Centrali di Spezia e Vado, l’aiutino di Stato per la corsa al gas che fa a pugni con la transizione ecologica

Il lato oscuro del Capacity Market, un meccanismo che premia le fonti fossili e appesantisce le nostre bollette

Cominciato ormai sei anni fa, il valzer sulla chiusura della centrale a carbone di La Spezia non si è ancora concluso e anzi il responsabile sostenibilità di Enel, Fabrizio Iaccarino, in audizione al Senato sul Recovery plan ha detto che lo stop potrebbe arrivare solo al 2023. Una doccia fredda non del tutto inaspettata visto che con il Piano Nazionale Energia Clima l’Italia si è impegnata sì a chiudere tutte le sue centrali a carbone, ma entro il 2025.
La causa del ritardo, l’AIA rilasciata alla centrale di Vallegrande prevedeva lo stop al 2021, sarebbe il famoso buco di potenza da 500 megawatt individuato da Terna nella zona Nord del mercato elettrico, dove ricade anche la Liguria. “La gestione della rete, infatti, avviene sostanzialmente per compartimenti” chiarisce Marco Grondacci, giurista ambientale e consulente del sindaco di Arcola per il caso della centrale di Spezia, che sottolinea: “Se è vero che il buco nell’area Nord non lo posso coprire con una centrale in Sicilia”, è anche vero che “posso autorizzare i progetti di ripotenziamento delle centrali a gas, che sono fermi al Ministero dal 2017 in attesa della verifica di assoggettabilità a VIA. In questo modo potrei recuperare 1.200 megawatt per la zona Nord che renderebbero inutile anche il raddoppio della centrale a turbogas di Vado Ligure” proposto da Tirreno Power.
E perché stiamo aspettando? Perché ci sono in ballo i soldi, tanti, del Capacity Market.

Un aiuto di Stato accettato da Bruxelles

Questa del Capacity Market è una questione che scavalca i confini spezzini e si spalma sul territorio nazionale.
“Attualmente al Ministero della transizione ecologica sono in autorizzazione progetti per 15.000 megawatt di potenza”, continua Grondacci, peccato che “il Piano energia clima ne preveda soltanto 3.000, di cui solo 1.500 per il phase out del carbone”, cioè l’uscita dal carbone. “E gli altri 12.000 a cosa servono?” si chiede il giurista ambientale incalzando con un’altra domanda: “Stiamo facendo la transizione alla generazione elettrica da fonti rinnovabili o una transizione al gas?”. In realtà, “questi 15.000 megawatt ci sono perché ci sono gli incentivi”.
Studiato per tenere in esercizio gli impianti termoelettrici convenzionali necessari a coprire le punte negative delle rinnovabili nel corso della decarbonizzazione, il mercato della capacità è un sistema per cui lo Stato, per evitare fastidiosi black out, paga al fornitore di elettricità un prezzo fisso per restare in stand by, pronto a entrare in funzione in caso di picco della domanda. Ogni anno per 15 anni. Anche se non se ne servirà mai.
In parole povere, “diamo 75.000 euro a megawatt ai privati che li intascano anche se non faranno mai funzionare gli impianti”. Il tutto sulle spalle dei consumatori perché, si arrabbia Grondacci, “sono costi che finiscono in bolletta”.
Nulla di strano, in teoria. Perché la legge lo permette.
In pratica, però, il gioco si sporca un po’.

Il sistema delle aste e i soliti noti

Il meccanismo, approvato a giugno 2019 dalla Commissione europea, prevede che gli impianti partecipino su base volontaria a un sistema di aste gestito da Terna. Gli impianti che si aggiudicano l’asta ottengono contratti “di opzione” e un premio in euro.
La prima asta, relativa al periodo di consegna 2022, è partita il 6 novembre 2019 e ha assegnato ai soliti noti – Enel, Edison ed Eni – “oltre 40 gigawatt da fonti fossili e solo 1 da fonti rinnovabili”, spiega Grondacci. Ma non è tutto e infatti puntualizza: “Se uno si studia un po’ il decreto ministeriale che disciplina questi incentivi e va a vedere l’allegato che contiene la dichiarazione con cui il gestore, come Enel, dichiara di voler partecipare alla gara, c’è scritto che si devono presentare i titoli abilitativi“.
E qui la nostra attenzione torna su Spezia.
“Avere i titoli abilitativi significa che l’impianto ha avuto l’autorizzazione. Ma per la nuova centrale a gas Enel l’autorizzazione non ce l’ha”. E dunque a cosa si riferiscono? “Certamente alla centrale a carbone”, denuncia Grondacci spiegando che “il gioco sporco sta nel fatto che Enel, sia che realizzi l’impianto a gas, sia che non lo realizzi, fino al 2025 si beccherà gli incentivi per far funzionare pochissime ore quello a carbone”. E sono in una botte di ferro anche perché “a dicembre 2019 ne hanno ridotto i limiti di emissione mettendolo in sicurezza”.

Il potere di intesa delle Regioni

Su questi obiettivi di decarbonizzazione poco chiari e che in realtà incentivano le fonti fossili, la voce della politica locale dovrebbe farsi sentire “perché le Regioni hanno potere di intesa e non sono semplici passacarte come succede, invece, per le procedure di VIA dove il parere è solo consultivo”. Lo rimarca Grondacci che poi per il caso spezzino va oltre e assicura che “se Regione Liguria produce un NO all’intesa motivato dal punto di vista energetico, perché l’energia è legislazione concorrente e lo Stato non può decidere andando contro la Regione, si aprirebbe una procedura di concertazione con il Presidente Toti in Consiglio dei Ministri”.
E in Liguria c’è pure un precedente: “Nel 2009 la Regione disse no all’ampliamento del rigassificatore di Panigaglia”, dice il giurista ambientale puntando l’attenzione sul fatto che “si potrebbe addirittura richiedere la revisione del sistema delle aste e delle modalità di applicazione del Capacity Market”. Ok, bene. Ma il buco di 500 megawatt nella zona Nord?

Ci mancano davvero i 500 megawatt?

Il Regulatory assistance project, ente energetico europeo con sede a Bruxelles, a dicembre 2019 ha pubblicato uno studio sul mercato della capacità energetica in Italia che arriva a conclusioni molto interessanti. In particolare si calcola che il surplus energetico nella penisola è molto alto, in media del 30%. Da qui le previsioni di Terna che giustificano il Capacity market, stilate in un documento di valutazione che non è disponibile al pubblico, risultano un po’ troppo conservative e ottimistiche su quella che sarà la domanda di energia. Il rischio? La sovrapproduzione, il blocco alle fonti fossili e il rincaro delle bollette.
Il punto però è che “l’energia elettrica serve al Paese”, conclude Grondacci che alle facili demagogie “che si smascherano facilmente” non ci sta. Ma è anche vero che “ci sono delle cose che Terna dovrebbe spiegare e anche il Governo. Mettiamo che manchino i 500 megawatt. D’accordo. E i 1.200? Perché non li avete realizzati che erano impianti esistenti? Spiegatelo. Non lo spiegano”.

Simona Tarzia

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