Monumenti

Quella redazione dimenticata

Anche io mi sono lasciato attrarre, l’altro giorno,  da uno di quegli infiniti percorsi del cuore che talvolta agitano la mente e i pensieri di chi ha ormai imboccato la strada in cui prevale quel che è stato rispetto a quello che ancora sarà. E casualmente, o forse proprio no, mi sono ritrovato davanti a quella cancellata sbarrata dove, tanti anni fa, tutto ha avuto inizio. Dominando qualche nostalgia canaglia, sotto ad una insegna, l’unica che ancora testimonia un’esistenza antica, e ormai interrotta, da quasi sei anni a questa parte, rispetto al tempo che scorre inderogabilmente. Un’insegna, quell’unica rimasta, che costituisce quasi una targa alla memoria di chi… e per chi. Amici colleghi, compagni di avventure e di disavventure e di qualche sventura. Di chi dedicava la giornata ad inseguire notizie da dare in pasto ai lettori quotidianamente. Giorno dopo giorno. Fino a quel fatidico lunedì 27 luglio in cui tutto si è arrestato e si è fermato. E quella cancellata è stata chiusa per sempre. Un vuoto sulla memoria di una città.
E mi sono irrigidito a fissare i cumuli di spazzatura che ormai da qualche tempo fanno capolino tra la cancellata e la porta a vetri. L’ultimo sfregio alla memoria di un secpolcro dimenticato.

Avanspettacolo e notizie

Sino a quando mi ha apostrofato un abitante del condominio soprastante per interrogarmi: “Lei sapeva che qui, tanti anni fa, c’era un cinema? Ho letto che Franco Battiato, ad inizio di carriera, aveva cantato in questa sala”. Già, c’era un cinema/teatro, con tanto di platea e galleria e grande schermo. C’è stato ed è sopravvissuto sino al finire degli anni Settanta. Leggo su “Ilcavalloditroia” un blog, un articolo del 10 aprile di dodici anni fa dedicato ai cinema genovesi ormai scomparsi: “In fondo a Corso Sardegna, c’era il Doria, dove una volta assistetti a uno spettacolo di  varietà.
Giuro esisteva ancora.
Sul palcoscenico c’erano delle donne (s)vestite da topo e delle sedie enormi.
Bello, bellissimo, entusiasmante. Rimasi agitata tantissimissimo: era la prima volta che vedevo recitare sul palco, e ricordo che ne i giorni a seguire giravo per casa legandomi la vestaglia azzurra come una coda, dimenandomi davanti allo specchio. E poi ce n’era una dove andai una sola volta, a Quezzi, forse si chiamava Airone (?).
Lì ho visto Woodstock.
Non voglio descrivere che cosa sono diventati tutti questi luoghi della mia infanzia e adolescenza. Lascio a voi fare andare l’immaginazione”.

Cancellate sbarrate e cumuli di spazzatura

Eggià, prima un cinema e poi la sede di un giornale. Un giornale storico per Genova, nato nel 1824 e passato attraverso diversi proprietari e 37 anni di cooperativa. E adesso il nulla. Cancellate sprangate e qualche cumulo di spazzatura. Quella sala trasformata nella redazione di un giornale, con tanto di rotativa al piano terra. Dove un tempo c’era la platea. Al posto della biglietteria la portineria e la galleria adeguatamente soppalcata e trasformata in redazione. La parte più in alto, quella della galleria vera e propria avrebbe ospitato i tastieristi i dimafonisti, il “cervellone” e il proto. Più in basso i banchi per l’impaginazione e poi, in un enorme open space, la redazione divisa in due da un lunghissimo tavolone centrale in cui era racchiusa e tramandata l’essenza di quel giornale. Un tavolone che, dopo la prima ed unica ristrutturazione, ha fatto per lunghi anni bella mostra di se’ nei locali della rotativa, destinati ad ospitare un formidabile archivio fotografico cartaceo – di cui negli anni si è persa memoria – e un ufficetto per i collaboratori.
Quel tavolone proveniva da via Varese, la precedente sede, il “palazzo dei giornali”, immobile con enormi vetrate visionario per l’epoca, costruito dagli editori, i Fassio, da cui il “Corriere Mercantile”, che aveva riaperto in cooperativa, era stato costretto ad andarsene dopo il fallimento degli editori.

Un fallimento oscuro

Racconta su “La Repubblica” l’articolo comparso il 15 novembre del 2004 per ricordare la figura del “patron” de il  “Corriere Mercantile” di allora Alberto Fassio nel giorno del decesso: “Era dotato di eccezionale sensibilità Alberto Fassio, uomo di cultura, giornalista-editore de “l Corriere Mercantile” e della Gazzetta del Lunedì”, quella parte dell’ impero di famiglia che più lo attraeva. Era un uomo che il destino ha chiamato a provare grandi entusiasmi intellettuali e enormi dolori umani, sospeso tutta la vita tra l’ understatment genovese e una capacità di relazione e di incontro senza confini geografici e umani. Le grandi tragedie della sua vita, la perdita di due figli maschi Ernesto, 18 anni e Ferdinando 22, tragicamente periti a pochi anni l’ uno dall’ altro in due incidenti stradali, lo avevano piegato ma mai spezzato e la caduta dell’ impero di famiglia la “Villain e Fassio”, dichiarata fallita nell’ aprile del 1976 con una vera e propria congiura di potentati economici, non avevano cancellato le finezze del suo carattere. Alberto Fassio non era mai stato operativo nelle attività del gruppo, che era una delle bandiere di Genova, come l’ altro fratello Giorgio, dal temperamento artistico, scomparso molti anni fa e a differenza della sorella Franca che, invece, aveva impugnato il bastone del comando fino al crollo. Si occupava molto dei giornali e delle sue grandi passioni per l’ arte, la cultura e soffriva per l’ incredibile destino che aveva colpito la flotta, le compagnie di assicurazione “Levante” e “Europa”, le altre attività del gruppo”.

Papa Wojtyła

“Una sorta di esecuzione”

E, prosegue l’articolo de “La Repubblica”: “Aveva assistito con grande dignità a quella sorta di “esecuzione” per cui in un battibaleno le società dei Fassio erano passate dall’ amministrazione controllata, al fallimento, alla bancarotta perfino, salvo far recuperare in tempo record ai creditori tutto il patrimonio. Quella pagina resta una delle più oscure della storia giudiziaria genovese: i Fassio non avevano mai nascosto la loro ricchezza, ma erano cristallini, le navi battevano bandiera italiana, mai una lira aveva passato le dogane. Alberto Fassio, i suoi famigliari si erano visti portar via pezzo per pezzo le case, le stupende ville di via Dodecaneso, di Nervi, il castello di Portofino, le terre, le tenute, gli arredi, i pezzi di antiquariato, in una sorta di maledizione biblica tanto più rovinosa quanto priva di vere ragioni. A tutto ciò Alberto aveva risposto ritirandosi, protetto dalla infinita dolcezza della moglie Giuliana, dai figli Giovanni e Franca, dal suo stile un po’ estroso, sempre elegante, perfino lezioso nei gusti raffinati. La vita era continuata così, in silenzio, nella perfetta coscienza di una grande ingiustizia subita, nel dolore per i grandi affetti perduti, nella capacità mai offuscata di seguire i fatti del mondo, quelli vicini e quelli lontani, di “riconoscere” le persone”.

Come un’antica maledizione

Un destino che probabilmente è congenito e tende a ripetersi come fosse una maledizione.  Tra fallimenti e chiusure, pagine oscure della storia giudiziaria genovese, insofferenze e maniman, in una città che continua a dimostrare poca memoria rispetto al suo passato.
Tutto questo mi è capitato di pensare di fronte a quell’inferriata, all’insegna che in fondo costituisce una colonna infame a perenne memoria. Con gli occhi puntati sulla spazzatura che prima o poi finirà per traboccare sul marciapiedi. Ricirdando anche la solidarietà dei politici, quella che non si nega a nessuno, nei confronti del gruppo di disoccupati. E rammentamdo persino le assicurazioni di un qualche interesse perché la storia del più antico quotidiano d’Italia della cooperativa dei suoi dipendenti non finisse per interrompersi per sempre quel 27 luglio di sei anni fa.
Poi, però, tutto scorre. O, meglio, come rende magistralmente la lingua francese: “Tout casse, tout passe, tout lasse, il n’est rien e tout se remplace (tutto si rompe, tutto passa, tutto si lascia. Non è niente e tutto si rimpiazza)”.
Il cinema, la crisi che sopraggiunge con il video televisivo, poi i giornali, la carta stampata, l’informazione, il web, persino le fakes news. E ancora i comunicati stampa, le veline, la comunicazione, i social. Sembra quasi una storia nella storia con il progresso che sopraggiunge e cancella. Con il pregresso che si sedimenta e si trasforma. Dove c’era un cinema una redazione. Dove c’era una redazione… il nulla. Come fosse un antico sito archeologico della memoria con relative stratificazioni. Ormai coperto e dimenticato.

Una targa per non dimenticare

E mi è capitato di pensare tutto questo davanti a quell’insegna che costituisce un perenne ricordo, la colonna infame di un vuoto. E di mettere in connessione tutto questo con quel monumento divisivo e funereo che vorrebbe ricordare un imprenditore e pioniere della motocicletta e ha finito per celebrare un pioniere in divisa dell’aeronautica che da volontario – o forse no – si è ritrovato a bombardare con ordigni a gas il popolo etiopico durante l’impresa coloniale dell’Italia fascista.
E mi sono ritrovato a considerare che forse anche “Il Corriere Mercantile/Gazzetta del Lunedì” con tutta la sua storia legata alla nostra citta’, che sfiora e si è conclusa nove anni prima dei duecento anni, dal 1824 la 2015, forse avrebbe avuto diritto non dico a un monumento, o ad una colonna infame, ma almeno ad una targa. A fronte del disinteresse generale della città e alle promesse mai mantenute dei soliti politici. Ma talvolta è proprio la città che preferisce dimenticare.

Paolo De Totero

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