Ergastolo ostativo: picconate all’antimafia o atto dovuto di uno Stato democratico?

A pochi giorni dalla pronuncia della Consulta, Fivedabliu intervista Roberto Cavallone che avverte: “Il rischio più grande sarà la pressione sui giudici di sorveglianza dei piccoli tribunali che operano vicino alle case madri delle mafie storiche”

Dopo il sì ai permessi premio per i detenuti al 41-bis, la Corte Costituzionale apre le maglie dell’ergastolo duro e dà un anno al Parlamento per approvare una nuova disciplina della liberazione condizionale per i condannati di mafia non pentiti. Una spallata della Consulta a due punti fermi della lotta alla criminalità organizzata che arriva successivamente alla bocciatura dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti umani.
Che fine farà ora il pacchetto normativo voluto da Giovanni Falcone per provare a frantumare l’omertà dei clan? Vedremo fuori di galera boss del calibro di Leoluca Bagarella, Pippo Calò, Nitto Santapaola, Giuseppe Graviano o Piddu Madonia?
“Non credo proprio”. È categorico Roberto Cavallone, Sostituto Procuratore Generale in Corte d’Appello a Roma, che sottolinea come “già adesso non è facile per i mafiosi che non collaborano usufruire dei permessi premio”. E poi fa l’esempio di Giovanni Brusca, il padrino di San Giuseppe Jato, che “pur essendo un collaboratore di giustizia, proprio a causa dell’efferatezza dei crimini che ha commesso si è visto negare dal Tribunale di sorveglianza di Roma la detenzione domiciliare nonostante il parere favorevole della Direzione Nazionale Antimafia”, e dunque continuerà a scontare la sua pena nel carcere di Rebibbia.

Dissociazione o bluff?

Ancora più complicato ottenere i benefici penitenziari per un boss che non si pente perché di fatto, chiarisce Cavallone, “è difficilissimo stabilire se un mafioso vuole davvero rompere con il passato quando non si dissocia dalla famiglia. Solo la collaborazione, in effetti, ti mette in urto con il sodalizio da cui provieni e rende difficile che ti facciano rientrare”.
E quindi?
“Quindi io credo che tutto il peso di questa situazione ricadrà sui magistrati di sorveglianza che saranno chiamati a decidere volta per volta sul ravvedimento del mafioso non pentito”, dice Cavallone che poi tiene a sottolineare il rischio di tutta questa operazione: “Il problema grosso è che i colleghi saranno sottoposti a pressioni fortissime. E non dobbiamo pensare ai grandi tribunali di Roma, o Milano, o Napoli. Parlo dei tribunali piccoli. Non dimentichiamoci che il magistrato è una persona come tutte le altre, che ha dei figli che vanno a scuola”. Essere mafioso, invece, è un marchio a fuoco nel codice genetico che si scioglie solo con la morte o il pentimento. E proprio su questo punto si basava la previsione dell’articolo 4-bis messo in discussione dalla Consulta: la presunzione della pericolosità sociale del condannato che non parla.
A spiegarci quanto sia difficile per lo Stato capire chi ha davanti ci pensa Christian Abbondanza, blogger antimafia e presidente della Casa della Legalità, che ci fa un elenco di questi falsi convertiti. Il più clamoroso quello di Giuseppe e Guerino Avignone, padre e figlio, pezzi da novanta di una delle cosche di maggior tradizione della ‘ndrangheta, attiva tra Taurianova, Cittanova e Genova.
Entrambi condannati all’ergastolo, usufruiscono dei benefici per incontrarsi fuori dal carcere dove Guerino, grazie a una borsa lavoro del Ministero della Giustizia, è diventato responsabile della sicurezza del Comune di Sulmona. È così che continuano a guidare la cricca calabrese.

Giudici sotto pressione

Per chi non si pente i legami restano e restano anche la capacità corruttiva e la forza di intimidazione della cupola dirigente. Per questo “è necessario che il Parlamento preveda di spalmare la responsabilità su un organo collegiale anziché sul singolo” che rimarrebbe esposto in prima persona alla vendetta mafiosa in caso di diniego. Lo mette in chiaro ancora Cavallone aggiungendo che “l’ideale sarebbe far convergere le decisioni su un tribunale centrale come è quello di sorveglianza di Roma, che già adesso è competente a decidere per i collaboratori di giustizia. Si potrebbe pensare a una norma analoga che allontani la decisione dai piccoli centri e dalle case madri delle mafie storiche”.

Dove non sono riuscite le stragi riescono gli avvocati

Per dare concretezza al discorso: Totò Riina considerava il pentitismo come un cancro che avrebbe potuto divorare Cosa Nostra dall’interno e i pentiti come l’unico vero pericolo per l’organizzazione. Oggi si concede al codice penale quel ritocchino che al capo dei capi non era riuscito nemmeno con la stagione delle stragi. Ed è fuori dubbio: perché mai qualcuno dovrebbe collaborare con la giustizia visto che può ottenere i privilegi comunque? Un passaggio inquietante per l’antimafia che passa anche dal lavorio degli avvocati che “presentano istanze a ripetizione, una dopo l’altra”, spiega Abbondanza senza nascondere un certo fastidio nel dire che “poi a volte le Procure non fanno opposizione perché qualcuna di queste carte sfugge”.
“Gli avvocati dei mafiosi fanno il loro lavoro”, ribatte Cavallone sottolineando come “hanno gioco abbastanza facile perché ovviamente viviamo in regimi democratici dove è previsto che la pena abbia uno scopo rieducativo e questo deve valere per tutti, anche per i mafiosi” che non possono essere esclusi dai benefici penitenziari solo perché non parlano.
“Possiamo anche ritenere che queste siano situazioni di guerra, e nelle situazioni di guerra si libera il nemico solo quando la guerra è finita”, ma “non credo che sia questo lo strumento che possiamo utilizzare in Italia. Non lo abbiamo fatto negli anni bui del terrorismo e alla fine abbiamo avuto ragione. Credo che dobbiamo continuare su questa strada anche per quanto riguarda il contrasto alla criminalità mafiosa, cioè noi ci dobbiamo comportare diversamente da loro. Perché loro sono i mafiosi, non noi”.

I morti ammazzati non contano più

Tutto vero ma nell’aprire le celle ai mafiosi il garantismo delle Corti e l’agenda della politica sembrano dimenticare le vittime. E lo riconosce anche Cavallone criticando il fatto che “il nostro codice di procedura penale vede con estremo disfavore, quasi con fastidio, la persona offesa”. Per questo dopo la pronuncia della Consulta adesso si aspetta che “il Parlamento faccia il suo lavoro” e tra le decisioni possibili propone di “intervenire normativamente con qualcosa che già è stato fatto a proposito delle misure cautelari”.
Per i gravi fatti di violenza contro la persona, infatti, “è previsto che il richiedente che vuole essere messo agli arresti domiciliari debba prima notificare questa sua istanza al difensore della persona offesa altrimenti l’istanza è inammissibile”.
Una strada “per scoraggiare in qualche modo le richieste avventurose” e ridare dignità ai parenti dei morti ammazzati che di questo bailamme giuridico sono solo spettatori gabbati.

Simona Tarzia

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