Giornata della Legalità: il ricordo migliore è continuare a lottare

Capaci, 23 maggio1992
Vito Schifani (Palermo, 23/02/1965)
Antonio Montinaro (Calimera, LE, 08/09/1962)
Rocco Dicillo (Triggiano, BA, 13/04/1962)

Via d’Amelio – 19 luglio 1992
Agostino Catalano (Palermo, 16/05/1949)
Vincenzo Li Muli (Palermo, 19/03/1970)
Eddie Walter Cosina (Norwood, Australia, 25/07/1961)
Claudio Traina (Palermo, 02/09/1965)
Emanuela Loi (Sestu-Cagliari, 09/10/1967)

“La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini”.
Rocco Chinnici

Casa Nostra

La mafia cambia pelle? Forse nell’estetica, non certo nella sostanza. In Liguria esiste, è profondamente radicata nel tessuto sociale e ha rapporti stretti con la politica e con le strutture burocratiche.
Sembra ripetitivo sottolineare che, se in un primo momento le cosche, le ‘ndrine, e i clan portavano voti ai candidati che poi avrebbero firmato gli appalti, nell’evoluzione della specie mafiosa oggi i candidati appartengono direttamente alle famiglie. Ripuliti, certo, ma pur sempre in odore di mafia. Perché in assenza di un netto distacco dalle dinamiche familiari mafiose, dobbiamo pensare che non ci sia una volontà vera di voltare pagina e cambiare mentalità e modo di agire.
Come tutti gli anni vogliamo ricordare gli agenti di scorta che hanno sacrificato la loro vita per difendere quella dei Magistrati Falcone e Borsellino, ma senza dimenticare le altre centinaia di vittime delle forze dell’ordine che sono cadute nella guerra contro la criminalità. Il nostro ringraziamento va a tutti coloro che oggi, con abnegazione e in silenzio, rischiano la vita per rendere l’Italia un posto migliore.

Gli eroi

Abbiamo degli eroi di riferimento nelle vicende, spesso di sangue, relative alle organizzazioni mafiose. Sono uomini e donne assassinati spesso sotto i nostri occhi. Persone che avrebbero voluto vivere e invecchiare e che spesso sono state lasciate sole, nell’indifferenza generale. A volte pure osteggiate o criticate con ferocia.
“Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande”, diceva Falcone.

L’olezzo del malaffare

La vita da eroe è difficile. Perché a fronte del sacrificio personale, spesso a costo della vita, la realtà non è come nei film. Diciamolo, gli eroi stanno un po’ sulle scatole, sempre a guardare la virgola, a fare distinguo. Soli, tacciati di essere dei visionari, raramente si prendono rivincite che possano bilanciare le sconfitte. Però gli eroi hanno fiuto, sentono puzza di malaffare da lontano. Intuiscono gli inciuci, le collusioni, i magheggi. Anche se poi è difficile contrapporsi a chi ha tanti soldi, troppi soldi, e può pagare professionisti, corrompere, addomesticare, nascondere, insabbiare.

Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Nel 1984, in una Commissione parlamentare sul fenomeno mafioso, Antonino CaponnettoGiovanni Falcone e Paolo Borsellino, si sono ritrovati con il capello in mano a chiedere risorse e personale per combattere “Cosa Nostra”. Come sono andate le cose lo sappiamo tutti.
Quello che fa più impressione è leggerlo sui documenti ufficiali.
Le parole di Caponnetto in apertura di audizione sono state: “I problemi di fronte ai quali ci siamo trovati sono molti: non posso dire che siano tutti risolti, comunque, buona parte è in via di risoluzione. Come sapete, questi problemi sono di personale, di mezzi, di strutture”.
E ancora: “I problemi si presentano non solo a livello di magistrati – e come dicevo questo punto è stato risolto – ma anche a livello di segretari: ce ne mancano ameno quattro e ci sono magistrati che lavorano (e ciò in un ufficio istruzione non è concepibile per la struttura stessa del nostro lavoro) senza segretario e altri che, lo ripeto, non hanno neanche l’arredamento della stanza come  i due magistrati e le due sezioni che sono state aggiunte ultimamente”.

I beni confiscati ai mafiosi

Nella relazione di Caponnetto, piuttosto stringata come era il suo stile, c’è anche una parte realtiva al sequestro dei beni mafiosi che ad oggi, a distanza di 37 anni, non ha ancora trovato soluzione.
Diceva il magistrato: “La necessità di accordare al pubblico Ministero il potere di disporre in via di urgenza il sequestro dei beni delle persone indiziate di mafiosità per evitare che nelle more del procedimento venga attuata la sottrazione dei beni o con vendite simulate o con il ritiro dei depositi, cosa che purtroppo si è spesso verificata. Sarebbe pure necessario regolamentare meglio la figura, i compiti e gli interventi del custode dei beni sequestrati, cosa che il legislatore ha davvero trascurato perché forse non pensava neppure di trovarsi di fronte ad aziende agricole e complessi industriali di rilevanza tale quale poi si è manifestata in pratica”.

Borsellino e la necessità di un computer

L’intervento di Borsellino è quasi disarmante.
Uno dei nostri eroi, il volto che trova spazio su tutti i muri degli uffici nei Palazzi di Giustizia, in uno dei momenti più difficili e gravi della lotta contro la mafia è costretto a chiedere: “Desidero sottolineare la gravità dei problemi, soprattutto di natura pratica, che noi dobbiamo continuare ad affrontare ogni giorno, facendo presente in particolare che con il fenomeno che stiamo vivendo in questo momento della gestione di processi di mole incredibile (ognuno dei quali è composto da centinaia di volumi che riempiono intere stanze) è diventato indispensabile, oltre che l’uso di attrezzature più moderne delle nostre semplici rubriche, l’uso di un computer che è finalmente arrivato a Palermo ma che, purtroppo, non sarà operativo se non fra qualche tempo perché sembra che i problemi della sua installazione siano estremamente gravi, anche se non si riesce a capire perché. So soltanto che è arrivato al tribunale di Palermo ed è stato collocato in un camerino. Ora stiamo aspettando”.

A Palermo qualcuno “remava contro”

A questo punto un componente della Commissione, il senatore Aldo Rizzo, prende la parola molto stupito: “Siccome il computer è già una realizzazione in altri uffici giudiziari, per esempio è stato già realizzato a Savona ed è in corso di realizzazione a Napoli, desidero sapere da chi  vengono sollevate queste difficoltà”.
E allora Borsellino risponde: “Non vengono sollevate delle difficoltà. È qualcosa che procede in modo estremamente lento (l’ha seguita più di me il collega Falcone). Sta di fatto che il computer è arrivato da un mese e non sono ancora venuti a collaudarlo. Non so se ciò dipenda dalla casa che lo ha costruito o da altre ragioni. Quel che è certo è che ci era stato detto che avremmo potuto cominciare a caricarlo a marzo; ora però siamo a maggio e non si è ancora cominciato”.

Il Maxi processo di Palermo

Di lì a poco sarebbe iniziato il maxi processo di Palermo. Falcone e Borsellino stavano lavorando per raccogliere le prove relative a omicidi, traffico di droga, estorsioni e associazione mafiosa. Forse un computer attivato per tempo avrebbe accelerato i tempi, forse poteva risparmiare vite. Forse non c’era interesse che i dati venissero inseriti e confrontati. Ecco come abbiamo trattato quelli che oggi sono considerati eroi. Forse c’era l’urgenza di appendere al muro i quadri con le loro fotografie.

Simona Tarzia intervista Sandro Sandulli

Ma oltre la commemorazione, doverosa, il nostro pensiero è rivolto a tutti gli operatori che ogni giorno combattono le mafie.
E lo vogliano fare riproponendo l’intervista che fivedabliu ha fatto al Generale Sandro Sandulli il giorno del suo congedo da Capocentro della DIA di Genova.

La ’Ndrangheta è differente da Cosa Nostra

La ‘ndrangheta ha una conformazione diversa rispetto a Cosa Nostra, è un vincolo di sangue. La ‘ndrina è la famiglia e, allo stesso tempo, è un’unità territoriale di ‘ndrangheta che mutua il proprio nome direttamente dal cognome della famiglia stessa o da quello di più famiglie che hanno stretto legami di matrimonio.
I figli respirano la vita e la cultura mafiosa.
“Se vai a denunciare, denunci tuo padre, tua madre, tuo fratello”, fa notare il presidente della Casa della Legalità Abbondanza, “sono pochissimi i casi di dissociazione perché dissociarsi significa rompere i legami familiari. I bambini sono uno strumento: da adulti perché portano avanti le attività dell’organizzazione, da piccoli perché diventano mezzo di ricatto. Ci sono collaboratori di giustizia che non possono vedere i propri figli perché stanno con l’altro coniuge che rimane legato al nucleo ‘ndranghetista.  Altri sono costretti a ritrattare o ad abbandonare il percorso di collaborazione perché sui figli incombe una minaccia di morte e il collaboratore sa che il piccolo ce l’hanno in mano loro. I minori vanno tutelati portandoli via alle famiglie di ‘ndrangheta perchè altrimenti li condanni. Ma ci sono delle incongruenze tra la lotta portata avanti a livello giudiziario e quella sociale, che poi è il piano sul quale si potrebbe battere la ‘ndrangheta ”.
Mi torna in mente un’intervista di Giovanni Falcone che riporta le parole di Tommaso Buscetta: “L’avverto signor giudice, non credo che lo Stato italiano abbia veramente l’intenzione di combattere la mafia”.

L’impegno di fivedabliu

In questi ultimi tre anni abbiamo pubblicato centinaia di articoli sulle mafie, ma di “like” quando si parla di questo argomento se ne prendono pochi.
È anche complicato, per chi conosce il fenomeno mafioso solo attraverso i titoli dei giornali quando viene ammazzato qualcuno in un regolamento di conti, capire le infinite modalità di infiltrazione mafiosa nella pubblica amministrazione. Perché ridurre l’attività della ‘ndrangheta al traffico internazionale di cocaina o alle estorsioni è fortemente limitativo. Le mafie sono una metastasi che si espande nel nella società e la divora. Spesso la presenza delle cosche si scorge nello spostamento di un tecnico da un ufficio a un altro, o da una regione a un’altra, oppure dagli incarichi dati a Tizio piuttosto che a Caio.

Se vuoi saperne di più leggi gli articoli raccolti nel nostro speciale “Le mafie ovunque”.

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