La Resistenza delle partigiane di Cornigliano

Il 21 dicembre 1973, il Comitato Scientifico Regionale ligure arriva a Cornigliano per raccogliere le testimonianze del contributo delle donne corniglianesi alla lotta di liberazione.

partigiane genovesi
Savina Bozzano e Angela Michelini

La sommossa delle patate

È una battaglia la loro che inizia ben prima dell’8 settembre, con le proteste del ’42 per la mancata distribuzione delle patate. Lì, sul mercato di piazza Monteverdi, non era bastato l’intervento dei fascisti per tenerle a bada e così il Commissario aveva tentato di intimorirle sbattendone due in cella: Isa Marzoli e Armida Benini. Una mossa ingenua. La rivolta delle altre per i due arresti arrivò a un punto tale di tensione che dovettero rilasciarle e incominciare subito la distribuzione

Guerriglia urbana

L’8 settembre le ha viste ancora in azione per aiutare i soldati che abbandonavano l’esercito fascista per farsi partigiani. A loro le donne di Cornigliano fornivano un riparo, vestiti borghesi, maglioni e calze che facevano ai ferri, i pochi soldi che riuscivano a racimolare, e persino le armi.
Nel novembre del 1943, un gruppo di giovanissime si arruola nelle formazioni locali dei G.A.P., i Gruppi di Azione Patriottica, portando avanti insieme agli uomini operazioni essenziali di guerriglia urbana. Incendiano il fieno e la biada destinati alle bestie dei tedeschi, sabotano i tralicci dell’energia elettrica, piazzano bombe, fanno sparire le indicazioni stradali scritte in tedesco per creare scompiglio tra i nemici che così non sanno più come raggiungere le proprie postazioni sulle colline di Erzelli e Coronata.

Lo sciopero del 1° maggio 1944

Un gruppo di donne corniglianesi era anche impegnato a stampare con il ciclostile i volantini clandestini. Sono le stesse che la notte precedente il 1° maggio 1944, durante l’allarme aereo, incuranti di rischiare la vita, tappezzano tutta Cornigliano di manifesti che annunciano lo sciopero previsto per il giorno dopo.

Il medico della SIAC

La cronaca scarna di questi sacrifici, rimasti perlopiù senza nome, ci parla di riunioni segrete, organizzate da una parte all’altra della delegazione, cambiando continuamente casa, di notte. Riunioni in cui queste donne costruivano la loro coscienza politica e di classe, e insieme imparavano a fare le iniezioni, a fare le fasciature, il tamponamento delle ferite, per essere pronte il giorno dell’insurrezione. A prepararle era il Dottor Santacroce, il medico dello stabilimento SIAC, l’acciaieria di Cornigliano, che rischiava grosso perché a loro faceva anche le ricette per le iniezioni antitetaniche che non venivano consegnate senza la richiesta del medico.

Spie e delatori

E infatti, sul finire di giugno del ’44, dopo la denuncia di una spia dei fascisti, le brigate nere arrestano Savina Bozzano, Angela Michelini e Maria Paleari, impegnate in una raccolta fondi per comprare le medicine da portare in montagna.
Per cinque giorni le sottopongono a lunghi interrogatori cercando di strappare loro i nomi dei compagni partigiani e antifascisti. Minacciano di trasferirle alla Casa dello Studente, sede della polizia della Gestapo, ma niente, le tre donne non parlano. Anzi, dichiarano tutte che i medicinali servivano come pronto soccorso da portare nel rifugio antiaereo, un’iniziativa che era stata presa dopo lo shock dei centotrenta feriti e dei novantatré morti rimasti sotto i bombardamenti del 4 giungo 1944. I fascisti non credono a una parola ma non hanno prove e devono lasciarle andare. Le rilasciano con una diffida a svolgere attività clandestina.

Le donne operaie

Anche le donne operaie dell’Ansaldo e della San Giorgio partecipano alla lotta. Lo fanno manomettendo le armi e le munizioni che producono in fabbrica, in modo che siano inservibili nelle mani dei tedeschi.

I rastrellamenti del 16 giungo 1944

C’è un’altra data che resterà impressa nella memoria della delegazione: è il 16 giungo 1944, quando i tedeschi rastrellano gli operai della SIAC, della San Giorgio, del Cantiere Ansaldo e della Piaggio, per portarli a Mauthausen. La rappresaglia li ha sorpresi così com’erano, in tuta da lavoro, qualcuno con gli zoccoli, qualcun altro in canottiera. Sono 1.480, stipati nei camion e sugli autobus che percorrono la strada per lo scalo ferroviario del Campasso, dove li aspettano i treni che li porteranno in Germania.
Ecco, quel giorno le donne di Cornigliano hanno tentato il tutto per tutto, cercando di sviare l’attenzione dei Tedeschi per farne saltar giù qualcuno dai camion. Non è servito. E così, curve a terra e incuranti dei soldati che sparano in aria per intimorirle, raccolgono i messaggi che gli uomini lanciano al vento nella speranza che qualcuno li raccatti e avvisi le famiglie.

La lotta in città non si ferma

Anche quando la situazione si fa più dura e tanti compagni sono obbligati a rifugiarsi in montagna per non morire, le donne rimaste in città portano avanti la lotta con iniziative di sabotaggio, con il trasporto delle armi, stampando volantini. È nel corso di una di queste operazioni, nel gennaio del 1945, che le brigate nere ne arrestano altre tre: Ernestina Baldini, Adelia Bonavero e Maria Dotto. Anche loro minacciate con l’incubo del trasferimento alla Casa dello Studente, non parleranno nonostante le botte e la lunga detenzione. La Baldini, sorella del noto antifascista Serafino, resterà rinchiusa per un mese. Sarà rilasciata quando ormai è chiaro che l’oppressione ha i giorni contati e Genova è pronta a liberarsi da sola.

Questi nomi, questi ricordi, non sono tutti e non sono i miei, eppure battono dentro di me come un altro cuore. Li ho raccolti dalla voce di alcune tra quelle combattenti che mi sono state accanto fin da bambina. Una di loro si chiamava Savina Bozzano. Era mia nonna.

Simona Tarzia

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