini”.
È l’obiezione mossa dall’organo di categoria dei giornalisti.
Solo che poi tutto il lungo dibattito di martedì in Consiglio comunale viene riassunto, sintetizzato e “costretto” dal giornale cartaceo che va per la maggiore in Liguria in un titolo su una colonna e dieci righe di testo. Il formato e lo spazio concesso, riga più, riga meno, a quelle che una volta venivano definite “brevi”. E a questo punto non può che scattare la sensazione fastidiosa di un intollerabile accomodamento verso il pensiero, o la vision, del potente di turno. Una sorta di tacito accordo per non disturbare il demiurgo manovratore, il suo progetto e la sua propaganda. Un viaggio in carrozza verso le prossime elezioni.

Cortocircuito su Zaki

Del resto dieci righe, le solite verrebbe da dire, concesse anche per un’altra decisione che farà discutere, sempre  dei consiglieri della Sala Rossa di palazzo Tursi.
Racconta l’Ansa: “Zaki: Genova non approva documento per il rilascio. Seconda bocciatura dopo quella della cittadinanza genovese
(ANSA) – GENOVA, 13 APR – Genova non approva il documento per chiedere il rilascio di Zaki. Dopo aver già respinto, nelle passate settimane, una mozione che proponeva la cittadinanza genovese per Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna e attivista per i diritti umani da oltre un anno nel carcere di Tora in Egitto in attesa di processo, il consiglio comunale di Genova, con i voti contrari del centrodestra e del sindaco ha bocciato un nuovo ordine del giorno, proposto dalle forze di minoranza, che chiedeva, “vista la mobilitazione nazionale e internazionale per chiedere la liberazione” del ragazzo, che il sindaco e la giunta si impegnassero “a promuovere ulteriormente tutte le azioni opportune per il rilascio di Zaki, con particolare riferimento al coinvolgimento dell’Unione Europea in questa iniziativa”.

In Regione sì, in Comune no

Il documento è stato votato dall’opposizione ma non dalla maggioranza”. Nel take d’agenzia manca, per esempio, la notizia che la votazione è finita in perfetta parità ; 17 a favore e 17 contrari. E che quindi, secondo il regolamento, è stato bocciato. Nessun riferimento persino al fatto che qualche ora prima la stessa richiesta era stata approvata proprio dal consiglio regionale che ha una maggioranza di centrodestra proprio come quella di palazzo Tursi. Mentre occorrerebbe aggiungere che una mozione simile è stata approvata proprio mercoledì, ad un solo giorno di distanza, a palazzo Madama.

Esselunga: più la conosci, più ti innamori

Comunque una ventina di righe su una colonna a pagina 11. Mentre la notizia del “tuttofare” della comunicazione è stata relegata a pagina 21. Sotto a un titolo generico che non dà soddisfazione alla notizia vera pur nelle prime righe del testo succinto e cioè che la vicenda potrebbe finire davanti alla corte dei conti e al Tribunale amministrativo. Il tutto, comunque, addirittura sotto ad un’altra notizia in breve, ma evidentemente più importante. Quella del voto favorevole per la nuova Esselunga a San Benigno, con tanto di cambiamento di destinazione d’uso all’area. Notizia che probabilmente conforterà i consumatori genovesi in attesa di un riequilibrio, soltanto fittizio o invece reale, allo strapotere dei gruppi genovesi della grande distribuzione che commerciano alimentari. Finirà tutto con l’ennesima passerella di una futura, prossima, inaugurazione.

Quella via dimenticata

Mentre, sempre a destra, qualcuno lamenta una colpevole dimenticanza dell’amministrazione che ci aveva abituato alle fasce tricolori per la celebrazione dei defunti della Repubblica Sociale. Assenti i vertici istituzionali nel rendere omaggio, ieri, con la deposizione di fiori, sulla tomba a Fabrizio Quattrocchi, la guardia giurata privata italiana assassinato in Iraq da estremisti islamici il 14 aprile di 17 anni fa, al quale è stata assegnata la medaglia d’oro al valore civile. Oltre alla deplorazione per l’assenza la richiesta, indirizzata proprio al sindaco Marco Bucci, per conoscere quando e dove verrà posta la targa della via che il consiglio comunale gli dedico ben quattro anni fa.

E comprendo bene che i concetti di correttezza istituzionale magari possano difficilmente essere compressi all’interno della smartevolezza a cui ha fatto spesso riferimento il nostro primo cittadino. E che, magari, dai prossimi giorni potrebbe toccare allo “Yes Man” di turno fare di tutto per spiegarglieli e aiutarlo a comprenderli. Anche se, visti i presupposti, e le rispettive caratterialità, mi permetto di nutrire qualche dubbio.

Paolo De Totero

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