Inceneritore o gassificatore? Ecco le “nuove” frontiere del Piano regionale ligure di gestione dei rifiuti

Il documento preliminare 2021-2026 è stato approvato con delibera di Giunta il 4 giugno scorso. Adesso è partita la fase di scoping che durerà 90 giorni. L’obiettivo dell’amministrazione è concludere la stesura definitiva al 31 dicembre

Genova, città metropolitana che sfiora gli 830mila abitanti e produce oltre 400mila tonnellate di rifiuti urbani ogni anno. 496 tonnellate a testa nel 2020, per essere precisi.
Questi i numeri diffusi da Regione Liguria lo scorso 4 di luglio. Numeri che fanno riflettere. Perchè la raccolta differenziata in città non parte e nel 2020 tocca appena il 45%. E non serve nascondersi dietro  la pandemia visto che nel 2019 non abbiamo fatto meglio e il Catasto nazionale dei rifiuti dell’ISPRA segnalava un timido 44,60%.
Tutto il resto è indifferenziata. E dove va a finire?
Di certo fino al 2014 e per oltre 40 anni qui a Scarpino, la discarica in pendenza più alta d’Europa, costruita in emergenza nel ’68 sulle sorgenti del rio Cassinelle, senza impermeabilizzazione del fondo. Per questo il percolato colerà per sempre da questa discarica, insieme ai 24 milioni di euro di soldi pubblici che abbiamo tirato fuori per la messa in sicurezza immediata più i 42 milioni spesi per l’impianto mobile di trattamento.
E pensare che la discarica che doveva essere in uso fino al 2040. E dunque cosa ne facciamo adesso dei rifiuti dei genovesi?

Scarpino 3

“Recentemente abbiamo superato la fase critica” spiega Enrico Pignone, consigliere comunale della Lista Crivello che dal 2015 al 2017 è stato titolare della delega di Città Metropolitana all’ATO Rifiuti.
Il riferimento va alla chiusura della discarica nel 2014 quando la magistratura ha aperto una serie di indagini sulla sua gestione, compreso lo sversamento di percolato nei fiumi della Val Chiaravagna. Inchieste che avevano scoperchiato anche un giro di escort scambiate per ottenere gli appalti per la gestione dei rifiuti.
“Oggi l’impianto è in sicurezza”, continua Pignone aggiungendo che “a giugno 2018 Amiu ha ottenuto dalla Città Metropolitana l’autorizzazione all’apertura della nuova Scarpino 3 che ha una capacità di 1.300.000 m³ ma prevede 12 anni di servizio”.

L’economia circolare che fa circolare i rifiuti

La spazzatura che arriva in discarica, però, per legge deve essere pretrattata. Ma a Scarpino l’impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati è ancora in fase di costruzione. E così la spazzatura genovese è inviata altrove, in deroga. Un po’ è smistata tra gli inceneritori piemontesi, emiliani e lombardi. E qui sono le solite multiutility a fare cassa. Un po’ va in provincia di Alessandria, nei siti di pretrattamento di Aral che poi ce la rimanda a Scarpino. Un sistema di economia circolare che al momento fa circolare i rifiuti.
“Va be’ no. Sì. Diciamo che l’economia circolare dovrebbe essere un’altra cosa”, dice Pignone sottolinenando il fatto che “quello che continuiamo a guardare è la parte finale del processo perchè la nostra società produce rifiuti come se fosse naturale. Ma non lo è. È una conseguenza del nostro modello di sviluppo. Dovremo prevedere una progettazione degli imballi in modo da avere in fondo al ciclo soltanto una minima parte di quello che possiamo considerare rifiuto. In genere non succede perché il fattore di interesse prevede un guadagno nell’immediato e c’è poca pianificazione per il futuro”. Questo vale soprattutto per le plastiche che finiscono nel sacco nero, “per cui fino a poco tempo fa l’unico modello di recupero era quello energetico, tramite gli inceneritori”.
E a stimolare la produzione di rifiuti da incenerire ci pensa il Governo Draghi che con il Decreto Semplificazioni ha esteso l’uso del CSS, un combustibile che si ottiene dalla componente secca della spazzatura, plastica compresa, anche agli impianti minori nei quali si svolga un’attività di recupero rifiuti. Prima era riservato ai cementifici e alle centrali termoelettriche sopra i 50MW.

Gli impianti di Scarpino in mano ai privati

Eppure “oggi abbiamo altre tecnologie che ci consentono di recuperare la materia”, sottolinea Pignone, peccato che a Scarpino chi costruisce gli impianti è sempre il privato. Prima Asja, per il trattamento del biometano da discarica, e poi Iren, che sta realizzando il TMB e che lo gestirà per i prossimi 25 anni dall’entrata in funzione, prevista al 2022. Iren, che è un’azienda a maggioranza pubblica ma ha soci privati ed è quotata in borsa. Una SpA che segue le regole delle SpA, cioè guadagnare. E gli utili che i soci si spartiscono sono soldi che vengono anche dalle tasche dei cittadini che pagano la TARI.
Di più. “I privati recuperano materiale e risorse dalla nostra discarica”, chiarisce Pignone che poi si arrabbia: “E tutto questo mentre AMIU, che con l’ultimo contratto di servizio è diventata azienda metropolitana, si è trasformata di fatto in una società di spazzamento”. E nell’assenza di una percezione industriale “lasciamo ai privati la possibilità di fare profitti”. O peggio. Perchè “alla fine la nostra incapacità produce la solita semplificazione: visto che non riesco a gestire il materiale, allora lo brucio. Fine della questione”.

Regione Liguria punta sull’inceneritore per chiudere il ciclo

In Liguria produciamo 792.294 tonnellate di rifiuti urbani ogni anno, le ultime previsioni della Regione dicono che ci assesteremo intorno alle 824.000. Carta, vetro, alluminio e umido andrebbero differenziati e poi inviati al riciclo. Per legge avremmo dovuto raggiungere l’obiettivo del 65% entro il 2012, 9 anni fa. E invece siamo fermi al 53,46%. Così il 4 giugno 2021 Regione Liguria, per favorire l’economia circolare, approva con Delibera di Giunta la previsione di costruire un inceneritore di CSS o un gassificatore. “Waste to energy o waste to chemical”, lo chiamano nel Piano Regionale di gestione dei Rifiuti 2021-2026.
“Dal punto di vista normativo la chiusura del ciclo può prevedere il CSS”, dice Pignone che poi tiene a sottolineare che “nel piano che avevo redatto in Città Metropolitana io, nell’impianto di TMB che è in fase di costruzione qui a Scarpino, non prevedevo il modulo di separazione per il CSS proprio perché secondo me quello che noi dovevamo fare era investire al massimo sul recupero della materia”. Perchè il problema del CSS non è soltanto ambientale è anche di sostenibilità economica “e la Regione questa sostenibilità economica non l’ha dimostrata”, continua Pignone, “neppure con lo studio di fattibilità del 2016 che viene richiamato nel piano”.
Il problema è che la legge prevede che “nel momento in cui io produco CSS – e lo produrrò qui nell’impianto di TMB ma anche su Spezia -, dopo sei mesi che l’ho tenuto stoccato in discarica diventi rifiuto, per cui a quel punto devo pagare qualcuno che lo bruci da qualche parte”.
In parole povere: paghiamo con soldi pubblici per smaltire un prodotto su cui abbiamo investito denaro pubblico per trasformarlo.

I fondi del Recovery

Una cosa folle. Anche perchè la partita degli investimenti è doppia: soldi da spendere per il modulo del CSS da inserire nel TMB, e soldi da spendere per un futuro inceneritore se non vogliamo tenerci il CSS depositato in discarica. Uno giustifica l’altro, insomma.
E dov’è che la Regione pensa di trovare gli oltre 103milioni di euro che serviranno per la costruzione dell’impianto per la termovalorizzazione? Nel  Recovery Fund.
Peccato che sia un’impresa impossibile perché la Commissione Europea lo esclude a priori. Una posizione ribadita anche in risposta a un’interrogazione parlamentare: neanche un euro per l’incenerimento.
Il risultato? Che questo investimento andrà in tariffa. Almeno se si deciderà di realizzarlo. Se invece non si farà, resterà aperta la seconda partita, cioè il CSS stoccato in discarica che dopo 6 mesi torna a essere un rifiuto, da smaltire a pagamento.

La TARI

Martedì 29 giugno il Consiglio comunale ha votato l’incremento del 12% della Tari, tasso che è destinato a salire perchè quest’anno i Comuni hanno avuto a sostegno 10 milioni di euro per il Covid che l’hanno prossimo non ci saranno, mentre continuerà a pesare sulla tariffa la stangata della Corte dei Conti che ha imposto al Comune di Genova l’aumento della tassa per coprire il debito che palazzo Tursi ha maturato dal 2014 al 2017 tramite Amiu, per gli oneri di chiusura e messa in sicurezza della discarica di Scarpino e per il trasporto dei rifiuti fuori provincia. Fino ad oggi l’amministrazione aveva coperto i costi con le casse dell’ente. Una manovra da 30milioni l’anno che i giudici hanno valutato come illegittima.
Il problema è che non era stato accantonato un euro per la gestione post operativa della discarica nonostante Scarpino, per Amiu e per le giunte precedenti, fosse una fabbrica di soldi. Pensate a quanti ne sono entrati nelle casse della municipalizzata soltanto con i rifiuti che abbiamo accolto da Napoli nel 2011 nel 2012. Parliamo di 115 euro a tonnellata. E dove sono finiti? Sono finiti a tappare i buchi. C’era un problema sulle farmacie comunali? Finiva nel bilancio di Amiu. C’era da sponsorizzare un evento? Finiva nel bilancio di Amiu. Un bancomat.
Oggi qualcuno ha pagato il suo debito con la giustizia. Il resto lo paghiamo noi. In tariffa.

Simona Tarzia

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