Via D’Amelio, Fava: Avola racconta una storia che fa comodo a molti

E sull’omicidio del giudice denuncia: “Non fu solo vendetta mafiosa. Ci sono altre mani, altre intenzioni, altre volontà”

Interessa a qualcuno sapere perché quasi trent’anni fa Paolo Borsellino è saltato in aria con tutta la sua scorta? O la verità in questo Paese è un carrozzone da cui si sale e si scende secondo convenienza?
Perché è questa la domanda che dovremmo farci tutti. Soprattutto adesso che Maurizio Avola tiene banco con le sue nuove dichiarazioni sulla strage di via D’Amelio e rischia di buttare fumo, ancora una volta, sulle risultanze processuali, al ritmo di un racconto “da B-movie” che lascia l’amaro in bocca.

In principio fu Scarantino

A dicembre del 2018, la Commissione antimafia regionale siciliana guidata da Claudio Fava deposita la sua relazione sui fatti del 19 luglio 1992, quando il botto di una Fiat 126 imbottita con 90 chili di Semtex e comandata a distanza, spazza via Paolo Borsellino e la sua scorta davanti al citofono della madre del giudice.
Ecco, “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, come lo ha definito la Corte d’Assise di Caltanissetta nella sentenza del Borsellino Quater, comincia qui, subito, mentre i corpi carbonizzati sono ancora sull’asfalto di via D’Amelio.
Lo scrive nero su bianco la relazione della Commissione regionale: “Abbiamo individuato una filiera di responsabilità istituzionali, investigative e giudiziarie gravi nell’aver permesso, accompagnato e protetto questo depistaggio e il suo falso teste, Vincenzo Scarantino”, denuncia Fava puntando il dito sul Sisde, anello fondamentale della mistificazione. “Menti raffinatissime” che sono entrate in scena per deviare l’inchiesta che doveva scovare gli assassini e che invece ha trovato un falso pentito che faceva comodo per allontanare i sospetti dai soggetti estranei alla mafia. E per raggiungere questo obiettivo “il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, con un’evidente forzatura procedurale perché è vietato dalla legge, demandò ai servizi il compito di gestire in prima battuta le indagini”.
Da lì gli 007 nostrani fecero incursione nell’inchiesta “procurando le prime note investigative che contribuiranno a orientare le ricerche della verità in una direzione sbagliata” fino “all’individuazione di Scarantino, un teste che andava istruito, imbeccato, oltre che tenuto sotto stretto controllo”. E questo è il punto: chi rese presentabile il picciotto della Guadagna costruendogli una credibilità mafiosa? A lui, un uomo semianalfabeta che fino al giorno prima vendeva sigarette e il giorno dopo partecipa al summit di villa Calascibetta?

Il confronto con gli altri collaboratori di giustizia ignorato dai processi

Partiamo da qui, da villa Calascibetta. Scarantino, a un certo punto della sua deposizione, dice che è entrato nella stanza per aprire il frigo e prendersi una bottiglia d’acqua proprio mentre Totò Riina in persona stava dicendo alla Commissione che si doveva far fuori Borsellino. “Una dichiarazione piuttosto cinematografica”, sottolinea Fava, che già da sola avrebbe dovuto far saltare la credibilità di Scarantino e che invece “convince pienamente” Tinebra.
Ma c’è di più.
“Com’è possibile che dei confronti con tre collaboratori di giustizia del calibro di Gioacchino La Barbera, Santino Di Matteo e Salvatore Cangemi, che portano tutti alla stessa conclusione e dicono tutti che Scarantino è uno che con Cosa Nostra non c’entra niente, non sia rimasta traccia nei processi? Perché i verbali non sono stati resi disponibili agli avvocati?”, si chiede Fava aggiungendo che “se fossero emersi prima si sarebbero evitate le condanne all’ergastolo di persone innocenti”, oggi scagionate dopo 18 anni passati al 41-bis.
Ecco, gli elementi per dire che Scarantino era un falso pentito c’erano tutti e ben prima che arrivasse Gaspare Spatuzza. “Il punto è proprio questo: Spatuzza semplicemente conferma ciò che tutti ormai sanno o temono”. Resta da capire perché in molti hanno scelto di credergli, soprattutto dopo “la lettera di Ida Boccassini, che all’epoca era stata applicata alla Procura di Caltanissetta, che scrive ai suoi colleghi che stanno prendendo un abbaglio, che Scarantino non c’entra niente”.
Che fine ha fatto quella lettera Fava e la Commissione regionale lo chiederanno anche all’AISI, nome nuovo della nostra vecchia intelligence, dove certamente “sarà rimasta traccia documentale della catena di comando e di responsabilità che hanno permesso che la mattina del 20 luglio 1992 il Sisde fosse investito del coordinamento di questa indagine”.

Maurizio Avola, chi lo manda?

A sapere erano in molti ma tutti restarono zitti. Anche dopo la ritrattazione dello stesso Scarantino che dirà di essere stato “usato come un orsacchiotto con le batterie”. E da questa reticenza, da questo “sottile confine fra distrazione e complicità” è partita la seconda tranche dell’inchiesta della Commissione regionale che si concluderà nelle prossime settimane, “quella tranche che ha spostato l’attenzione sulla filiera delle responsabilità romane e che con molte audizioni ha provato a recuperare il contesto politico-istituzionale di quegli anni”, chiarisce Fava mentre a noi viene un dubbio: è un caso che la “confessione” di Avola spunti proprio adesso? E soprattutto, chi lo manda?
Su questa circostanza Fava fa due ipotesi. La prima è che sia “soltanto un fatto di vanità di un uomo che ha già mostrato di comportarsi sopra le righe, non soltanto quando ammazzava, ma anche nel modo in cui per anni ha vissuto di un ricordo quasi compiaciuto delle cose che ha fatto. E qui bisogna anche entrare nella psicologia un po’ malata di queste persone per capire che dopo trent’anni forse gli occorreva un supplemento di notorietà, per quanto notorietà anch’essa malata. O forse il tentativo di rientrare nel sistema di protezione, potrebbe essere anche questo”.
Oppure Avola lo mandano gli stessi che hanno fabbricato Scarantino. Perché “anche Avola, come Scarantino, assicura che si è trattato di una vendetta della mafia. La mafia ce l’aveva con Borsellino”. Una versione riduttiva che tenta ancora una volta di allontanare i riflettori dai mandanti esterni a Cosa Nostra.

Perché la mafia avrebbe dovuto fare una strage proprio nei giorni in cui il Parlamento decideva sul 41-bis?

“Cosa Nostra ha una sua lungimiranza”, spiega Fava che non perde occasione per cercare di mettere in chiaro i profili sospetti di una storia che fa acqua da tutte le parti. Anche dal punto di vista logico.
E infatti “qual è la ragione per cui dopo aver organizzato la strage di Capaci, che portò a una reazione forte dello Stato, si organizza la strage di via d’Amelio il 19 luglio e cioè 16 giorni prima che le camere si pronuncino sul decreto legge che prevede il 41-bis, sapendo tutti che le camere, che per due mesi e mezzo non si erano pronunciate, non si sarebbero pronunciate e quel decreto sarebbe caduto mettendo la parola fine al carcere duro per gli ergastolani mafiosi? Per spirito di vendetta? Una vendetta che 24 ore dopo fa approvare il decreto e imbarca tutti i detenuti di Cosa Nostra sugli elicotteri che li porteranno a Pianosa e all’Asinara?”.
Domande, domande, domande.
Ventinove anni di domande e oggi qualcuno ritenta di confezionarci la risposta più comoda per archiviare tutta questa storia senza disturbare troppo.

Simona Tarzia

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