Via D’Amelio, Avola si autoaccusa della strage in diretta TV ma non convince la DDA

La presenza dell’ex collaboratore di giustizia a Palermo per l’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta non era ancora emersa in sede processuale

Era davvero a Palermo il 17 luglio 1992 Maurizio Avola, chiuso in un garage di via Villasevaglios in attesa degli ordini di Giuseppe Graviano e pronto a imbottire di tritolo la 126 da usare per l’attentato a Borsellino? Lo ha raccontato ieri a Enrico Mentana in diretta TV durante la presentazione del libro di Michele Santoro, “Nient’altro che la verità”.
Eppure al processo per la strage di via D’Amelio aveva detto di non entrarci nulla. Anzi, alla domanda precisa se gli  uomini della mafia catanese erano stati coinvolti nell’operazione aveva risposto “no, nessuno”, mettendo una pietra tombale su tutta la faccenda.

Chi è Maurizio Avola

“Sono l’ultima persona che ha visto lo sguardo di Paolo Borsellino, prima di dare il segnale per fare quella maledetta esplosione. Mi accendo la sigaretta, lo guardo, mi soffermo, mi rigiro e faccio il segnale”.

Maurizio Avola è un killer. Legato dal 1984 al clan Santapaola, agli inquirenti ha raccontato della sua affiliazione, delle regole di Cosa Nostra, dei soldi e delle “ammazzatine”. Era un sicario diligente che in undici anni ha messo a segno 79 omicidi, prima di essere arrestato nel 1994 e pentirsi. Ma non dice tutto. Al contrario, aspetta quasi trent’anni per confessare che nell’attentato a Borsellino c’entravano anche lui e pure Aldo Ercolano, il vero boss della famiglia dice il fedelissimo.

Era a Palermo oppure fermo a Catania con un braccio ingessato?

Ci sarebbero delle incongruenze tra il racconto del pentito e gli accertamenti della Procura di Caltanissetta. Per prima la presenza accertata di Avola a Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, mentre secondo il racconto dell’ex collaboratore egli era arrivato a Palermo già nel pomeriggio di venerdì 17 luglio.
Maurizio Avola, dunque, mente?
Per certo della sua presenza in via D’Amelio non ha mai parlato nemmeno Gaspare Spatuzza, il teste chiave del nuovo processo per la strage seguito al depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Così il Procuratore Gabriele Paci: “Colpisce peraltro che Avola, anziché mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, abbia preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage di Via D’Amelio, oltre a quello di Messina Denaro, Graviano e altri, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro. E lascia perplessi che egli abbia imposto autonomamente una sorta di discovery, compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio aveva provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità di tale sue ennesima progressione dichiarativa”.

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