Arriva la proroga del Governo al Capacity Market, la transizione ecologica che retribuisce le centrali a gas

E così in Italia la decarbonizzazione si affida al metano. Ce lo spiega Marco Grondacci, giurista ambientale e autore del blog “Note di Grondacci”

Completare inderogabilmente il processo di sostituzione della capacità di generazione a carbone entro il 2025. È l’atto di indirizzo formulato dal ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, con una lettera inviata il primo luglio ai responsabili di Terna SpA e Arera, che concede una proroga di quattro mesi al Capacity Market e lascia più tempo  agli impianti non autorizzati per la presentazione dei titoli autorizzativi.
Il diktat dunque è quello di sostituire il carbone con il gas per uscire dalle fonti fossili.
Il rischio? Aumentare l’utilizzo del metano che non è certo low-carbon.
Lo spiega Marco Grondacci, giurista ambientale e autore del blog “Note di Grondacci”, che nelle parole del Ministro coglie “un passaggio che dimostra come nell’immediato questa proroga rischia di favorire le centrali a gas”.
Afferma il Ministro: “Per gli interventi in corso sono state concesse ulteriori proroghe di quattro mesi, per il conseguimento di titoli autorizzativi e di consegna, viste le conseguenze generate dall’emergenza pandemica, che ora stanno determinando il rischio che una quota significativa della capacità nuova aggiudicata per il 2023 – per circa 3,5 GW – venga esclusa dal meccanismo, in quanto i procedimenti di autorizzazione, pur essendo in fase molto avanzata, non sono formalmente conclusi“.
Il problema, precisa Grondacci, “è che il Ministro non chiarisce quali saranno le priorità per rilasciare le autorizzazioni dei gigawatt già assegnati”.

Come funziona il mercato della capacità?

Il mercato della capacità è un dispositivo di derivazione comunitaria che si basa sul sistema delle aste ed è un meccanismo con cui Terna SpA, e cioè il gestore della rete di trasmissione dell’energia elettrica, si assicura la capacità energetica attraverso contratti di approvvigionamento a lungo termine aggiudicati, appunto, con aste competitive. Con questi contratti i produttori di energia elettrica si impegnano a restare in stand by, pronti a produrre energia quando dispacciati, ovvero nel caso in cui saranno “chiamati a produrre”.
Cosa significa? Significa che lo Stato, per evitare fastidiosi black out, paga al fornitore di elettricità una remunerazione annua fissa per star pronto a entrare in funzione in caso di picco della domanda. Anche se non dovesse servire mai.
Le prime aste si sono svolte il 6 (con anno di consegna 2022) e il 28 Novembre 2019 (con anno di consegna 2023) e hanno entrambe visto l’assegnazione di tutta la capacità offerta dagli operatori – nuova ed esistente – al premio massimo, definito da Arera, pari rispettivamente a 33.000 €/MW/anno e 75.000 €/MW/anno.
Con la lettera del primo luglio, Cingolani ha poi annunciato una nuova asta “per i periodi di consegna per gli anni 2024 e 2025, il cui svolgimento si terrà non oltre novembre 2021”.

La transizione è alle fonti rinnovabili o al gas?

Chiarisce Grondacci che i dati ufficiali parlano chiaro: “Per il primo anno sono stati assegnati 40,9 GW di potenza, di cui 4,4 GW di capacità estera e 1 GW di rinnovabili per un costo totale annuo dell’asta pari a 1,3 miliardi di euro di cui 19,2 milioni per la capacità estera. E di questi a godere dei maggiori benefici saranno Enel Produzione con 9,6 GW, A2A con 4,8 GW ed Edison con 3,8 GW. Per il 2023 si parla di 43,3 GW di potenza assegnati, di cui 4,4 GW di capacità estera e 1,3 GW di rinnovabili per un costo totale annuo dell’asta pari a 1.475 milioni di euro (19,4 milioni per la capacità estera). E anche in questo caso a vedere i maggiori vantaggi saranno Enel Produzione (11,8 GW), A2A (5 GW) ed Eni (3,8 GW)”.
Questo significa che se i procedimenti in corso di autorizzazione, quelli che senza proroga sarebbero usciti dal meccanismo del capacity, prevedono circa 13.000 MWe per le centrali a gas, il dubbio che nell’immediato la proroga favorisca le fonti fossili è assolutamente fondato.
Di più. Dice Grondacci: “Prorogare il Capacity Market per salvare i progetti in corso di autorizzazione rischia di favorire la realizzazione di centrali a gas di grande potenza, come quella proposta a Spezia, per non subire il ricatto del mantenimento della centrale a carbone”.

Qualche consiglio per Cingolani

Ma Grondacci non si limita a criticare e propone al Ministro alcune soluzioni per attuare il mercato della capacità in un modo diverso rispetto al passato.
Prima fra tutte “autorizzare i progetti di ripotenziamento degli impianti a gas esistenti (alcuni hanno già passato la VIA per 1800 MWe) per chiudere entro l’anno con le centrali a carbone come quella di Spezia”.
Poi “archiviare la procedura di VIA del progetto di centrale a gas su Spezia perché in palese contrasto con il Piano Nazionale Integrato EnergiaClima” e quindi dare una mossa “ai numerosi progetti di impianti FER e da accumulo che sono fermi al Ministero dell’Ambiente e sospendere le aste per le centrali a gas che non avevano ottenuto preventivamente le autorizzazioni richieste dal Ministero”.
In questa partiva non va dimenticato che il Paese possiede un parco di generazione elettrica poco sfruttato che renderebbe possibile affrontare l’uscita dal carbone senza la necessità di nuovi impianti o infrastrutture a gas ma semplicemente aumentando le ore medie anno di esercizio delle centrali inefficienti, almeno in attesa di completare la transizione agli impianti alimentati da Fonti di Energie Rinnovabili (FER).

La strada sbagliata

Il Paese ha già abbastanza centrali a gas, realizzate dopo il blackout del settembre 2003 con il decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi, ed è assurdo che per uscire dal carbone si distribuiscano risorse economiche per il metano.
Secondo quanto denuncia l’ultimo dossier di Legambiente in tema di decarbonizzazione, tra l’altro, sul breve periodo il metano è un gas serra addirittura più potente della CO₂: si parla di “72 volte di più nei primi 20 anni dalla sua dispersione in atmosfera”. Un dato che preoccupa, soprattutto perchè “la presenza media del metano in atmosfera terrestre, dopo un periodo di sostanziale stabilità tra il 1990 e il 2007, è ripresa a salire rapidamente”.
Ma allora perchè incentivare un fossile?
La risposta è sempre la stessa: certe politiche sono il frutto di valutazioni di tipo geopolitico piuttosto che tecnico­-economiche, e sono scelte destinate ad alimentare gli appetiti di un apparato che è riuscito finora a conservare i suoi privilegi di tipo oligopolistico, evitando di confrontarsi con tendenze e scenari ormai affermati a livello mondiale.

st

CONDIVIDI
Simona Tarzia

Sono una giornalista con il pallino dell’ambiente e mi piace pensare che l’informazione onesta possa risvegliarci da questa anestesia collettiva che permette a mafiosi e faccendieri di arricchirsi sulle spalle del territorio e della salute dei cittadini.