Sorveglianza speciale per i fratelli Fotia, leader del movimento terra savonese. La DIA: legami con i clan

Il provvedimento contro i titolari della Scavo-Ter Srl disposto dal tribunale per le misure di prevenzione di Genova

Genova – “Sorveglianza speciale per cinque anni e obbligo di soggiorno nel Comune di dimora abituale”.
Lo ha stabilito il Tribunale di prevenzione di Genova che ha scritto la parola fine sulla vicenda giudiziaria dei fratelli Pietro, Donato e Francesco Fotia, “soggetti ritenuti pericolosi”, scrive il decreto depositato il 14 maggio scorso.
I tre, leader del movimento terra nel savonese, nell’aprile scorso erano stati condannati insieme al nipote, Giuseppe Criaco, per il reato di intestazione fittizia. Una storia lunga di trucchetti per eludere le misure di prevenzione che comincia nel 2012 con un’interdittiva antimafia.

L’antefatto: il gioco dei subappalti e delle intestazioni fittizie

Volevano eludere le misure di prevenzione antimafia e continuare a trafficare con gli appalti pubblici come se niente fosse.
Per questo il 9 marzo del 2015 gli uomini della DIA e la polizia di Savona avevano eseguito il sequestro preventivo per 10 milioni di euro dei beni aziendali dei fratelli Fotia.
Colpiti nel 2012 da un’interdittiva antimafia, poi confermata dal Consiglio di Stato nel 2014, secondo gli inquirenti i tre fratelli avevano dribblato i controlli della Prefettura facendo assorbire l’interdetta Scavo-Ter Srl da due nuove società, P.d.f. e Seleni Srl, intestate a due prestanome: il nipote Giuseppe Criaco e il direttore tecnico Remo Casanova.
Queste “scatole di cartone” servivano a nascondere la partecipazione dei Fotia e della loro azienda storica in numerosi appalti: dai cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia, al villaggio hi-tech di Erzelli, alla piattaforma Maersk di Savona, fino ai lavori banditi dall’IRCCS San Martino per un nuovo blocco operatorio centralizzato e per la realizzazione del collegamento tra i padiglioni Maragliano e Monoblocco.

I processi

È una storia travagliata quella dei processi ai Fotia, che comincia nell’ottobre del 2017 quando il Tribunale di Savona condanna con rito abbreviato i tre fratelli, e con loro il nipote Criaco, disponendo pure la confisca dei beni già sotto sequestro preventivo.
Poi arriva il colpo di scena a gennaio 2019, con un’assoluzione in appello che ribalta completamente la sentenza di primo grado, stabilisce che “il fatto non sussiste” e restituisce i beni.
Ma non finisce qui.
A distanza di nove mesi interviene a mettere ordine la Cassazione che dà un colpo di spugna alla decisione d’appello e rinvia le carte per un nuovo esame. La Corte d’Appello condannerà sia i Fotia che il nipote ma per i dieci milioni di euro prima confiscati e poi restituiti è troppo tardi.
E c’è di più. Recentemente, a dicembre 2020 per essere precisi, i tre fratelli sono stati condannati in primo grado a tre anni e 6 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. Avrebbero sottratto alla Scavo-Ter oltre un milione di euro di compensi prima di dichiararne il fallimento.

Ma chi sono i Fotia della Scavo-Ter?

Se è vero che per i fratelli Fotia non c’è stata nessuna contestazione di 416-bis, leggendo le carte del decreto di sequestro salta all’occhio che di ‘ndrangheta si parla parecchio.
L’attenzione della DIA è puntata soprattutto sulle frequentazioni di questa famiglia originaria di Africo, comune della città metropolitana di Reggio Calabria, con alcuni elementi della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, “egemone sul territorio calabro, con un ruolo importante negli equilibri della criminalità organizzata e con diverse propaggini nel Nord Italia”.
“Rapporti solidi”, scrive ancora la DIA, rafforzati con la politica matrimoniale: le donne Fotia, in effetti, di cognome fanno Palamara e Bruzzaniti.

Simona Tarzia

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