‘Ndrangheta: dal giornale del carcere i boss all’attacco del 41-bis e dell’ergastolo ostativo

I fondi per gestire il prodotto editoriale li mettiamo anche noi, con i finanziamenti che la rivista riceve dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria

Si chiamano Sgrò, Trunfio, Talotta, Papalia e Sciglitano. Sono i pezzi grossi della ‘ndrangheta detenuti in regime di alta sorveglianza che dalle pagine di Ristretti orizzonti vanno all’attacco del 41-bis e dell’ergastolo ostativo, quegli stessi istituti che stavano di traverso anche a Totò Riina e che tutti ricordiamo come punti fondamentali del papello e delle dodici richieste allo Stato inoltrate dal capo dei capi.
L’intenzione, neanche a dirlo, è quella di contribuire a smantellare il sistema di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone, lo stesso che alla fine gli è costato la vita. Perché non va dimenticato che questi regimi penitenziari non riguardano i detenuti comuni ma solo mafiosi e terroristi.
E magari l’attività delle rivista si fermasse qui.
L’imboscata dei boss, invece, tenta di screditare persino la Corte di Cassazione criticandone le sentenze di condanna che riconoscono l’esistenza della cosiddetta “mafia silente”, cioè le articolazioni dei clan che agiscono al di fuori della regione di origine e si infiltrano e si radicano anche sù al Nord.

Chi c’è nella redazione di Ristretti orizzonti?

A comprendere la caratura criminale dei soggetti che si muovono all’interno della redazione ci aiuta l’osservatorio antimafia della Casa della Legalità che in questi giorni ha inviato una segnalazione alle autorità di controllo.
Nel carcere genovese di Marassi, ad esempio, collaborano al giornale dei detenuti figure del calibro di Carmelo Sgrò, legato all’articolazione ‘ndranghetista dei Gallico-Morgante e oggetto di diverse indagini come “Cosa mia” della DDA di Reggio Calabria, “Trait d’Union” della DDA di Genova, “Purpiceddu” e “Ponente forever”, oggi sorvegliato speciale qualificato.
Bruno Trunfio, ex assessore comunale di Chivasso e figlio del capo locale Pasquale Trunfio, indagato dalla DDA di Torino in diverse operazioni come “Minotauro”, “Colpo di coda”, e “Geenna”.
Altra firma della redazione è Giuseppe Talotta, narcos internazionale e luogotenente del clan degli Alvaro di Sinopoli. E poi Mario Amato, coinvolto nell’inchiesta “Aemilia” della DDA di Bologna e figlio di quel Francesco Amato noto per le minacce al Presidente del Tribunale di Reggio Emilia. Un avvertimento arrivato mentre l’uomo era in collegamento dal carcere di Terni durante un’udienza: “Cristina Beretti è un morto che cammina”, aveva annunciato il mafioso.
E i nomi non finiscono qui. Tra i redattori sparsi nelle carceri di Genova, Parma, e Padova si distingue Salvatore Fiandaca, esponente di spicco della decina di Cosa Nostra Fiandaca-Emanuello e legato alla Stidda di Piddu Madonia. E poi Domenico Papalia, uomo ai vertici della cosca Barbaro-Papalia di Platì, indagato dalla DDA di Reggio Calabria nell’operazione “Invisibili” e al centro delle dichiarazioni dei pentiti di “‘Ndragheta stragista” per i suoi rapporti con i servizi.
E ancora Carmelo Sciglitano dell’omonima cosca di Palmi, indagato e condannato nell’indagine “Cosa mia” della DDA di Reggio Calabria e in stretto contatto con i Gullace-Raso-Albanese che oggi sono imputati nel maxi processo Alchemia.
Un elenco che già da solo fa saltare sulla sedia e spiega l’accanimento della rivista contro il 41-bis e l’ergastolo ostativo. Ma c’è dell’altro.

L’abboccamento con le istituzioni

Dalla denuncia della Casa della Legalità, ora al vaglio degli inquirenti, veniamo anche a sapere dell’incontro tra la redazione di Ristretti orizzonti e il consigliere regionale Ferruccio Sansa, a Marassi. Qui i mafiosi avrebbero sollecitato il consigliere a farsi portavoce della loro richiesta di nomina del Garante dei detenuti, un figura che in Liguria non esiste.
“È venuto da noi – si legge in un articolo riportato nella segnalazione -. Si è avvicinato al nostro tavolo e ha capito, ha ascoltato, ha mostrato interesse alle vite ristrette e si è raccontato, si è seduto al nostro fianco come fosse lì da sempre a cercare ispirazione insieme, a entusiasmarsi per parole emerse da luoghi dimenticati e a darci il suo tempo, come la cosa più ovvia”.
E il problema non è quello di incontrare i detenuti, fatto di per sé lodevole perché è innegabile che la questione carceraria in Italia non sia mai stata affrontata con la serietà che merita un argomento così complesso. Il problema è il messaggio che arriva all’opinione pubblica quando gli uomini delle istituzioni accolgono e rappresentano le richieste di personaggi mafiosi che non cercano altro che l’accreditamento sociale, fuori e dentro il carcere.
Un fatto pericoloso visto che sappiamo da sempre che il capitale sociale delle mafie sono le relazioni esterne e il controllo del territorio. Alla faccia di tutti quei magistrati, avvocati, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, finanzieri, poliziotti, e carabinieri che sono morti perché la testa davanti ai mafiosi non l’hanno mai abbassata.

Simona Tarzia

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